Siamo cambiati noi, non le droghe

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Siamo cambiati noi, non le droghe

 

 

Quando capita che qualcuno muore, nasce il caso e tutti ne parlano. Non c’è ancora la certezza di cosa sia realmente successo ma se una persona assume una droga e, poi, muore è automatico pensare che sia la droga ad uccidere, dopo che il fatto è avvenuto, ma non prima perché, ormai, le droghe non fanno più paura: sono un bene di consumo. Siamo cinici e realistici nello stesso tempo. Gli incidenti capitano anche in auto, ma non per questo la gente non usa l’auto per andare in vacanza.

Gli “esperti” ci spiegano che, ormai, le Nuove Sostanze Psicoattive (quelle che sino a poco tempo fa venivano chiamate “nuove droghe”) si contano a centinaia. Così centinaia diventano i modi potenziali per farsi male. In molti ci riescono, basta parlare con chi lavora nei pronto soccorso. Gli “esperti” ci spiegano anche che bisognerebbe fare di più ma propongono rimedi generici. Leggiamo ma, in fondo, non ci importa. Come per gli incidenti stradali ci si ferma a guardare, per curiosità. Si rallenta, ma poi si riprende velocità: il viaggio continua.

Siamo cambiati noi, non le droghe. E’ vero, ce ne sono sempre di nuove, ma è come ci rapportiamo alla nostra realtà che non funziona. Ricordo almeno trent’anni fa una ragazzina minorenne di buona famiglia che si era innamorata di un tossicodipendente di quelli duri, da eroina. Voleva condividere l’esperienza: non c’era nulla da fare. Quando la vedevano in zona erano gli spacciatori a mandarla via. Un singolo  caso strano di “etica professionale”? Possibile, ma oggi ci sono spacciatori minorenni per consumatori minorenni e di tutte le età. Nemmeno lo sfruttamento dei minori ci fa più paura.

La storia ci dovrebbe insegnare che sempre, la diffusione di droghe ha avuto un potere distruttivo su movimenti, popoli, intere civiltà e che molti eventi relativi alla loro diffusione non sono avvenuti per caso. Dagli anni ’60 ad oggi siamo passati dalla paura, alla “guerra alla droga”, all’atteggiamento fatalistico di oggi. Continuiamo a concentrarci sul singolo episodio ma non vogliamo vedere il tutto. Ci perdiamo in infiniti dibattiti sulla legalizzazione di una sostanza sola e non vediamo la devastazione che tutte le altre droghe (legali e illegali) provocano. A livello politico individuiamo ciò che divide piuttosto che ciò che unisce, trovando, così, sempre nuove ragioni per restare fermi senza alcuna strategia. Slogan irresponsabili spingono le persone a bere, giocare d’azzardo e … a drogarsi ma, sempre, “responsabilmente”! Evidentemente l’unica ragione è quella dei mercati, legali o illegali che siano. E va bene così.

A questo punto, però, non piangiamo i morti e nemmeno quelli che sono vivi, ma vivono male accompagnati da malattie fisiche e psichiche che avrebbero potuto evitare. Non guardiamo con compassione le famiglie distrutte, perché la compassione a posteriori serve a poco. Non rimpiangiamo, nemmeno il fatto che i costi individuali e sociali di questi fenomeni sono enormi.  Soprattutto per le persone più giovani teniamo almeno conto del fatto che il mondo in cui vivono non lo hanno creato loro così: quando uno spacciatore di droga minorenne incontra un cliente minorenne, dietro non c’è un problema di devianza, ma una società che ha fallito.

Siamo cambiati noi, non le droghe. Ma siamo diventati ciò che volevamo essere? In un solo anno, negli USA,  sono morte per overdose più persone che in una intera guerra. E’ questo un costo necessario da pagare? Per cosa? E’ giunto il momento di interrogare noi stessi sulla società che vogliamo costruire. E’ una domanda che viene prima ancora degli interrogativi sugli effetti delle infinite sostanze legali e illegali che paghiamo a caro prezzo con un solo obiettivo principale: essere diversi da ciò che siamo.

Riccardo C. Gatti

Versioni di questo articolo sono  state pubblicate su il Mattino di Napoli e sul Nuovo Quotidiano di Puglia  il 31 luglio 2017

2017-08-21T17:50:08+00:00 21 agosto 2017|Tutti gli articoli|