Uccidono più del cancro … e c’è un motivo.

//Uccidono più del cancro … e c’è un motivo.

Uccidono più del cancro … e c’è un motivo.

 

La droga degli zombi, la droga dello stupro, la droga dei cannibali, la droga di Hitler, la droga dell’ISIS, le droghe misteriose, quelle “legal” che sono diventate illegali, quelle che fanno meno male di altre, quelle che usano nella Silicon Valley, quelle di cui fare il microdosing, il sexchem, i farmaci usati come droghe, quelli che si comprano all’estero e si mischiano con la Sprite, le droghe usate come farmaci.  Se ne parla periodicamente, quando succede un fatto di cronaca, oppure se non ci sono altre notizie. Così ci siamo assuefatti a pensare che, tanto, non c’è nulla da fare, visto che, come dicono i giornali, le droghe “scorrono a fiumi”. E da dove arrivano? Forse dal Deep Web, acquistate utilizzando Bit Coin, anonimizzati da Tor. Forse solo l’incredibile Hulk potrà salvarci perché quando si incazza diventa verde e mena tutti quanti. Ma è questa la realtà?

Partiamo da alcuni dati. Se le malattie cardiovascolari rappresentano ancora la prima causa di morte e disabilità a livello globale, causando 17 milioni di casi per anno, solo l’uso pericoloso di alcol si stima uccida 3,3 milioni di persone (dato WHO), le droghe un minimo di 190.00 (dato UNODOC) e il tabacco provoca più di 7 milioni di morti l’anno, nel mondo (dato WHO) di cui circa di cui quasi 900.00 non fumatori esposti al fumo passivo. Quindi ciò che può provocare disturbi da uso di sostanze o dipendenza patologica uccide complessivamente più di 10 milioni di persone all’anno nel mondo. Con tutte le difficoltà che ci possono essere nel paragonare stime eseguite con metodi diversi, anche mettendo assieme l’esito di situazioni differenti, si tratta di un numero di morti annuo superiore a quello riferibile al cancro. Un numero che, ancora, non considera le conseguenze letali dell’abuso di farmaci, su cui esistono meno dati certi, pur essendo largamente diffuso nella popolazione. Come è dunque possibile impegnarsi così poco su un tema così grande? Come mai ci sono così tante cose che ci preoccupano e ci fanno paura ma, queste … meno? Come mai, nel caso, ci interessiamo maggiormente di fenomeni “minori” (alcune droghe), perdendoci in dibattiti infiniti sulla proibizione o sulla legalizzazione di una sostanza sola, mentre le sostanze che provocano più danni sono in libera vendita?

Esiste una ragione per tutto ciò. Il bevitore, il fumatore, il consumatore di droghe, l’abusatore di farmaci ecc. sono generatori di una ingente ricchezza e di un enorme e continuo flusso di danaro, soprattutto nella fase, relativamente lunga, che precede la cronicità conclamata e la malattia. E’ in questa fase che si “consuma” di più, si spende di più e si è pro-attivi nel coinvolgere altri nella medesima esperienza. Stiamo parlando di sostanze ma esistono anche consumi “additivi” non da sostanze e, quindi, il discorso potrebbe essere ancora più ampio anche se, per semplicità, lo limitiamo. Esistono, quindi, interessi economici molto forti rispetto al fatto che ci siano molte persone che vivono in situazioni a rischio e che, per quanto possibile, ci rimangano a lungo. Con gli opportuni investimenti, i mercati leciti ma anche quelli illeciti sono in grado di influenzare i comportamenti delle persone e lo dimostrano di continuo. Internet ha potenziato ulteriormente queste possibilità in generazioni che si dicono “interconnesse” ma nemmeno sanno esattamente a cosa. L’importante, esaltando la potenzialità del prodotto o della situazione che si collega al suo consumo, è che ciascuno creda che: 1) è in grado di controllare perfettamente il proprio comportamento (anche quando è già fuori controllo) e che, quindi, basti consumare “responsabilmente” ed in modo consapevole per essere riparati da qualunque pericolo; 2) in un modo o nell’altro il consumo abbia effetti benefici; 3) se capita qualcosa di negativo si tratta di un “incidente” o di cattiva sorte; 4) chi finisce in cura per dipendenza patologica è un malato mentale (sin dall’inizio) e, quindi, un debole che, comunque, in cura doveva finire e non ha nulla a che fare con noi: è un diverso da stigmatizzare per come si è ridotto.  Ciò che stimola le convinzioni di cui al punto precedente o che sdrammatizza gli atteggiamenti di consumo (film, video, blog, musica, meme, convegno ecc.) trova facilmente sponsorizzazione e promozione. Se vi viene in mente qualcosa che avete visto o sentito, il riferimento potrebbe non essere casuale. Come non bastasse la follia vera, che attraversa un po’ tutti noi, siamo stati convinti che ce ne serva pure una dose indotta, a pagamento.

