E’ sempre straordinario scoprire quanto siamo disposti a pagare per tutto ciò che rafforza la nostra fragilità. – Riccardo C. Gatti

 

 

 

home page "indipendente" sulle tossicodipendenze, sulle droghe e sul sistema di intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo di Riccardo C. Gatti (Medico, Psicoterapeuta e Specialista in Psichiatria, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze della A.S.L. Città di Milano

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l futuro dei Ser.T.

 

A volte sono i segnali apparentemente piccoli a dare indicazioni rispetto ad importanti evoluzioni future. Spesso si tratta di segnali non deboli intrinsecamente. Piuttosto si tratta di segnali chiari che non sono letti perché coperti da un rumore di fondo intenso che porta a pensare ad altro. I Servizi Tossicodipendenze (Ser.T.), ad esempio, avranno un futuro? Mettendo da parte le profezie che arrivano da civiltà più o meno lontane che ci ricordano che nessuno avrà un futuro perché il mondo finirà quest’anno, esistono dei segnali che ci possono parlare del futuro di questi Servizi pubblici?

Esistono. Peccato che molti nemmeno li conoscono o, se li conoscono, li ignorano anche se definiscono il posizionamento dei Ser.T. all’interno dei sistemi di cura. Parte di questi segnali si chiamano L.E.A., Livelli Essenziali di Assistenza. Definiscono cosa deve essere garantito dal Servizio Sanitario. E’ ovvio che in periodi di vacche magre (e questo è il nostro futuro più generale) ciò che è essenziale verrà garantito, il resto è difficile pensare che possa avere molta fortuna.
Cosa dicono i L.E.A. per il nostro settore? Garantiscono la cura delle tossico e delle alcoldipendenze.  Nient’altro.
Un altro segnale è la definizione della tipologia generale della prestazione. La cura delle tossico-alcoldipendenze  oggi è considerata “di base” e non specialistica tanto è vero che, come per il medico di famiglia, al Ser.T. si accede direttamente e non si pagano compartecipazioni alla spesa (Ticket).

Fin qui apparentemente tutto torna, infatti la maggior parte dei pazienti dei Ser.T. sono tossicodipendenti o alcoldipendenti e, cioè, persone che hanno una dipendenza da sostanze. 
Noto tuttavia che, qualcuno, ha cominciato a chiamare i Ser.T. … Ser.D. (Servizi Dipendenze). Eliminando “Tossico” ha lasciando intendere che non esiste solo la dipendenza da sostanze. Alcuni Servizi Pubblici, infatti, si prendono cura anche di giocatori d’azzardo patologici, di shopper compulsivi, di dipendenti da tecnologie, insomma di persone che hanno una “addiction” che non ha a che fare con droghe o alcol.
Facendo questo rivelano una attenzione realistica alla situazione generale ed ai bisogni di cura, esprimono propensione all’esistenza di un settore clinico più ampio ma … producono anche un potenziale “danno erariale” (visto che lo Stato non ha previsto questo tipo di intervento nel Livelli Minimi di Assistenza) quando le spese delle cure di questo tipo non sono fatturate ai pazienti. Attenzione, non parlo di partecipazione alla spesa (Ticket) come per gli ambiti specialistici, ma di pagamento della spesa intera della cura (perché questo settore, oggi, specialistico non è!).
 
Ora io sono convinto che se i L.E.A., in un futuro prossimo, non comprenderanno anche le dipendenze non legate a sostanze e se il sistema dei Ser.T. non verrà spostato (anche) su un livello specialistico (con pagamento del Ticket da parte dei cittadini non esenti in base al reddito) almeno per alcune prestazioni, così come avviene in altri ambiti specialistici, il settore avrà ben poca evoluzione e rimarrà fermo al palo.  Il futuro dei Ser.T (o Ser.D. che siano) diventerà, così, progressivamente sempre più marginale non solo nel sistema di cura ma anche nel sistema assistenziale. I Servizi saranno trasformati definitivamente in una sorta di contenitore di marginalità irrisolte, radiate dall’intervento di altri sistemi sia sanitari che di assistenza sociale. Non per nulla per i tossico - alcoldipendenti già si parla sempre meno di “cura” e sempre più … di “trattamento” che è un’altra cosa.   

Quindi suggerisco grande attenzione a cosa definiranno i L.E.A. per questo settore ed alla collocazione di almeno parte delle prestazioni di cura in un livello specialistico. Considerando la situazione economico – finanziaria generale questi posizionamenti varranno più di mille parole per descrivere il futuro dei Ser.T

Riccardo C. Gatti

2.1.2012

 

 

 

La nuova emergenza droga ? Sono i Servizi Dipendenze!

 

Sarà effetto del nuovo Governo "Tecnico" ma l' Early Warning System (EWS), il Sistema delle Presidenza del Consiglio, gestito dal Dipartimento Politiche Antidroga e "finalizzato ad individuare precocemente i fenomeni potenzialmente pericolosi per la salute pubblica, correlati alla comparsa di nuove droghe e di nuove modalità di consumo, e ad attivare segnalazioni di allerta che tempestivamente coinvolgano le strutture deputate alla tutela e alla promozione della salute e responsabili dell’eventuale attivazione di adeguate misure in risposta alle emergenze segnalate (dal sito EWS)", dopo essersi occupato dal 2009 di sostanze naturali e sintetiche, di morti e di malori, lancia una nuova emergenza dello stesso grado dell'ultima che aveva visto "Altri 5 decessi droga-correlati a Torino negli ultimi 15 giorni".

Ecco come viene descritta: "Aumento della percentuale di NO-TESTING per le infezioni da HIV, HCV e HBV presso i Ser.D. con rischi di compromissione del monitoraggio epidemiologico, ritardo di diagnosi ed accesso precoce alle terapie, aumento della trasmissione delle infezioni". Nel testo completo dell'allerta vengono date una serie di indicazioni su come organizzare i Servizi ed espressi precisi orientamenti operativi come quello di - Organizzare i Ser.D. e i Dipartimenti delle Dipendenze in modo che l’esecuzione dei test sierologici possa essere eseguita “on site”, evitando quindi la migrazione e l’invio in altri servizi esterni o centri specialistici della persona tossicodipendente con conseguente diminuzione dell’aderenza al test -.

E' evidente che l' EWS sta segnalando un problema che esiste ma è altrettanto chiaro che con questo nuovo ALLERTA, il Sistema stesso, sembra ora proporsi come "Direzione Tecnica" del funzionamento dei Servizi di cura (cosa che per un sistema di allerta sembra abbastanza particolare o, almeno, inusuale).

Abbastanza particolare è anche la tabella che espone i dati "ufficiali" relativi alla esecuzione dei TEST relativi alle malattie infettive (AIDS ed Epatiti) a cui possono essere esposti con un maggior rischio i tossicomani (con particolare ma non esclusivo riferimento a coloro che si autosomministrano droghe per via iniettiva). Se osserviamo la % degli utenti Ser.T. testati per HIVnelle diverse Regioni e Province autonome passiamo da un 58% nella P.A. di Trento a un 4,7% della vicinissima P.A. di Bolzano. Ser.T. di Regioni come (ma è solo un esempio) Campania, Friuli, Lazio o Molise testano percentualmente quasi tra volte di più della Liguria, della Toscana o della Lombardia. Insomma numeri un po' strani, nella loro diversità, che meriteranno un approfondimento e, forse, qualcosa di più.

