Il Mattino scopre una realtà che dovrebbe essere, ormai, nota e cioè che “c’è qualcuno senza il quale il mondo della droga semplicemente non esisterebbe. Il cliente”.

Attraverso una analisi fatta dai Carabinieri a Napoli, spiega che gli assuntori hanno caratteristiche eterogenee. “Studenti, camerieri, rider, imbianchini, ristoratori, agricoltori, pescivendoli, baristi, operatori sociosanitari. Ma anche medici, fisioterapisti, avvocati, insegnanti, un radiologo, conducenti di ambulanze e scuolabus, tassisti, pensionati. All’altro estremo compaiono persone con pochissime risorse economiche, dipendenze consolidate e condizioni di forte marginalità”.

Questa eterogeneità mette in crisi uno stereotipo che tutti abbiamo in testa: quello del “drogato”, scrive Il Mattino. Parla di Napoli, ma il ragionamento vale per tutto il Paese. A mio parere tutto ciò dovrebbe anche far pensare ai nostri modelli di intervento ed alle norme che, invece, sembrerebbero rivolgersi ad una unica tipologia di consumatore. Eppure, come scrive Il Mattino, “Esistono consumatori diversi, sostanze diverse, capacità economiche diverse, esigenze diverse”. Ovvio? Non tanto.

Da dove nasce lo stereotipo del drogato che abbiamo in testa? Penso che nasca nel secolo scorso, da una emergenza droga che riguardava essenzialmente gli eroinomani, dai servizi della televisione di allora, dagli scritti dei giornali in cui Pasolini equiparava il drogarsi al desiderio di morte, dalla nostra legge, ancora in vigore, che, se non ci fosse stato un referendum del ‘93, avrebbe previsto anche il carcere per chi non si curava (o non guariva).

Anche a quei tempi esistevano consumatori diversi per sostanze diverse. I consumatori di cocaina stimati, superavano i consumatori di eroina ma, da allora, i drogati vennero identificati con una unica categoria, deviante, emarginata, stigmatizzata, costituita da chi moriva di overdose per strada o in casa, da chi moriva di AIDS e poteva contagiare gli altri, da chi doveva essere cacciato, chiudendo le fontanelle nei parchi e togliendo l’acqua dalle acquasantiere delle chiese per impedirgli di prepararsi la dose; da chi doveva stare distante anche dalle farmacie, almeno quelle che esponevano il cartello: “qui non si dispensano siringhe.”

Non è una bella storia quella della diffusione di droga in Italia e, quando viene raccontata, ancora oggi, è intrisa di retorica pietistica, di atti di coraggio e disperazione, di fatti di cronaca terribili, e di esaltazione di eroi salvatori. Insomma una retorica di guerra dove si presuppone un nemico esterno CONTRO cui combattere.

Ma è questa la realtà o abbiamo a che fare con qualcosa di diverso? “C’è qualcuno senza il quale il mondo della droga semplicemente non esisterebbe. Il cliente”. Ma, se non ci fermiamo ad una analisi superficiale, ci accorgiamo che il cliente assomiglia in modo inquietante a ciascuno di noi. Forse è questo che ci fa paura e ci impedisce di essere lucidi, quando cerchiamo di arginare e circoscrivere un problema che esiste ed è anche grave e diffuso.

Se non ci fermassimo agli stereotipi scopriremmo che la retorica di guerra, in definitiva, non ci aiuta. Può servire a cercare consensi elettorali, ad arricchire i talk televisivi, a distinguere i buoni dai cattivi, a valorizzare maggioranze e opposizioni, a mettere in galera qualcuno per tirarne fuori qualcun altro, ma non rappresenta la realtà e non ci aiuta a comprendere ed a risolvere i problemi che abbiamo.

Riccardo C. Gatti