I mercati legali che traggono profitto innescando forme di dipendenza, possono essere aggressivi e pericolosi quanto quelli illegali o, forse, anche di più perché i consumi e i comportamenti proposti attivano meno il nostro spirito critico, proprio perché legali.
Infatti parliamo di droghe illecite come una emergenza devastante da più di cinquant’anni, ma diamo per scontato che il fumo di tabacco provochi più di 90.000 morti all’anno, solo in Italia, e che l’alcol arrivi a provocarne altre 20.000, con un decesso su quattro nella fascia di età compresa tra i 20 e i 24 anni. Cause di morte evitabili che colpiscono meno l’attenzione di una singola overdose in un parchetto. Sembrano non importare, pur portando con sé tante storie di dipendenza e malattia.
In questa problematica situazione c’è anche chi pensa che, trasformando ciò che è illecito o strettamente regolamentato in modo restrittivo, in qualcosa di lecito e accessibile oppure, viceversa, qualcosa di lecito e accessibile in qualcosa di illecito o di strettamente regolamentato, si risolvano molti problemi. Purtroppo non è così e non è solo storia del passato quando gli USA inventarono il proibizionismo degli alcolici per, poi, fare marcia indietro.
Pensiamo al gioco d’azzardo. Da sempre problematico, all’inizio degli anni ’90, è stato liberalizzato, anche per trovare nuovi fondi per lo Stato italiano. Lo scopo dichiarato era quello di portare alla luce il gioco d’azzardo sommerso, gestito illegalmente. Diversi Governi si mossero in questa direzione. Oggi le modalità di giocare d’azzardo sono molteplici e diffuse e i diversi gestori dovrebbero operare anche in modo di contenere il gioco patologico. Risultato: la raccolta di gioco d’azzardo nel nostro Paese ha superato i 150 miliardi di euro, una cifra pari a circa l’8% del Prodotto Interno Lordo e frutta alle casse dell’Erario oltre dieci miliardi di euro l’anno, ma provoca un sovraindebitamento diffuso, e anche dipendenza patologica per un numero molto grande di persone con anche infiltrazioni criminali nel settore, a scopo di riciclaggio. Abbiamo percorso la strada migliore?
Uno sguardo oltre oceano ci riporta ad una diversa rappresentazione della medesima questione. Parlando di droghe illecite negli USA, viene alla mente lo spropositato numero di morti per overdose che, in pochi anni, hanno ampiamente superato quelli di una guerra convenzionale. Così, a ragione o a torto, sono passati in secondo piano i problemi connessi all’uso di una droga, ormai già legale in molti Stati, probabilmente nel pensiero che, una volta legalizzata, cessassero i problemi legati al suo consumo. Trump, infatti, ha promosso la riclassificazione federale della cannabis tra le sostanze con un potenziale di abuso da moderato e basso: un vantaggio per il consolidamento della produzione ed il commercio legale.
Problema risolto? Niente affatto.
Il New York Times che ha un orientamento Liberal e progressista ora titola, in un suo recente editoriale del 9 febbraio 2026: “E’ giunto per gli USA il momento di riconoscere che ha un problema relativo alla Marijuana” (“It’s Time for America to Admit That It Has a Marijuana Problem”). Per il giornale, non si tratta di una marcia indietro verso il ritorno ad una situazione in cui la cannabis era illegale, ma una considerazione su come “L’allentamento delle politiche sulla marijuana – in particolare la decisione di legalizzarla senza regolamentarla adeguatamente – abbia portato a risultati peggiori di quanto molti americani si aspettassero”. Una sorta di mea culpa, quando il NYT dice di aver descritto, a torto, negli editoriali “la dipendenza e la dipendenza dalla marijuana come problemi relativamente minori” aggiungendo che, in molti, avevano affermato che la marijuana era una droga innocua che poteva persino portare benefici netti per la salute e che la legalizzazione non avrebbe portato a un maggiore uso, ma è “ora chiaro che molte di queste previsioni erano sbagliate”. L’invito del NYT nel suo editoriale è quello di “riconoscere la realtà e cambiare rotta”.
Un qualcosa molto difficile da attuare perché, come per il gioco d’azzardo in Italia, nel momento in cui si è consolidata una catena produttiva e di offerta che serve un numero ampio di consumatori, un passo indietro potrebbe ributtarli nelle mani del mercato illecito, mettendo anche in difficoltà imprese lecite, relativi investitori e le entrate fiscali. E si noti che qualcosa di simile a quanto è accaduto per la cannabis sembra già da qualche anno in preparazione negli USA con un proclamato “rinascimento psichedelico” che nasce nella Silicon Valley e che, più del ritorno di una “controcultura”, potrebbe diventare una iniziativa commerciale in grande stile, con le conseguenze del caso.
Penso che, di fronte ad una realtà molto mutata rispetto a quella del secolo scorso, ci sia sempre meno bisogno di “Stati etici” che, in base a criteri arbitrari, vietano o, viceversa, permettono consumi e comportamenti a tutti i cittadini. Si tratta di una posizione sempre meno efficace e sensata. Abbiamo bisogno di Stati che, anche alleati tra loro, siano in grado di tutelarci in una società che, interconnessa, ha aumentato la sua capacità di condizionamento ai consumi, anche quelli più pericolosi. Se la repressione dei traffici illeciti rimane indispensabile, la decisione di ciò che è illecito e di ciò che non lo è, assieme alle relative regole, va meglio ponderata, anche in senso previsionale, e verificata nei suoi effetti reali: ogni scelta in questo ambito comporta vantaggi e svantaggi e l’illusione trasmessa dalla politica e dalla comunicazione che i vantaggi siano da una parte sola è, appunto, una illusione che porta, come abbiamo visto, ad errori gravi.
Probabilmente servirebbe anche far crescere informazione, prevenzione, spirito critico, cultura e attività di prossimità, assistenza e cura per chi ne ha bisogno e, questo, lo diciamo da anni, eppure, proprio in questo ambito, gli interventi strutturati, continuativi e, soprattutto, valutati oggettivamente nella loro reale efficacia (!) rimangono pochi e, comunque, sempre inferiori alla necessità. Perché? Le civiltà occidentali hanno ormai imboccato un percorso in cui, più che tutelare il benessere dei cittadini, tutelano i profitti dei mercati, qualunque essi siano, pensando sia la stessa cosa?
A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina e, quindi, mi fermo qui.
Riccardo C. Gatti