Anche l’emergenza sull’ultima dipendenza “di moda”, quella, cioè, per cui l’interesse politico e mediatico trovano una sintesi nel consenso popolare, che procura voti nel fare qualcosa sul tema specifico, è spesso funzionale per i mercati. Mettendo a fuoco un singolo problema ed amplificandolo con dati, interviste ed opinioni, concentra l’attenzione solo su quello e fa perdere di vista tutto il resto. Poi l’emergenza passa.

Se riguardiamo i dati di qualche paragrafo sopra. Le droghe illecite sono un grande problema ma più piccolo di quello prodotto da alcol, tabacco e, probabilmente, da farmaci. Eppure a tutti sembra più grande, compreso a chi organizza il Sistema Socio-Sanitario. E se sorge il dubbio che i dati mondiali siano poco rappresentativi della situazione italiana, senza scomodare gli oncologi ed altri specialisti per quanto riguarda il fumo di tabacco,  basta chiedere a chi lavora in un pronto soccorso quali sono le urgenze. Poca droga degli zombi, dei cannibali, di Hitler o dell’ISIS ma molto alcol, veramente tanto: dagli incidenti stradali al coma per intossicazione.

Una coscienza collettiva migliore e più critica rispetto a questi fenomeni ed al loro dimensionamento farebbe bene a tutti, paradossalmente anche ai mercati leciti, dove gli operatori seri non hanno alcun interesse a trasformare i clienti in malati cronici ma, se non vogliono sparire, debbono adeguarsi alle strategie di chi, trovando terreno fertile nella nostra ignoranza, mira soprattutto quantitativamente a prodotti e situazioni ad hoc per incrementare il fatturato, costi quello che costi (naturalmente paghiamo noi).

Così forse, per quanto riguarda la cura ricorderemmo quattro cose che dovrebbero essere “evidenti” ma, ancora, chissà perché, non lo sono: 1) per molte patologie gravi, invalidanti e mortali che colpiscono la popolazione attiva, è tutto il sistema socio-sanitario ad occuparsene trasversalmente (pensiamo ad esempio all’ipertensione, alle patologie cardiovascolari, al diabete o al cancro); i programmi di cura sono differenziati e con più livelli di intensità e specializzazione: non viene tutto concentrato solo su singole unità di offerta, con obblighi di competenza territoriale, come avviene per i SERD (quindi c’è qualcosa che non funziona nell’organizzazione generale dell’intervento, non nei Servizi Dipendenze); 2) se si vuole promuovere un intervento precoce sulla popolazione attiva da parte di personale specializzato in luoghi specifici, occorrono sedi adeguate, belle, accoglienti, dotate qualitativamente e quantitativamente dell’organico necessario, e, sebbene in rete, differenziate tra loro, per offrire la scelta informata di una più ampia gamma di programmi di cura; 3) Internet ed i mezzi attuali possono essere utilizzati per interfacciare utilmente una popolazione sempre più interconnessa e indirizzarla alla soluzione più adeguata (non sempre è quella sanitaria) ad eventuali problemi, soprattutto in questo ambito dove la rivoluzione telematica di questi anni sembra non aver lasciato traccia; 4) deve essere monitorata più attentamente la situazione delle nuove sostanze psicoattive perché il rischio che si generino epidemie di consumo devastanti non è remoto ma ricordiamoci sempre che le sostanze che provocano più danni le abbiamo già in casa e nei negozi.

Quindi se ora la situazione ci preoccupa e la vediamo da un diverso punto di vista, non possiamo sperare che arrivi Hulk e spacchi tutto, per risolvere il problema. Negli anni ’80 e ‘90 in Italia abbiamo costruito un modo di intervenire, di curare e di prendersi cura particolarmente accessibile, efficace  e che poteva essere di esempio nel mondo. Ma, una volta dimostrato che realmente esisteva la possibilità di arginare e ridurre fenomeni che sembravano incontenibili, nel momento di capitalizzare e consolidare l’esperienza maturata verso interventi di nuova generazione ed in grado di incidere in modo più ampio sui comportamenti a rischio e su tutte le dipendenze patologiche, ci siamo fermati. A livello politico ed amministrativo la questione ha perso priorità e, così, anche a livello sociale più ampio. Quasi come se mercati leciti e illeciti sempre più solidi aggressivi ed organizzati, non dovessero essere disturbati. Quasi come se il flusso economico generato valesse il danno individuale e sociale globale conseguente. Considerando i presupposti, se il tutto deriva da scelte politiche è francamente inaccettabile, ma è ancor di più inquietante se è avvenuto inconsapevolmente, per una serie di (inspiegabili) coincidenze e confluenze di interessi diversi che non sono stati governati.

Se è vero che “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (William Shakespeare, La Tempesta, Atto IV) non dobbiamo lasciare che si trasformino in incubi. Svegliamoci! C’è veramente tanto lavoro da fare.

Dott. Riccardo C. Gatti

Una versione di questo scritto, sotto forma di lettera al Direttore, è stato pubblicato in prima pagina dal Mattino di Napoli il 29 agosto 2017

 

 

2017-09-15T13:14:02+00:00 15 settembre 2017|Tutti gli articoli|