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Tossicodipendenti, niente carcere: “Una riforma importante. Ora però strutture e coraggio”. Così titola un articolo de La Nazione dove l’avvocato Marco Treggi, presidente della Camera penale di Lucca, dice, tra l’altro, “Attualmente non abbiamo comunità terapeutiche sufficienti, personale qualificato, servizi per le dipendenze adeguati e risorse per seguire i programmi“.

Ma se è così, cosa che non dubito, in quanto tempo ci si immagina di poter creare dal nulla strutture che non esistono, adeguare i servizi dipendenze e reperire (e formare) il personale adeguato?
Direi che il tutto potrebbe ragionevolmente richiedere un orizzonte temporale di almeno cinque anni, ma solo se ci si inizia a lavorare da ora. C’è chi, giustamente, ha sottolineato che le risorse messe a disposizione permettono solo l’esecuzione si un numero ridotto di percorsi in Comunità ma, se si trovasse il modo di aumentarle, il problema sarebbe risolto?

Credo che se si vuole creare la condizione perché i “percorsi esecuzione della pena siano più efficaci nel ridurre la recidiva e risolvere in radice la genesi dei molti crimini che derivano dallo stato di tossicodipendenza” non ci siano alternative ad un lavoro preparatorio che richiede tempi tecnici per essere fatto.

Questo tenendo anche presente che l’attuale sistema di intervento deve continuare ad esercitare le sue funzioni e non può, quindi, occuparsi solo di chi deve scontare una pena. Inoltre l’evoluzione degli scenari inerenti le dipendenze suggerisce già l’opportunità di iniziative di adeguamento di sistema e di nuovi modelli organizzativi e di offerta ancora tutti da sviluppare, in una situazione in cui la carenza di risorse si fa sentire ovunque.

Si è detto poco, inoltre, sulla questione reinserimento, una volta scontata la pena ed alla uscita dalla comunità.
Senz’altro anche la permanenza in carcere non risolve il problema del reinserimento ma, proprio per questo, siamo di fronte ad un punto nodale. Altrimenti a che serve la Legge?
Le persone entrano in Comunità a scontare la pena e per affrontare la loro dipendenza patologica, ma poi ne devono anche uscire ed essere accompagnate verso un reinserimento sociale, con una occupazione e dei precisi riferimenti di supporto territoriale qualificato che, magari, non hanno mai avuto e che non è detto che esistano dappertutto.
Il SERD ha possibilità limitate in questo ambito e la comunità, dove si è scontata la pena, può essere altrove.
Chi, quando, e con quali mezzi reali interviene, dunque, in questo ambito, considerando che ci troviamo di fronte a molte persone che hanno, probabilmente, bisogno di supporto?
Se tutto ciò non viene risolto, il percorso previsto può diventare inutile, almeno per chi ha commesso un reato e non ha risorse proprie. La Legge finirebbe per detensionare la situazione di sovraffollamento delle carceri, ma solo momentaneamente, perché non escluderei, in diversi casi, ed in mancanza di supporti accessibili e molto ben strutturati, non solo la ricaduta nella dipendenza, ma anche il rientro in attività illecite.

Riccardo C. Gatti

Tossicodipendenti, niente carcere: “Una riforma importante. Ora però strutture e coraggio”

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