 

Riccardo C. Gatti 13.12.11

 

 

Il coraggio dell’incertezza

 

 

Alle soglia delle dimissioni di Berlusconi il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca) e Forum Droghe hanno lanciato un appello intitolato "Giovanardi addio! (e anche Serpelloni)". Il primo, in qualità di sottosegretario con la delega sulla droga e il secondo come direttore del Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga hanno gestito, secondo i promotori dell'appello; "un'esperienza catastrofica" e, così si chiede “una discontinuità di contenuti, di stile, di cultura” (Fonte Vita). Il Dipartimento Nazionale ha già riposto : «Siamo di fronte a un attacco inconsistente e falso, di semplice sciaccallaggio mediatico». Il MODAVI (Movimento delle associazioni di volontariato italiano),lo ha sostenuto affermando “va salvaguardato l'approccio della tolleranza zero nei confronti della droga senza il quale la riduzione del danno rappresenta soltanto un inutile e dannoso palliativo”(Fonte Vita). 

Suppongo che, con l’avvento di un nuovo Governo, l’Onorevole Giovanardi e, poi, anche il Dott. Serpelloni, probabilmente, lasceranno l’attuale incarico e, oggi, mi sembra prematuro prevedere anche quale sarà il destino del Dipartimento Nazionale Antidroga. Ma non è di questo che voglio parlare quanto, piuttosto, del fatto che, leggendo queste notizie ho avuto la sensazione netta di un tuffo nel passato.
Non è un passato così remoto, come potrebbe sembrare: a volte la percezione del tempo fa brutti scherzi. La legge Fini Giovanardi è del 2006. Già nel 2007 con il Centro Sinistra al Governo il Ministro Ferrero annunciava "Se non si arriva alla Conferenza Nazionale nel rispetto del programma, il Ministro lo farà qualcun altro". Il programma dell’Unione diceva, infatti, “Il decreto legge del governo (la legge Fini -Giovanardi N.d.A.) sulle tossicodipendenze deve essere abrogato". L’unica cosa che si abrogò, per dare un “segno di discontinuità” fu invece il Dipartimento della Presidenza del Consiglio: agonizzò in una gestione liquidatoria sino alla sua ricostituzione con il nuovo Governo Berlusconi.
Siamo nel 2011. Sono passati solo pochi anni da quegli eventi ma, se ci pensiamo, bene moltissime cose sono cambiate. Il mondo non è più lo stesso. Il nostro Paese è (stato) sprofondato nei meandri più scuri di una crisi economica che è, prima di tutto, la crisi di modelli sociali che non reggono più. Anche il significato della droga, la sua diffusione ed anche il modo di consumarla non sono quelli di cinque anni fa. La sensazione del tuffo nel passato, perciò, mi preoccupa perché mi rappresenta con vivida evidenza emotiva che, anche in tema di droga, il nostro Paese è fermo in un mondo che cambia molto velocemente.

In questo ambito più che una “discontinuità” politica servirebbe, ormai, quasi una rivoluzione che ci allontani da paradigmi e dogmi che, originati nel secolo scorso, in un mondo veramente differente dall’attuale, hanno continuato a condizionarci “come se” nulla fosse cambiato. Fino ad oggi, tuttavia, abbiamo vissuto di una deludente staticità, più o meno mascherata. Forse ciò che è mancato è un coraggio dell’incertezza che non poteva avere spazio in una concezione bipolare e molto “televisiva” delle idee, dove tutto deve essere o bianco o nero e lo schieramento diventa obbligatorio. Se lo avessimo avuto ci saremmo accorti che gli stessi concetti cardine delle contrapposizioni storiche di settore, quali ad esempio la “tolleranza zero” o la “riduzione del danno”, erano ormai datati  ma avremmo anche compreso come, parlando di droga, altri concetti fondamentali quali “curare”, “educare”, “prevenire”, “riabilitare” avevano bisogno di essere ri-pensati all’interno di una società diversa da quella in cui erano nati.

Il coraggio dell’incertezza oggi ci può aiutare anche a comprendere che la volontà di semplificare problemi complessi, così come è stato fatto da chi, da destra o da sinistra, ha costruito le politiche di intervento in questo settore,  è stata la caratteristica di un’era che ci ha portato sull’orlo di un baratro: i castelli di carta possono essere anche molto belli ma non sono abitabili e, prima o poi, crollano.
Riusciremo a recuperare una concretezza adeguata ai tempi? Si tratta di uno sforzo non delegabile. Ciascuno di noi dovrà farlo per riuscire nuovamente a pensare ad un futuro migliore del passato. Questa è la vera “discontinuità” che dobbiamo perseguire. Prevenzione, processi educativi, terapia e riabilitazione hanno necessariamente bisogno della prospettiva di un futuro migliore, altrimenti non hanno ragione di esistere.

Riccardo C. Gatti 15.11.11

 

 

 

La tossicodipendenza è una malattia ?

 

 

Per molti terapeuti che lavorano nel settore del trattamento delle dipendenze, oggi non ci sono dubbi: la tossicodipendenza è una malattia. 

I motivi sono vari ma li possiamo trovare ben riassunti, in forma divulgativa, anche in Rete: “L’idea della tossicodipendenza come malattia è oggi sostenibile perché abbiamo la possibilità di definire in maniera adeguata un quadro clinico e un quadro patogenetico. Abbiamo ad esempio della documentazione scientifica abbastanza ampia sul fatto che esistono dei correlati neurofisiopatologici di alterazioni in particolari aree celebrali, tipiche delle dipendenze, non solo da oppiacei e coca, ma anche di alcool, nicotina, gioco d’azzardo, ecc.” (Dott. Dottor Emanuele Bignamini intervista su http://www.cidimu.it ).
 
Quanto sopra affermato porterebbe rapidamente a considerare che la tossicodipendenza sia una malattia del cervello e di competenza, quindi, delle neuroscienze … ma non tutti sono d’accordo.

Il Prof. Gene Heyman (http://www.geneheyman.com/), ad esempio, basando le sue considerazioni su un'ampia varietà di fonti ha cambiato idea circa la natura della dipendenza. La sua posizione ha destato un grande interesse a livello internazionale, sia perché proviene da persona autorevole, sia perché, probabilmente, dà voce e struttura ad una percezione del fenomeno molto diffusa, anche se poco esplicitata a livello di teorizzazione.

Heyman considera la tossicodipendenza come un qualcosa che fa parte di scelte individuali influenzabili da condizioni quali nuove informazioni, valori culturali e valutazioni del costo/beneficio rispetto al continuare l’uso di droghe. La sua posizione, apparentemente “fuori dal coro”, ha suscitato dibattito e reazioni. C’è chi, come  il Scientific Advisory Committee del Canadian Centre on Substance Abuse (CCSA) accusa Heyman di aver semplicemente ignorato l’evidenza proposta dalle ricerche in ambito epidemiologico, genetico, di neuroimaging e riguardanti il trattamento che dimostrerebbero come la dipendenza sia una malattia del cervello (a brain-based medical illness) spesso caratterizzata da una rapida progressione da un uso volontario di droga ad un uso compulsivo.
Quanto sostiene Heyman mette in discussione “certezze” su cui si basano ormai solidi impianti di intervento. Ma esistono anche altri solidi impianti di intervento che, pur non negando in termini assoluti la condizione patologica sottointesa dalla tossicodipendenza, si muovono secondo modelli che hanno più a che fare con i processi educativi che con i trattamenti clinici.

