Il Senatore Gasparri, a proposito della polemica nata sulla distribuzione di pipe per il crack, nell’ambito di iniziative per la riduzione del danno, pone una domanda corretta: “Dato che gli amministratori bolognesi inquadrerebbero la distribuzione delle pipe da crack nell’ottica della cosidetta ‘riduzione del danno’, chiediamo di sapere in base a quali evidenze sostengano ciò, (fonte Il Resto del Carlino)”.
Sebbene all’interno di una polemica e con i toni che la contraddistinguono, la domanda è appropriata, perché troppo spesso, nell’abito degli interventi per arginare la diffusione di droghe e dipendenze, si vedono azioni di ogni genere, finanziate, tra l’altro, con denaro pubblico, dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, che non sono basate su evidenze tecnico-scientifiche e che nemmeno le costruiscono, visto che gli esiti delle azioni stesse non vengono monitorati in modo adeguato e confrontabile.
Mentre tutti gli operatori del settore lamentano carenze di risorse per condurre le attività ordinarie, previste dai Livelli Essenziali di Assistenza, c’è, così, un flusso di danaro non indifferente che si muove di continuo verso una miriade di progetti a termine, grandi e piccoli, di cui non si conosce l’esito e l’efficacia.
La cosa è ancor più preoccupante quando non riguarda singoli progetti ma azioni di sistema, determinate da leggi. Per esempio, il Senatore Gasparri, nello stesso articolo dice: “Il governo, al contrario, ha presentato un disegno di legge – sarà discusso in autunno – per elevare il tetto, in merito alle condanne, da 6 a 8 anni per scontare la pena in comunità e non in carcere. Il governo quindi va in direzione del recupero, offrendo un’alternativa al carcere. Altro che pipe gratis”. Questo orientamento governativo era già noto ed ora si conferma. Avrei pensato che venisse tradotto in un Decreto Legge di immediata applicazione, da presentare alla prossima Conferenza Nazionale. Un disegno di legge prevede, invece, una discussione parlamentare che può diventare anche lunga ma che, probabilmente, sta diventando necessaria.
Se da una parte, infatti, esistono organizzazioni di Comunità che auspicano un transito diretto dei detenuti nelle loro strutture, che evidentemente hanno posti non occupati e disponibili ed hanno anche investito in tal senso, esistono altre organizzazioni del medesimo settore che temono che questo tipo di iniziativa non sia utile e possa essere distruttiva rispetto alle loro modalità operative ed alle loro finalità e che, in pratica, i problemi presenti oggi nelle strutture carcerarie vengano spostati nelle Comunità terapeutiche, senza alcun vantaggio.
Anche in questo caso ed a maggior ragione, rispetto alla distribuzione locale di pipe per il crack all’interno di alcuni progetti, sarebbe opportuno chiedere al Governo di sapere in base a quali evidenze sostenga l’opportunità del progetto di legge che verrà presentato.
Fino ad ora se ne è parlato poco, ma un articolo recentissimo, di Anna Paola Lacatena, pubblicato su L’Avvenire che, non dimentichiamo, è l’organo della Conferenza Episcopale Italiana, apre una serie di questioni che, probabilmente, nemmeno il Governo si aspettava potessero essere sollevate, proprio da questa area del mondo dell’informazione. Il titolo dell’articolo è emblematico: “I detenuti con dipendenze nelle comunità terapeutiche? Dieci motivi per dire no”.
In ogni caso è ottima l’idea di iniziare a programmare esaminando le evidenze che possono sostenere la fattibilità e l’efficacia di azioni progetti e azioni legislative, senza basarli su idee estemporanee o su attività di Tavoli di opinione, validi per tutte le stagioni, ma con scarsa consistenza tecnico scientifica o reali competenze, esperienze (e responsabilità) a livello di programmazione.
Riccardo C. Gatti
