Quel momento prima del salto

Home/Tutti gli articoli/Quel momento prima del salto

Quel momento prima del salto

saltoL’attuale situazione di quella che un tempo si chiamava “l’azione antidroga” è, francamente, imbarazzante. Esiste un Dipartimento Nazionale per le Politiche Antidroga presso la Presidenza del Consiglio ma molte Regioni sono fermamente convinte che dopo la riforma del titolo V° della Costituzione il tema sia di loro competenza e che lo Stato centrale (se non per alcune indicazioni generali come la definizione dei livelli minimi assistenziali) non debba entrare nel merito di quanto le Regioni stesse fanno. “Si deve innestare una marcia nuova, perché la lotta alla droga non perda slancio” sottolinea Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, dando il via alle Consultazioni periodiche sull’argomento ma, intanto, le Regioni ne organizzano altre in autonomia, praticamente sugli stessi temi. La realtà è che ciascuno intende, ormai, andare per la propria strada. Il nuovo titolo quinto della Costituzione nell’art. 114 stabilisce che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, definendo una sorta di “pari dignità” tra tutte le istituzioni territoriali, ma è possibile pensare (come, probabilmente, si pensa a livello periferico) che il coordinamento trasversale tra istituzioni territoriali possa determinare, di fatto, politiche, strategie ed azioni a livello nazionale? Il problema non è da poco e la risposta non è scontata. L’azione delle diverse istituzioni, ad esempio dal punto di vista normativo e regolatorio, dovrebbe comunque uniformarsi ed armonizzarsi con quella del “sistema Stato” di cui fanno parte ma “l’intensità” di questa armonizzazione o, in un certo senso, … subordinazione, non è definita. Lo abbiamo visto anche di recente quando alcuni Sindaci, tramite ordinanze diversamente concepite, hanno deciso sistemi sanzionatori paralleli a quelli previsti dalla attuale legge sulla droga. E se, oggi, sono le Regioni, a rivendicare in tema di azione preventiva, terapeutica e riabilitativa,  la propria autonomia nei confronti della Presidenza del Consiglio, domani potrebbero essere i Comuni a fare la stessa cosa nei confronti delle Regioni (e, in parte, lo stanno già facendo). C’è chi pensa, con qualche ragione, che il problema possa essere legato soprattutto alla diversità di colore politico. La realtà, tuttavia, è più complessa ed ha a che fare con cambiamenti istituzionali profondi e, forse, non sufficientemente ponderati e metabolizzati in tutti i loro effetti. Il Paese sta trovando un nuovo equilibrio in cui i rapporti tra Istituzioni debbono essere necessariamente rimodulati o, in alcuni casi, ridisegnati in toto. Insomma chi si aspetta che la questione possa essere risolta magicamente tra un anno, con le elezioni Regionali, sbaglia.

Nel frattempo un vero governo dell’azione antidroga continua a non esistere. L’unico meccanismo di stabilizzazione della realtà nazionale è rimasto legato all’azione di qualche Organizzazione di settore e ad alcuni singoli che hanno ancora voglia di sedersi a più tavoli portando posizioni ormai note da anni. Il tutto senza ottenere grandi risultati ma, almeno, evitando le pericolose derive cui si può andare in contro in un periodo di transizione. Il rischio è , però, che, poco per volta, ciascuno sia portato a rappresentare soprattutto i propri temi di interesse o gli interessi di chi rappresenta. Quella che, un tempo, si chiamava “azione antidroga” diventa così, principalmente, una parziale manutenzione dell’esistente dove il “volare bassi” rimane la regola generale: le difficoltà nel bilancio generale della nazione sono note. Infatti il sistema di intervento e, più in generale, il pensiero e l’azione di settore, sono in grave involuzione. L’azione antidroga gradualmente si riduce, soprattutto, ad interventi “manifesto” di questo o di quel politico locale ed al mantenimento di sistemi di offerta sempre più deboli, autocentrati e contenitori di cronicità.