In questi anni, il concetto di tossicodipendenza = malattia è stato ampiamente usato anche a livello di scelte politiche e legislative. Nel sistema penale, chi ha commesso un crimine ma è riconosciuto tossicodipendente gode, ad esempio, di un trattamento diverso rispetto ad altri criminali. A conferma di ciò riporto un brano di una presa di posizione del Capo Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio (Serpelloni) che sottolinea come proprio grazie alla normativa vigente “si è assistito a un aumento dell’uscita dal carcere di persone che avevano commesso reati, ma che erano tossicodipendenti, del 24,9%”. Afferma, inoltre, come sia proprio le legge Fini Giovanardi a permettere a “queste persone di fruire di un’alternativa alla pena per curare il proprio stato di malattia” (Nessuno è mai stato arrestato perchè si droga, l’Opinione delle Libertà, 10.9.2011).

Purtroppo, in campo legislativo (e non solo)  non mancano ambiguità di fondo. Si sostiene,  che il tossicomane, anche se criminale, è prima di tutto un malato da curare ma, poi, il che cosa bisognerebbe curare perché e come, assume caratteri di indefinitezza quasi come se non si avesse a che fare con una malattia specifica. Il programma terapeutico, così, pur partendo da una diagnosi abbastanza univoca e classificata secondo criteri scientifici, finisce per dare spazio ad una pletora di interventi che non di rado hanno poco a che fare con la cura di una malattia del cervello (brain-based medical illness).

Nasce così un dubbio che, evidentemente, non si applica solo alle condizioni carcerarie ma a tutta la questione del trattamento delle tossicodipendenze. Esiste una cura risolutiva per la malattia tossicodipendenza?Ad una prima osservazione la risposta sembrerebbe negativa. Non per nulla alla diagnosi tossicodipendenza si associano spesso i concetti di cronicità e recidività che, credo, la maggior parte dei professionisti di settore sottendono compresi in questo tipo di diagnosi. In realtà, anche in questo caso, la situazione non è così definita se si tengono conto di alcune osservazioni.

Mi sembra interessante riportare, ad esempio, l’opinione espressa su Fuoriluogo nel 2002  da Freek Polak, noto psichiatra olandese, esperto nel trattamento delle tossicodipendenze. Dice Polak “Cominciamo per prima cosa ad esaminare brevemente alcuni inconvenienti che derivano dalla posizione di esperti e di opinion leader che i medici detengono: essi infatti hanno un ruolo di rilievo nel dibattito pubblico sui problemi sanitari. Ma, per ciò che riguarda il problema delle droghe illegali, le informazioni e le conoscenze mediche sono molto ristrette: molti di loro sanno poco del consumo non problematico, poiché si formano un’opinione dalla loro pratica quotidiana. Spesso non sono a conoscenza del fenomeno epidemiologico denominato “illusione clinica” (descritto da Patricia e Jacob Cohen): nel caso del consumo di droghe, la “illusione clinica” è la credenza erronea, fondata su impressioni cliniche, che la dipendenza sia una malattia prevalentemente cronica e a rischio mortale” (Freek Polak, Fuoriluogo.it, Maggio 2002).

Il formarsi una opinione “scientifica” nella pratica quotidiana, dunque, presenta dei rischi legati al fatto di osservare una campo ristretto.  Più in generale ci sarebbe da chiedersi quale parte della domanda di cura fatta ai servizi per le tossicodipendenze non sia in realtà una domanda mascherata di “benefici di legge” fatta da persone che, in molti casi, non hanno bisogno di terapie perché non sono malate anche se usano droghe ma “devono” dichiararsi malate e comportarsi di conseguenza, proprio per ottenere quei benefici.

E’ sempre Polak a sostenere che “I dati statistici sull’efficacia dei trattamenti per le dipendenze dipendono dai criteri di selezione per l’accesso. Se i criteri di selezione sono alti, entrano in trattamento più persone ben motivate, dunque i risultati saranno “migliori”. Se si applicano criteri meno rigidi, i risultati statistici saranno inferiori: questo è il problema della statistica per la cura della tossicodipendenza”. Probabilmente l’osservazione è giusta ma c’è da chiedersi se, oggi, le persone veramente motivate al trattamento (ed anche quelle che ne hanno bisogno, pur avendo un livello di motivazione più basso) hanno almeno la possibilità teorica di avere una risposta coerente dal sistema di cura oppure se il sistema non sia, invece, saturato da una domanda diversa che ben poco ha a che fare con la clinica.

FederSerD una delle più importanti Associazioni rappresentative di settore dice, infatti, in un documento del giugno 2011: “In Italia abbiamo bisogno di più Ser.T. e di più operatori per soddisfare i bisogni dei territori”. Ne deriva che, quindi, al momento, i bisogni non sono soddisfatti e, poiché stiamo parlando di una malattia, non soddisfare i bisogni potrebbe pericolosamente significare non fornire cure adeguate e, in un circolo vizioso, aumentare la consapevolezza tecnica di cronicità rispetto a una malattia del cervello forse curabile ma non guaribile. A questo proposito, ad esempio, è noto il paragone della tossicodipendenza da eroina con il diabete, malattia curabile ma non guaribile, per giustificare il trattamento cronico con oppiacei sostitutivi.

Allo stato dell’arte, comunque, il mondo tecnico – scientifico, mentre non sembra avere dubbi sulla esistenza di una malattia chiamata tossicodipendenza, pare molto più incerto sulla cura della stessa. La stessa Cochrane Collaboration, con le sue analisi, fornisce indicazioni utili sull’efficacia dei trattamenti ma, mentre esistono dati scientifici sui risultati di terapie in corso (o appena ultimate) per forme di dipendenza specifica (es. da tabacco, piuttosto che da eroina o cocaina) diventa quasi impossibile, in base alla letteratura esistente, capire se esista una qualche efficacia trattamentale anche solo a sei mesi dalla fine del trattamento. 

Come se non bastasse una vorace industria della patologia scopre, ogni giorno, nuove situazioni che vengono associate alla malattia dipendenza, eliminando la parte “tossico” della parola non essendo collegate all’uso di sostanze.
Le nuove tecnologie sembrano, oggi, le prime imputate nella generazione di dipendenza (da internet, da telefonino, da videogiochi, da chat, da social network, da giochi di ruolo) mentre, stranamente, le “vecchie” dipendenze tecnologiche (da televisione, per esempio) non godono di particolare attenzione. Sono forse, stranamente, scomparse?  Intanto, assieme alla dipendenza da sesso, da cibo e da gioco d’azzardo, le possibili dipendenze “non da sostanze” sembrano espandersi, almeno a livello classificatorio, e godono quasi maggior attenzione di altre dipendenze da sostanze, questa volta legali, come alcool e tabacco che storicamente, sono quelle che hanno creato e continuano a creare i danni maggiori e più diffusi nella popolazione generale.

