Leggendo articoli da diverse fonti o ascoltando pronunciamenti politici si scopre che l’uso di droghe e la dipendenza diventano quasi sinonimi. Il Dipartimento della Presidenza del Consiglio che si occupa di queste problematiche, infatti, è stato denominato “Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze”.
Nella vita reale, però, l’uso di droghe non equivale necessariamente ad una dipendenza: anche manuali diagnostici come il DSM 5 hanno, da tempo, eliminato la vecchia distinzione tra “abuso” e “dipendenza” da sostanze, sostituendola con un unico disturbo che può avere diversi livelli di gravità. Le stesse dipendenze comportamentali possono essere la conseguenza di un determinato comportamento e non si identificano direttamente con il comportamento stesso.
Tuttavia, il nostro Sistema di intervento sulle (appunto!), dipendenze, nasce con il DPR 309/90 ed un presupposto: quello di spingere chi si droga alla cura. Inizialmente, se non si curava, poteva addirittura incorrere in conseguenze penali anche gravi, sino alla detenzione (percorso, questo, abrogato nel ‘93). In ogni caso, tutto il Sistema di Intervento, almeno inizialmente, è stato configurato come qualcosa di primariamente connesso ad un apparato di controllo sociale di lotta alla droga, assieme a Forze dell’Ordine, Prefetture e Sistema Penale, più che al Sistema Sanitario Nazionale. Insomma, un apparato primariamente indirizzato a contenere, prima di tutto, la diffusione dell’uso di droghe, più che alla tutela della salute.
Il lavoro, negli anni, di chi operava nel settore, ha cercato di mutare questo imprinting iniziale, con risultati parziali, ma anche con grosse difficoltà nel cercare di realizzare interventi precoci, evitando di diventare un contenitore di cronicità. Parallelamente anche le Comunità Terapeutiche non sono rimaste estranee a queste problematiche che, inizialmente, le vedevano come luoghi dove andare a “chiudersi” per “salvarsi” dalla droga. Anzi, ai tempi, si postulava come fosse importante che la Comunità fosse lontana, staccata dal proprio territorio: una sorta di clausura.
Sono passati molti anni, gli scenari sono cambiati, il mondo stesso è cambiato, ma alcuni problemi originari non sono stati risolti. Il Sistema di intervento sulle dipendenze (ammesso che sia davvero un Sistema e non un aggregato, regolamentato, di singoli solisti) rimane ancora troppo isolato da tutti gli altri ambiti della tutela della salute. Fino ad ora ha svolto egregiamente la sua funzione di argine a problemi peggiori, ma non è detto che questo lo renda adeguato per la prossima evoluzione degli scenari. La stessa estensione della sua funzione a tutte le dipendenze amplia il campo di azione ma, ancora una volta, lo concentra su una delle conseguenze patologiche di un comportamento su cui bisognerebbe intervenire prima, non dopo che si è consolidato nella patologia.
Per quanto riguarda le droghe, nel mondo, si vanno diffondendo mix di sostanze sempre più pericolosi e difficili da gestire, se non costruendo reti di intervento diffuse e molto più veloci delle attuali, nel costruire percorsi tra medicina territoriale, servizi specialistici anche ospedalieri e servizi di cura dedicati multilivello (compreso il residenziale). Insomma, l’idea del Servizio Dipendenze come unico luogo del territorio a cui rivolgersi in caso di problemi, anche legali, e della Comunità terapeutica, come ambito di clausura, è superata da tempo, ma la costruzione di reti di intervento diffuse e capaci di azioni precoci è ancora in fase embrionale. Richiederebbe, tra l’altro, ripensamenti legislativi e normativi a livello nazionale che, per ora, non sono all’orizzonte.
Speriamo che questa evoluzione non arrivi, come spesso accade, troppo tardi.
Riccardo C. Gatti
Da tempo vado sostenendo (anche in tempi migliori di oggi) la necessità di una evoluzione in questo settore: non perdo la speranza che questo avvenga. Ma, intanto …gli anni passano.