Come si sia arrivati a questa situazione è difficile a dirsi fatto sta che, probabilmente, la spinta a fare e ad innovare è esistita sino a quando si trattava di contenere una devianza. Oggi che l’uso di droghe non è più necessariamente la rappresentazione di una devianza, la spinta si è esaurita. Probabilmente sempre più persone considerano ormai le droghe … come l’alcol, nonostante la legislazione in vigore le veda ancora in modo profondamente diverso. La generazione dei trentenni e dei quarantenni, le persone, cioè, che oggi hanno il ruolo contemporaneo di giovani genitori e di educatori hanno una visone del problema diversa, molto più “laica”, rispetto a quella della generazione precedente di cui fa parte chi costruisce norme e regole. Non per nulla, chi ha cinquant’anni o più, ha ancora in testa la “lotta alla droga”, in senso globale, mente chi è più giovane, parlando di prevenzione, pensa alla prevenzione delle tossicodipendenze. Si tratta di posizioni molto differenti più sul piano generazionale che politico. Insomma, mentre tutti contrastano, anche culturalmente, la droga che ha a che fare con la devianza e l’emarginazione, le posizioni si scindono quando si considera la droga come “additivo” socializzante, dopante o modulante l’umore e la risposta allo stress.  Sta arrivando il momento in cui si dovranno fare i conti con una opinione pubblica che sta cambiando ma i tempi “politici” non sono ancora completamente maturi. L’argomento droga tende a sparire dai temi elettorali perché le diverse visoni etiche connesse alla questione suscitano ancora conflitti trasversali agli schieramenti. Ma è proprio questa “trasversalità” ad essere un indicatore importante. Al di là delle posizioni di bandiera decise dai leader, e dalle differenze culturali storiche (e un po’ obsolete) tra proibizionisti ed antiproibizionisti, infatti, esistono ormai profonde differenze di “cultura generazionale” che attraversano la nazione. E’ chiaro perciò che, quando si tornerà a cercare una vera “sintesi politica” di alto livello in grado di riformulare un senso comune del Paese rispetto alla questione, per tradurlo in azioni concrete, si genereranno scenari di pensiero e di azione anche molto differenti dagli attuali.

In questo senso, le attuali scaramucce tra Stato e Regioni (che, si noti bene, non hanno come tema la droga e la sua diffusione ma i conflitti di competenze “amministrative” tra Assessorati regionali e Uffici centrali del Governo), rappresentano solo la ricerca di un nuovo equilibrio istituzionale, così come avviene anche in altri settori. Non sono e non saranno risolutive, invece, rispetto alla necessità di un’ampia revisione politica, culturale ed operativa dell’argomento rispetto ad un Paese che ha bisogno di un governo della situazione di “nuova generazione”, meno collegato ai concetti di contenimento della devianza, da una parte, e di “epidemia” sanitaria dall’altra. Se e quando questa revisione verrà operata, molti concetti che hanno regolato sino ad oggi il dibattito politico, le norme legislative e l’attuale modalità di intervento repressivo, sanitario e assistenziale, diventeranno rapidamente obsoleti. Molte posizioni tendenti alla conservazione dell’esistente perderanno significato. Sarà interessante osservare da dove partirà istituzionalmente la costruzione di un intervento di nuova generazione se, cioè, dallo Stato Centrale, dal Governo o dal Parlamento oppure, ancora, da un ambito Regionale o ancor più localizzato. I tempi sono ormai (quasi) maturi per affrontare compiutamente la questione. Quanto prima verrà affrontata, tanto forti saranno le contrapposizioni culturali generazionali trasversali agli schieramenti politici, ma un allungamento dell’attuale fase transitoria potrebbe rendere più complesso e delicato il passaggio tra “sintesi politica”, elaborazione di una nuova strategia ed operatività. Ciò di cui sono sicuro è che ormai è anacronistico cercare di continuare a rappezzare ed a conservare un sistema (legislativo, repressivo, preventivo, terapeutico e riabilitativo) che appartiene al passato e, quindi, senza aspettare troppo, per non perderne l’esperienza, bisogna costruirne uno nuovo che tenga conto del presente e del futuro.

Riccardo C. Gatti 10.5.09

2016-10-17T14:09:07+00:00 10 maggio 2009|Tutti gli articoli|