Pur tenendo presente che ciò che è patologico crea una discontinuità nei rapporti con sé e con gli altri e nei progetti di vita, mi sembra, francamente, che ciò che viene definito dipendenza risponda a mode ed a tendenze estranee proprio a quelle ricerche in ambito epidemiologico, genetico, di neuroimaging e riguardanti il trattamento che dimostrerebbero come la dipendenza sia una malattia del cervello. Tuttavia, a mio avviso è proprio considerando settori originariamente “collaterali” o “paralleli” a quelli dell’intervento sulle tossicodipendenze da droghe che potrebbero arrivare considerazioni interessanti. La grande capacità dello sport di attivare la disponibilità della “dopamina” e delle “beta-endorfine”, sostanze chimiche endogene del cervello dall’effetto simile agli oppioidi esogeni, come eroina e morfina porta a considerare l’ipotesi conseguente che lo sport, soprattutto quello aerobico, possa attivare situazioni di dipendenza. Si è anche descritta una dipendenza da lavoro, “lavoro-dipendenza ” o “work addiction ”, laddove al lavoro sono dedicati sempre maggiori spazi sino a generare problemi  psico-sociali o fisici. C’è chi si sta occupando di “Dipendenza Affettiva” laddove un'altra persona, ad esempio il partner, diventa unico scopo di vita e chi lavora sullo shopping compulsivo. L’elenco è lungo e potrebbe continuare basta scorrere le voci proposte dai motori di ricerca per accorgersi che dal “trading on line” alla pornografia non esiste, forse, attività umana che non possa generare o, comunque, essere oggetto di una classificazione di compulsività e, quindi, di dipendenza. Quasi per gioco ho cercato la “dipendenza da fermodellismo (modellismo ferroviario)” beh … ho trovato pure quella.

E’ tuttavia interessante notare che, anche nelle descrizioni divulgative, allontanandosi  dalle tossicodipendenze classiche da sostanze, viene usato con maggior frequenza il termine di “sindrome” anziché quello di “malattia”. La differenza non è da poco.

Dal Dizionario Treccani - sìndrome s. f. – Nel linguaggio medico, termine che, di per sé stesso, ossia senza ulteriori specificazioni, indica un complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa, e che può quindi essere espressione di una determinata malattia o di malattie di natura completamente diversa.

Ciò che mi importa considerare infatti è la possibilità di riferire la dipendenza non tanto ad una malattia del cervello (una unica malattia!?) quanto, piuttosto, ad una o più ? sindromi, intese come gli insiemi di sintomi che andiamo osservando nelle persone che consideriamo “dipendenti”.

La rivalutazione della definizione della dipendenza e (della tossicodipendenza) come sindrome (per altro anche la decima revisione  dell’International Classification of Diseases and Health Problems -ICD-10- definisce la “Dependence syndrome”) e non come malattia, si stacca necessariamente da definizioni diagnostiche che danno più importanza all’oggetto della dipendenza che alla dipendenza stessa.

Credo che riconsiderando la dipendenza come sindrome, potremmo anche meglio studiare e cogliere come l’uso compulsivo di una sostanza (ma anche di una situazione), non sia a monte ma a valle di una catena di possibili determinanti di carattere biologico, psicologico e sociale. Determinanti che, combinandosi assieme in uno specifico individuo, possono portare ad una compulsività tale da uscire da qualunque possibile controllo del soggetto stesso.
Ciò potrebbe spiegare perché è esperienza comune notare come, venendo a mancare uno o più degli elementi determinanti, la compulsività può attenuarsi, entrare in una fase di remissione o scomparire.

Tutti gli interventi ad oggi realizzati per trattare la dipendenza da sostanze, dai trattamenti sostitutivi, alle comunità terapeutiche, ai gruppi di auto-aiuto, alle terapie psicologiche, agli interventi sociali, agli interventi educativi e formativi, tendono, direttamente o indirettamente, a cambiare l’equilibrio e la potenza degli elementi che vanno a determinare la compulsività, mutando la storia dell’individuo per sottrarlo alla patologia.

Il nostro problema, quindi, è quello di meglio capire quali e quanti siano questi elementi, quali siano le loro combinazioni patogene, in relazione ad individui diversi, con quali sintomi ed eventi sentinella possono manifestarsi, quali siano modificabili, come ed in quale ordine di priorità. E’ un percorso nettamente più complesso rispetto a quello di considerare la tossicodipendenza (o la dipendenza) una malattia del cervello ma, allo stato dell’arte delle conoscenze, mi sembra ancora l’unico modo per affrontare la situazione correttamente.

Potremo così un giorno scoprire che molti casi, oggi considerati affetti da una malattia del cervello considerata cronica e recidivante, sono in realtà curabili e guaribili a patto di individuare, curare, se è il caso, o “semplicemente” modificare l’equilibrio delle determinanti di un insieme di sintomi che potrebbero essere causati da malattie e, aggiungerei, da determinanti  individuali ed ambientali completamente diverse. Potremmo scoprire che la tossicodipendenza (e la dipendenza) non è  una malattia e, forse, nemmeno una sindrome ma un sintomo: nel linguaggio medico, ciascuno dei fenomeni elementari con cui si manifesta lo stato di malattia,  in una visione più estensiva l’indizio, segno di qualcosa che sta per manifestarsi o è già in atto.

Riccardo C. Gatti 18.9.11

 

 

Notizie e argomenti

 

 

 

L'attenzione della politica al tema droga

 

 

La “questione droga”, negli ultimi giorni, sembra essere ritornata all’attenzione della politica. Il tutto avviene, probabilmente, anche a causa delle elezioni amministrative dove è scontato che, ciascuno, tenti di colpire l’avversario come può (e quindi le denunce di particolari atteggiamenti, le segnalazioni di “rumors” rispetto a gruppi politici, sociali o a candidati o il risvegliare “paure” negli elettori fa parte del gioco). Ciò che c’è di nuovo è che, da tempo, questo tema sembrava suscitare poco interesse mentre ora torma alla ribalta delle cronache. 


In parte si nota il ricorso a vecchi stereotipi che, probabilmente, servono a colpire l’attenzione di chi, della droga, ha una immagine un po’ datata e solo parziale. In parte c’è chi gioca sulla paura dell’insicurezza di un possibile “mondo drogato”. Complessivamente si preme un po’ troppo l’acceleratore su particolari, su opinioni o su singole azioni locali che non hanno, ovviamente, alcuna possibilità di influenzare fenomeni di consumo che, ormai, appartengono a un mondo globalizzato. Contemporaneamente, anche a seconda dei luoghi, si chiedono o si organizzano test di controllo e rispunta la mai sopita polemica tra proibizionisti ed antiproibizionisti ma, evidentemente, gli Amministratori “locali”, attuali o potenziali, hanno incominciato a percepire, nuovamente, che la questione droga non è un tema vecchio ma un tema attuale. Certo, attorno alle campagne elettorali, dove i messaggi sono volutamente semplici, grezzi e tendono spesso a colpire la “pancia” degli elettori, non si può sperare che il tema venga affrontato con la complessità che merita ma, a mio parere, anche quando il tutto è usato solo per tirare un colpo all’avversario, il segnale non va sottovalutato. 


Il tema dell’uso di droga (e anche dell’abuso di alcol) sta toccando veramente tante famiglie. C’è bisogno di prevenzione, e, non raramente, di prendersi cura e di curare molte persone, supportando chi le circonda. C’è bisogno, molto semplicemente, di fare di più di quanto si sta facendo. Soprattutto per quanto riguarda il prevenire, il curare ed il prendersi cura, sarebbe opportuno avere il coraggio anche di studiare e sperimentare strade innovative. Per chi ha bisogno di cure per la tossicodipendenza, in particolare, oggi ci si aspetta che i trattamenti vengano realizzati con costi (ed investimenti) che sono infinitamente più bassi di quelli messi in campo per altri tipi di patologie altrettanto invalidanti e condizionanti. E poichè è sempre stato così, ... la cosa sembra normale. E’ un errore!


