Leggo, in un articolo di Tutto Sanità dal titolo “Lo smartphone come la coperta di Linus: la dipendenza digitale”: “Siamo davanti un mondo completamente nuovo, che ovviamente non va demonizzato, né considerato la causa di ogni male, cosa che è spesso tranquillizzante e deresponsabilizzante per il mondo dei grandi. Bisogna imparare a conoscerlo e gestirlo, proteggendo i nostri ragazzi non dal mondo in sé, ma dalle sue potenziali degenerazioni”.

Sono le parole di un collega, il prof. Gabriele Sani, psichiatra e responsabile del CEPID del Policlinico Gemelli di Roma. Sono parole che condivido, ma che sono collocate in una trattazione che, lanciando una serie segnali di allerta che riguardano sostanze stupefacenti, smartphone, social media, internet, e videogiochi, iperconnessione ed anche l’intelligenza artificiale, specifica che “decine di migliaia di adolescenti italiani soffrono o sono a forte rischio di dipendenze comportamentali”.

Viene data una spiegazione: “Questi ragazzi sovente hanno un disagio o una vera patologia psichiatrica che si manifesta attraverso la dipendenza” aggiungendo, poi, che l’American Medical Association (JAMA), evidenzia come la dipendenza da smartphone riguardi ormai la stragrande maggioranza degli adolescenti e chiudendo il tutto ribadendo un quadro preoccupante sull’aumento dell’uso di droghe.

Ora, se solo la dipendenza da smartphone riguarda la stragrande maggioranza degli adolescenti, considerando che ci sono anche le altre forme di dipendenza, citate nell’articolo, ma anche quelle non esplicitamente citate (dipendenze affettive, shopping compulsivo, gioco d’azzardo, dipendenza di farmaci ecc.), ciò che viene rappresentato è che siamo di fronte a una generazione Z essenzialmente malata di patologie psichiatriche, di cui le dipendenze sono il sintomo. Questa rappresentazione è ciò che si può ricavare dalla lettura di diversi articoli sull’argomento.

Essenzialmente si analizzano nuovi comportamenti giovanili, legati ai cambiamenti della società contemporanea, come potenziali manifestazioni di patologia. È vero che, da sempre, in ambito psichiatrico i confini tra salute e malattia sono spesso sfumati e oggetto di discussione, ma il rischio di una trattazione di questo tipo è quello di trasmettere, soprattutto, una sensazione di impotenza in chi la legge, con due possibili conseguenze. La prima, meno probabile, è quella di portare il figlio adolescente dallo psichiatra per verificare il suo stato di salute a scopo preventivo. La seconda, più probabile, di accettare che la dipendenza non è (più) una patologia o un sintomo di patologia, ma il nuovo stato di normalità nella società dei consumi interconnessi.

Se lo smartphone è diventato la coperta di Linus ci sarebbe, comunque, da chiedersi cosa gli potrebbe accadere togliendogli questa fonte insostituibile di sicurezza psicologica, conforto e stabilità emotiva. Nel personaggio di Shulz già lo sappiamo: sintomi psicosomatici, astinenza, panico. Ma siamo proprio sicuri che lo smartphone sia uno strumento di difesa e che determinati comportamenti non siano funzionali alla sopravvivenza nella società che abbiamo costruito, senza nemmeno comprenderla a fondo nella sua essenza ?

Riccardo C. Gatti

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