Se, dunque, questo rinnovato interesse “politico” è segno di una rinnovata sensibilità ai problemi della gente, spero che, poco per volta, arrivino anche segnali concreti per favorire una maggiore capacità di intervenire. Spero che ci si renda conto che, nonostante alcuni dati sembrino indicare un miglioramento della situazione, siamo, in realtà in una fase di transizione, per quanto riguarda il concetto di droga, che va compresa ed affontata anche culturalmente, se non vogliamo trovarci in un futuro peggiore del passato. Probabilmente anche l’attenzione della politica al tema droga deve trovare un diverso equilibrio che non riguarda solo la raccolta del consenso dell’elettore o il contrasto dialettico dell’avversario politico ma anche la capacità di superare l’attuale ottica di parte per aprire lo sguardo su nuovi orizzonti. Questo, ancora, manca. 

 

Riccardo C. Gatti 21.5.11

 

 

10 idee su come ... conciarsi per le feste

Molte persone tra quelle che leggeranno le “10 idee per conciarsi per le feste” penseranno che sono un po’ catastrofico e faranno qualche gesto scaramantico. In numero più ridotto, invece, altri si riconosceranno perfettamente nella situazione. Sono tutti coloro a cui queste idee hanno prodotto danni, a volte anche gravi. L’uso di alcolici e di droghe ha provocato, in questi anni, una vera e propria strage a soggetti che pensavano solo di divertirsi o stare meglio. Anche se non ci si vuole pensare, ciò che uccide, mutila o rende invalidi non è la singola droga, illecita o lecita che sia, ma la superficialità con cui si assumono sostanze, giustificati da una società che, comunque, spinge ai consumi. Se sostituissimo l’intelligenza ai gesti o agli atteggiamenti scaramantici avremmo tutti da guadagnarci, compresi coloro che, senza alcuna colpa, sono stati coinvolti dalla superficialità altrui.

Per leggere le 10 idee

 

 

 

Un regalo per i lettori di droga.net

Un regalo è tanto più bello quanto più è inaspettato. In questi anni tante persone hanno seguito droga.net, ed ora anche i miei tweet su twitter, per tenersi aggiornati, per documentarsi o, più semplicemente per conoscere le mie opinioni. Ho così pensato di preparare qualcosa di particolare per i lettori: un piccolo regalo. Si tratta di un racconto. Penso che possa servire per ragionare in modo insolito sul tema della droga, dei consumi, dei proibizionismi e degli antiproibizionismi, partendo dal passato e arrivando al futuro. Per far contenti tutti c'è anche un "lieto fine" ... ma attenzione, non sono sicuro che lo sia.

Buona lettura.

Tiller

di Riccardo C. Gatti ©

La fantascienza si occupa di miti che si proiettano nel futuro anziché nel passato. Questo racconto tratta di miti che riguardano l’uso di droghe: parlano del passato e si proiettano nel futuro.

1° mito:  decidere  dei consumi della gente

Tutto era cominciato un paio di secoli prima, con la nascita del marketing, negli “anni ruggenti”. La gente aveva aumentato vertiginosamente i consumi, ma per consumare aveva spasmodico bisogno di soldi. Le banche, per assecondare la crescita, avevano fatto prestiti anche a sproposito. In America, dal 1922 al 1929, la produzione industriale era aumentata del 64%, la produttività del lavoro del 43%, i profitti del 76% e i salari del 30%. Si faceva strada la convinzione che arricchirsi con le attività speculative fosse facile. Nel giugno del ’29 venne il momento di fare i conti: il mondo conobbe una crisi economico – finanziaria senza precedenti .... (leggere tutto il racconto a questo link)

 

Cronico e recidivante chi ?

 

Ci sono concetti che, indipendentemente dal loro fondamento, possono essere di ostacolo per il trattamento delle dipendenze. Poniamoci una domanda: siamo proprio sicuri che la tossicodipendenza sia UNA malattia cronica e recidivante?

Per saperne di più

 

 

 

L'influenza della crisi economica sul sistema di intervento

 

E' ovvio, siamo tutti preoccupati. Quando un Governo è costretto a manovre finanziarie di una certa entità, anche rischiando di giocarsi il rapporto con gli elettori è perchè la situazione deve essere più che critica. Per saperne di più

 

 

 

Curare la tossicodipendenza in casa propria?

“Con l’affido terapeutico, niente più lunghe file davanti ai Servizi per le Tossicodipendenze (Ser.T.) italiani: la cura per tre pazienti su quattro, oggi si gestisce in autonomia. La possibilità per i tossicodipendenti di curarsi da casa infatti è una realtà in aumento negli ultimi anni, con percentuali che sono passate dal 61% nel 2008 al 75% nel 2009”. Così inizia un articolo (Fonte GfK Eurisko) riportato dalla newsletter di Dronet, collegata al Dipartimento Nazionale Antidroga.
Dove è la notizia? In pratica, se un tempo (e per gli eroinomani) il farmaco oppiaceo sostitutivo dell’eroina (metadone) veniva somministrato ogni giorno nella dose adeguata (e questo provocava lunghe file davanti a quei Ser.T, … che, evidentemente, non avevano personale medico e infermieristico sufficiente per l’attività di somministrazione in rapporto all’utenza!) oggi tutto è cambiato. Non ci sono più file perché a tre eroinomani su quattro il farmaco è dato in affido: se lo portano a casa in un dosaggio sufficiente da una fino a quattro settimane.
Ad una lettura veloce dell’articolo si potrebbe intuire che il tutto sia dovuto a progressi della medicina ...

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Il periodo della droga

 

 

Non credo che un giorno gli storici ricorderanno i nostri tempi come “il periodo della droga”. Alberoni, invece, lo pensa e vede il diffondersi delle droghe come “l’espressione di una trasformazione dovuta alla vertiginosa innovazione tecnologica e alla mondializzazione in cui si rovesciano gli equilibri di potere mondiale, con la finanza sfrenata, gli smisurati indebitamenti degli Stati” con “una crisi dei valori tradizionali, l’individualismo sfrenato, il tentativo di superare se stessi, certa musica rock e, quindi, anche la morte di Amy Winehouse e di altri come lei” (Corriere 1.8.11). La chiave di lettura è suggestiva anche se Alberoni, nella sua analisi, tende a considerare, quello della droga, come un fenomeno unitario, univoco ed attribuibile ad una epoca determinata: cosa che, a mio avviso, non è. Infatti l’articolo sin dall’inizio trova spunto dalla morte di una persona famosa, indubbiamente parte di un mondo a sé che ben poco ha a che fare con i mondi frequentati da altri tipi di consumatori di droghe. Vero è che anche molti “tossici della porta accanto” fanno parte di un mondo a sé. Ma si tratta di un mondo, molto lontano da quello della maggior parte dei personaggi noti che sono morti per droga. Per intendersi, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, in passato, ed altri come loro, a seguire e sino ad arrivare ai giorni nostri, hanno ben poco a che fare con le migliaia di persone che, ogni anno, muoiono a causa di droghe illegali (in parte) e legali (soprattutto).

Eroinomani, cocainomani, alcolisti ecc. non hanno mai fatto parte veramente di un universo univoco, né hanno mai segnato il percorso dei tempi. Di loro, a parte i morti, c’è ben poco da ricordare. Ognuno si è sedato, dopato, eccitato, stravolto per i fatti suoi, o nel suo ambiente ristretto tanto che, attorno alle droghe, non esiste nemmeno un gergo comune: basta cambiare luogo per sentire chiamare le sostanze in modo diverso. Bene di consumo per alcuni, doping della vita quotidiana per altri, strumento di stacco momentaneo o farmaco di autoterapia usato a sproposito, per altri ancora, le droghe hanno velocemente, nel corso degli anni, cambiato significato. E ciò che accadeva soltanto ieri non ha nulla di comparabile, in velocità, con le infinite e rapidamente mutabili proposte di sostanze (e di significati) più disparati che provengono, attraverso la Rete, da una miriade di produttori, distributori e teorici del consumo di prodotti psicoattivi.
Le droghe, nella mente dei figli, nativi digitali, non sono la stessa cosa delle droghe dei padri e di quelle dei nonni che ormai vivono in mondi diversi pur essendo, apparentemente, dei contemporanei. Significati diversi che difficilmente possono essere interpretati come segni di un tempo univoco ed in grado di definire un periodo storico. Se la droga è diffusa, infatti, è difficile dire da quale “mondo” e da quale “tempo” questa diffusione tragga, oggi, riferimento.  “Finanza sfrenata” e “crisi dei valori tradizionali” sono i mondi dei nonni o dei genitori. I figli vedono precariato e futuro incerto: di freni, da questo punto di vista, ne hanno fin troppi. 

Si potrà un giorno definire il nostro tempo come “il periodo della droga” se e quando …da quel periodo si sarà usciti e le differenze di oggi saranno tutte rese omogenee nella sintesi di una memoria remota e passata. Alberoni lascia , forse, intuire (e sperare?) che questo potrebbe avvenire in presenza di modelli “finanziari” e “valoriali” differenti.  In un certo senso, ha ragione ma forse non considera quanto le droghe siano diventate “plastiche” nella loro valenza, così da poter diventare compagne degli scambi economico – finanziari dei popoli attraverso i tempi. Utili, se illecite, come investimento, come moneta alternativa, come mezzo di corruzione, come pretesto per il controllo militare di un territorio, come agente di destabilizzazione, come oggetto di consenso politico; ancora utili, se lecite (tabacco, alcol e alcuni farmaci), per realizzare guadagni colossali, tassati dagli Stati, penetrando silenziosamente la nostra realtà.
Forse “il periodo della droga” finirà quando accetteremo di considerare che “le droghe” non sono solo quelle sostanze che la legge dichiara illecite, definendole come tali, ma quei modelli sociali, organizzativi, politici, commerciali, industriali e finanziari, comunemente accettati, che ne sottendono l’uso diretto ma anche e soprattutto l’uso strumentale.
Le nostre guerre dichiarate solo ad alcune droghe (illecite) ed i nostri distinguo, assieme alle nostre mitizzazioni generaliste di  Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, e tanti altri sino ad Amy Winehouse ed a chi verrà dopo di lei, i nostri atteggiamenti di pietas verso chi riteniamo “diverso” perché usa droghe, sono solo un modo come un altro per non porsi domande e, soprattutto, per non darsi risposte.
Così non ne usciremo allontanando la possibilità che in futuro, i giorni nostri (e solo quelli), possano essere considerati “il periodo della droga”.

 

Riccardo C. Gatti 3.8.2011

 

 

DROGA A MILANO

La fine di un'epoca?

- -

 

Dopo anni, a Milano, il numero di persone che dichiarano l’uso di droga è in flessione. Qualcosa si è spezzato in un meccanismo descrivibile, fino ad ora, con una curva sempre in crescita. C’è chi reagisce con incredulità alla notizia, anche mettendo in dubbio l’attendibilità di metodi di rilevazione, mai messi in discussione quando, invece, descrivevano un aumento dei consumatori. Eppure, sebbene sia anche possibile che, rispetto a tempi passati, ci siano consumatori non disponibili a dichiararsi (dando un segnale, comunque, importante), ci sono altri elementi che rafforzano l’ipotesi di un reale cambiamento in atto.
Proviamo a pensare a chi si droga. Probabilmente scorrono nella nostra mente alcune immagini: eroina, devianza, siringhe; ecstasy, notte, discoteche; cocaina, potere, successo; cannabis, atteggiamenti alternativi o antagonisti. Si tratta, tuttavia, di immagini datate. Hanno almeno quindici anni: un periodo lunghissimo in un mondo che cambia, ormai, molto velocemente ed in cui, anche se non sembra, le esperienze dei figli hanno significati profondamente diversi da quelle dei genitori! La droga in generale ma anche le singole sostanze, in un numero relativamente breve di anni, hanno “perso” definizione di immagine. Immaginarsi chi usa droga oggi, diventa impossibile: potrebbe essere chiunque. La situazione non è priva di rischi: sottintende un preoccupante concetto di “normalizzazione”. Non per nulla, oggi, c’è chi insiste molto sulla necessità di controlli nelle scuole, nei luoghi di lavoro, laddove si amministra il Paese e per chi guida. Praticamente, il “controllo” del fenomeno dovrebbe interessare tutta la popolazione attiva, dimostrando come l’idea delle organizzazioni criminali di trasformare le droghe in “bene di consumo di massa” con strategie da “grande distribuzione”, abbia avuto successo.
Contemporaneamente, però, il prodotto droga, messo alla portata di tutti per prezzo, confezionamento e distribuzione, è diventato molto meno interessante perdendo valore simbolico e reale. La droga continua endemicamente ad esistere come sintomo ed inappropriato tentativo di automedicazione di disagi e vuoti incolmabili. La droga come trasgressione oppure, anche, come strumento di “doping o modulazione della vita quotidiana”, invece, sta perdendo rapidamente appeal e, forse, significato.
I dati che rileviamo oggi ci potrebbero spingere ad un cauto ottimismo: più volte Milano ha anticipato tendenze generali. La rilevazione di una flessione del numero dei consumatori di droga, tuttavia, potrebbe essere conseguente non solo ad una immagine meno attrattiva delle sostanze d’abuso e degli stili di vita collegati, alle azioni di prevenzione, informazione e controllo effettuate in questi anni ed all’intenso lavoro dei servizi di cura ed assistenza, ma anche ad una oggettiva minor ricchezza connessa alla situazione economica generale. Quasi tutti i consumi sono in flessione, non solo quello delle droghe. Che succederà alla fine della crisi?
Già oggi esiste un nuovo mercato molto flessibile, particolarmente adatto ai consumi occasionali, formato da una pletora di operatori diversi e non interdipendenti tra loro, in grado di fornire via Internet un numero pressoché infinito di sostanze psicoattive (non necessariamente illecite). Esiste un numero discretamente ampio di soggetti che utilizza l’alcol come una vera e propria droga al fine di alterare lo stato mentale. E’, dunque, possibile che il mercato di droghe tradizionali, legato a catene distributive molto complesse ed a lunghi percorsi tra produzione e consumo, cerchi di proteggere i propri investimenti operando per  aumentare il “parco” delle persone tossicodipendenti che, a differenza dei consumatori occasionali, sono costrette dalla loro situazione patologica ad acquistare quantitativi di droga consistenti ogni giorno. Ciò potrebbe essere fatto approfittando delle proprietà delle sostanze distribuite in grado, appunto, di indurre dipendenza. Se così fosse potremmo ritrovarci, in futuro, con un numero imprevedibile e fluttuante di consumatori occasionali di varie sostanze psicoattive, legato a mode transitorie ed a tendenze di difficile approccio preventivo, ma anche con un maggior numero di tossicodipendenti. Per questo motivo non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia.   

Riccardo C. Gatti  24.2.2011

 

I DATI PRESENTATI ALLA STAMPA DALLA ASL di MILANO

IL MIO COMMENTO AI DATI PRESENTATI ALLA STAMPA

 

Video - Milano, calano i consumi di droga, ma restano i più alti d'Italia (il Giornale)

Video - Droghe, consumi in calo a Milano (Il Fatto Quotidiano TV)

Nasce Narcoleaks

ecco come si presenta

Quel che sfugge oggi sul narcotraffico è la visione d’insieme del fenomeno. La realtà di cui si ha notizia appare spezzettata e risulta difficile avere un’idea delle sue dimensioni. Peraltro, i dati ufficiali forniti da organismi nazionali e sovranazionali non aiutano a comprendere e già nel 2007 l’associazione italiana Libera ha dimostrato che non rispecchiano la realtà. Il principale scopo di Narcoleaks, quindi, è quello di tenere semplicemente il conto dei sequestri di droga nel mondo, limitandoci, per il 2011, ai soli sequestri di cocaina: sono gli unici dati certi sul narcotraffico, anche se in questo sito li conteggeremo in difetto rispetto alla realtà in quanto il nostro monitoraggio può cogliere solo i casi dei quali le autorità competenti – in particolare quelle dei Paesi latino americani – danno notizia.

Il progetto è realizzato da un gruppo di giornalisti e ricercatori italiani in collaborazione con l’Agenzia di stampa italiana Redattore Sociale e con la direzione scientifica di Sandro Donati, autore di diverse ricerche sulla produzione e sui traffici di cocaina per l’associazione Libera.

http://www.narcoleaks.org/

 

La "situazione droga" in Italia

 

 

Relazione al Parlamento. I dati parlano di una diminuzione della gente che si droga. Reazioni? Commenti? Pochi. Diversi media “copiano” le agenzie e finisce li. Ma c’è anche “Il Fatto Quotidiano” che, on line, titola: “Coro unanime di critiche alla relazione di Giovanardi sulla droga”  e, poi,  “Anche la comunità di San Patrigano mette in discussione l'attendibilità del rapporto annuale curato dal sottosegretario. L'icona della tolleranza zero agli stupefacenti si unisce al fronte antiproibizionista nel sostenere che i dati sono farlocchi” e conclude “Giovanardi, per la prima volta nella storia delle politiche sulla droga, è riuscito a unire tutte le realtà che si occupano di tossicodipendenze. Nel rispedire al mittente la “sua” relazione. Da San Patrignano a Forum Droghe, fossimo in politica, parleremmo di “intero arco costituzionale”.

In molti aspettavano al varco Giovanardi ed il Dipartimento Nazionale che, già lo scorso anno, avevano annunciato grandi successi nella lotta alla droga, dimostrati dal netto calo dei consumatori.
Sarebbe stata confermata la tendenza? E’ quello che è successo. La cosa, a molti, non è piaciuta. Ora, c’è chi accusa il Dipartimento Nazionale di aver divulgato dati “farlocchi” (fonte Il Fatto Quotidiano.it) mentre Giovanardi sostiene che il consumo di droga è calato e “chi dice altro mistifica” (fonte - Il Messaggero.it).
Poiché, tuttavia, i contendenti sono “di spessore”, la cosa spiace in quanto, ovviamente, siamo di fronte non tanto ad un confronto tecnico sul dato o sulla sua interpretazione, ma a delle reciproche accuse su cui è difficile far chiarezza a vantaggio di chi, realmente, vorrebbe comprendere quale sia la situazione della diffusione di droga in Italia.

Alla base di tutto ciò, c’è anche un problema di base che non ha nulla a che fare con i dati delle survey e su come sono rilevati. Il Dipartimento Nazionale Antidroga è un organo del Governo e non un organismo indipendente. Le letture del fenomeno che presenta, indipendentemente dalla metodologia usata per eseguirle, finiscono, così, per essere lette come posizioni politiche. La risposta è conseguente. Infatti, già in passato, dopo un avvicendamento tra centro destra e centro sinistra, il Dipartimento venne soppresso … per dare un segno di discontinuità politica. Non è un problema di facile soluzione se consideriamo che difficilmente i politici amano gli organismi tecnici indipendenti perché, di fatto, potrebbero dare elementi oggettivi per valutare direttamente o indirettamente il loro operato. C’è anche chi sostiene che gli organismi tecnici indipendenti non esistono … ma questo, evidentemente, amplifica il problema; non lo risolve.

Detto ciò, sulla diffusione di droga in Italia, posso affermare con certezza che ci troviamo di fronte ad una situazione molto strana (lo dico perché ormai da tempo la studio attentamente). Per anni tutti i dati disponibili indicavano una progressiva tendenza all’aumento dei consumatori di droghe ma, nel corso del tempo,  le cose sono mutate. Per dirla in termini brevi si è passati da una possibile previsione di una continua forte crescita dei consumatori (attenzione, non necessariamente dei tossicodipendenti!) ad una previsione di una crescita molto più moderata.
Questo, soprattutto, per le droghe “classiche” con interrogativi aperti per le droghe sintetiche, i farmaci ed anche l’alcol. La stranezza della situazione sta nel fatto che le risposte dei cittadini rispetto ai consumi di droghe sono variate precipitosamente rispetto ad una possibile previsione di mercati ancora in espansione, sebbene con una crescita più lenta che in passato. Una variazione così rapida da rendere certi numeri addirittura ingiustificabili dal punto di vista statistico – matematico. Ma se la statistica, assieme alla logica suggeriscono grande prudenza rispetto ai numeri rilevati, la variazione è così netta da far pensare che qualcosa di importante e di cui si dovrà tenere conto stia decisamente cambiando nell’atteggiamento dei cittadini nei confronti delle droghe o, forse, (e attenzione non si tratta di un gioco di parole) nell’atteggiamento dei mercati delle droghe nei confronti dei cittadini.

Recentemente il laboratorio previsionale Prevo.Lab, di cui sono responsabile, ha osservato una possibile tendenza del mercato delle droghe tradizionali a polarizzarsi più sugli “alto-consumatori” che sui consumatori occasionali. Un possibile progressivo ripiegamento dei mercati delle droghe classiche da una grande distribuzione diffusa ad una distribuzione più contenuta e selettiva indirizzata soprattutto a un parco nascente di nuovi tossicomani.

Un ripiegamento, forse, giustificabile alla luce di due considerazioni:

  1. gli investimenti in droga, nella sua distribuzione e in tutto ciò che si collega ad essa (corruzione, mercenarizzazione, controllo del territorio, controllo dei gangli della società civile), potrebbero essere più interessanti in paesi emergenti in rapida crescita, più che in regioni ad economia ristagnante come l’Italia
  2. una serie virtualmente infinita di sostanze psicoattive per consumatori occasionali messa ormai a disposizione diretta dei consumatori o di distributori più o meno organizzati attraverso Internet rende prospetticamente più proficuo, per le organizzazioni criminali, fidelizzare un più piccolo numero di clienti fissi con alti consumi pro capite piuttosto che affrontare una serie infinita di competitors

Se dovessi riassumere gli elementi in mio possesso e tentarne una interpretazione direi che in Italia  i mercati push (quelli in cui sono i mercanti di droga a decidere i consumi … inducendoli) stanno tramontando e ripiegano (ripiegheranno) abbandonando le tecnologie da grande distribuzione per evitare la concorrenza dei nuovi mercati pull (in cui vince chi riesce velocemente ed in modo flessibile ad interpretare i sogni dei possibili consumatori realizzando prodotti ed occasioni di consumo ad hoc). Figlio della caduta dei mercati push è il disorientamento del consumatore occasionale che essenzialmente si trova ad un bivio tra una realtà ormai superata (che propone prodotti, in un certo senso obsoleti) ed un futuro prossimo che si sta ancora disegnando.
Ciò potrebbe spiegare perché anche i dati rilevati a Milano dall’Osservatorio del Dipartimento Dipendenze dalla ASL, ci hanno indicato una netta riduzione delle persone che dichiarano un consumo di droga in Città rispetto ad una situazione, che si credeva, ormai, stazionaria, rilevata solo tre e sei anni fa. Una conferma dei dati nazionali ma anche di una rivoluzione in atto … almeno nelle risposte dei cittadini alla rilevazione. Tre e sei anni fa la droga “bene di consumo e doping della vita quotidiana” faceva tendenza, oggi non sembrerebbe più così.

Tuttavia il concetto che la “grande epidemia” di droga, così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi, possa finire … non piace. Non piace ai giornalisti che amano, invece, gli allarmi che possano destare sensazione. Non piace agli operatori di settore, terrorizzati dai progressivi tagli di risorse che potrebbero trovare giustificazioni, al di fuori di una continua “emergenza droga” e che osservano un progressivo aumento dell’utenza che ha, intercettata dai mercati in espansione di cinque, sei anni fa. Non piace a chi vede che nel suo territorio nulla è cambiato e non tiene conto che, anche in questo campo, siamo di fronte ad un Paese a più velocità. Non piace agli opinionisti che, evidentemente, elaborano meglio le loro posizioni sui fatti esplicitamente negativi. Non piace ai politici perché i cambiamenti in atto rendono difficile individuare e rappresentare “alleati” ed  “avversari” nonché trovare slogan concretizzabili in azioni semplici, facilmente e rapidamente declinabili sia a livello di proibizionismi che di antiproibizionismi. Insomma, di fronte a dati inaspettati ed in netta controtendenza, nessuno sembra sino ad ora aver tentato di andare oltre ai numeri per comprenderne il significato.

Gli interessi, in senso ampio, che si muovono attorno ai mercati delle droghe o al significato di droga in sé, sono, poi, molto ampi. I media contemporanei come Internet li hanno ulteriormente variegati e diffusi. In alcuni casi questa situazione è drammaticamente evidente laddove, come in Messico, pro o contro la droga ed in onore dei mercati tradizionali, si stanno conducendo vere e proprie guerre trasversali che finiscono per fare molte più vittime di quante ne farebbe la droga stessa. In altri luoghi (virtuali e non) il tutto è meno evidente ma non per questo meno importante. Stiamo, naturalmente, parlando solo di droghe illecite ma se allargassimo il discorso anche a quelle lecite la situazione si farebbe ancor più complicata. Una definizione chiara della situazione è, probabilmente, nociva ai portatori di questi interessi.
C’è, quindi, chi attivamente non desidera che i cambiamenti in atto siano compresi prima che la situazione sia nuovamente stabilizzata. L’incertezza odierna dei mercati non riguarda solo i potenziali clienti ma anche chi li sostiene con i propri investimenti. 
La storia ci insegna, infatti, che in questi ambiti il ritardo culturale nell’azione rispetto ai fenomeni su cui si dovrebbe intervenire è cronico proprio perché la lettura della situazione è sempre lenta e tardiva. E’ successo più volte in passato e, visti i presupposti, succederà ancora. Direi che il gap tra la generazione e la diffusione dei fenomeni di abuso e la comprensione del loro dimensionamento e, soprattutto, del loro significato … è sempre stata l’anima del commercio dei mercati delle sostanze lecite o illecite.

Il fatto che “improvvisamente” qualcosa di importante stia cambiando (viste le risposte agli usuali metodi di rilevazione) potrebbe rappresentare una grande opportunità da cogliere, solo se si riuscisse ad avere una “laica” volontà di capire e monitorare cosa sta accadendo. Ma … ci interessa veramente?

Riccardo C. Gatti 5.7.11

 

Lo strano caso di Milano

 

 

3 aprile 2011: nel giro di poche ore arrivano al Centro Antiveleni di Milano nove segnalazioni di persone ricoverate in due ospedali della città per problemi connessi all’uso di droga.
Fino a qualche tempo fa avremmo pensato ad una partita di droga particolarmente pura o, come spesso dicono i giornali, “tagliata male” o, ancora,  con l’aggiunta di qualche sostanza in grado di provocare effetti indesiderati. Nel 2007, ad esempio, ci si era allertati in Lombardia per la presenza di cocaina mischiata con atropina ed a Torino, in tempi più recenti, erano morte diverse persone per aver assunto inconsapevolmente una preparazione di eroina particolarmente potente.

Niente di tutto questo. Si è trattato di un fatto nuovo, direi emblematico di un cambiamento dei tempi e su cui vorrei richiamare l’attenzione del lettore.

Le persone segnalate, infatti

a) avevano usato sostanze diverse:

alcool e cannabis 1
alcol e ketamina 1
cannabis e ketamina 2
mdma e cocaina 4
cocaina 1

b) provenivano da ambiti culturalmente molto differenti (alcuni da una festa privata dopo la discoteca, altri da un evento presso un centro sociale)

c) avevano età molto diverse (una donna di 40 anni ma anche due ragazzi di 17)  

Punti su cui riflettere:

  1. Quanta gente finisce in pronto soccorso ogni giorno per l’uso di droghe singole o combinate (tra loro e o con l’alcool) se in un’unica giornata solo due ospedali di Milano ne hanno raccolte nove? E’ possibile che la vicenda di Milano sia solo la punta di un iceberg, per ora invisibile perché non considerato e non misurato?
  2. La diversità di sostanze, luoghi e tipologie di eventi e persone riscontrata in questo caso rende difficile pensare ad interventi di prossimità per prevenire rischi e ridurre danni di azioni sempre meno rintracciabili in luoghi definiti. Non è che le strategie sino ad ora adottate stiano diventando gradualmente inadeguate ai tempi e, di conseguenza, inefficaci? 
  3. Due persone su nove erano minorenni !!!
  4. In alcuni ambiti associare droghe diverse sta diventando assolutamente normale. Contemporaneamente ci sono segnali di una possibile flessione del numero di persone che si accostano ad un uso (occasionale) di sostanze. E’ possibile che il minor numero di consumatori occasionali venga compensato da più alti consumi in un numero più ristretto di persone? Che significa tutto ciò?
  5. La “normalizzazione” dei consumi è stata, da alcuni, metabolizzata culturalmente. C’è chi postula, ormai un uso “compatibile” delle droghe. Non stiamo (troppo) sottovalutando l’effetto proprio delle sostanze pensando, con un errore di piano logico, che il consumo consapevole e integrato renda meno pericolose sostanze che, invece, hanno, comunque, una grande pericolosità intrinseca ?

Naturalmente la situazione da me descritta come “Lo strano caso di Milano” potrebbe essere soltanto frutto di una coincidenza ma … ne siamo sicuri? Più probabilmente la casualità ha voluto che molte persone finissero nello stesso ospedale e che anche un altro ospedale contattasse, nel medesimo giorno, il Centro Antiveleni e, ancora, che questo Centro fosse particolarmente attento a questo tipo di situazioni. Ma se le persone fossero finite ognuna in un Ospedale diverso o, ancora, se nessuno avesse pensato di chiedere consulenza al Centro Antiveleni … nessuno si sarebbe accorto di nulla. “Lo strano caso di Milano” è un altro segnale che il mondo, in questo campo così come in altri, sta cambiando velocemente.

Riccardo C. Gatti 17.4.11

 

 

 

 

 

 

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I DATI PRESENTATI ALLA STAMPA DALLA ASL di MILANO

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