PREFAZIONE AL LIBRO
(F)Attori di prevenzione
di Angelo Barilaro e Corrado Celata
Franco Angeli Editore
Prevenzione?
Prevenzione? E' qualcosa di cui si parla a periodi:
soprattutto quando c'è un'emergenza. I mezzi di comunicazione
si scatenano, la gente è allarmata, si chiedono risposte
politiche precise e determinate per affrontare il pericolo. Nulla
di più sbagliato, naturalmente. Tutti sappiamo che se vogliamo
prevenire qualcosa di complesso, di qualunque cosa si tratti,
il lavoro non può essere semplice e improvvisato. E' necessario
affrontare la complessità con calma, trovando soluzioni
ragionate, implementando progetti nel tempo, lavorando oggi per
le generazioni future. Soprattutto è necessario mantenere
la pazienza necessaria per provocare cambiamenti, magari piccoli,
ma significativi cercando di costruire qualcosa che resta piuttosto
che qualcosa che si vede immediatamente
ma non lascia traccia
nel tempo.
Purtroppo viviamo in un periodo storico che non sembra
valorizzare più di tanto ciò che stiamo chiamando
prevenzione ma che qualcun altro potrebbe definire come "progettare
il futuro in modo coerente con il passato ed il presente".
Ciò che ci viene proposto riguarda soprattutto la globalizzazione
dei mercati e la costruzione di una "new economy" all'interno
di un sistema di comunicazione sempre più veloce e complesso
che sembra contemporaneamente il contenitore, il mezzo ed il fine
delle nostre energie. I cittadini dei paesi avanzati sembrano
credere fermamente nella "new economy" al punto di far
credito a imprese i cui destini sono imprevedibili. Indubbiamente,
però, la globalizzazione dei mercati è una realtà
e l'accelerazione delle tecnologie è molto alta. C'è
da pensare che il secolo appena nato sarà, in molti campi,
veramente diverso da quello che lo ha preceduto. Purtroppo nessuno
è in grado di prevedere esattamente come e perché
anche su temi fondamentali. Le differenze tra il Nord e il Sud
del mondo si allargheranno o diminuiranno? Le nuove tecnologie
ci aiuteranno a risolvere i problemi del nostro ecosistema oppure
la situazione precipiterà mettendo in dubbio la possibilità
stessa della nostra esistenza?
Le famiglie italiane sembrano mettere al mondo sempre
meno figli. Con questa attitudine, forse, danno già, dal
loro punto di vista, una risposta sul futuro. Mancano speranze
per un futuro migliore? Ciò è abbastanza strano
se pensiamo a quante persone cercano in tutti i modi di venire
in Italia, anche clandestinamente, perché credono che,
per loro ed i loro figli, un futuro migliore si possa realizzare
vivendo, se non come noi, almeno in mezzo a noi. Certo è,
che se non riusciamo ad immaginare il futuro, è difficile
che possiamo cercare di prevenire qualcosa. La prevenzione è
un atteggiamento ottimista di chi pensa di poter essere artefice
di ciò che ci sarà. Mi sembra che troppe persone,
oggi, siano in difficoltà rispetto alla loro posizione
nel presente e, quindi, non riescano a proiettarsi nel futuro.
Fino alla grande "emergenza droga" degli
anni '90 "la droga" per noi era soprattutto l'eroina;
il drogato era l'eroinomane. Se torniamo ancora indietro nel tempo
anche i derivati della canapa, nell'opinione comune, erano considerati
"droga". Oggi la soglia di tolleranza per le droghe
sembra essersi alzata. Moltissimi giovani danno all'utilizzo
della "canna" lo stesso significato che i loro nonni
e molti loro genitori davano all'utilizzo delle sigarette. Qualcosa
per sentirsi grandi, nei giovanissimi; qualcosa di piacevole per
i più adulti. Nonostante la legislazione rimanga, per
ora, sulle stesse posizioni degli anni '70
il "senso
comune" di molti è cambiato. Mentre i politici discutono
(a periodi con foga) della opportunità di legalizzare o
meno l'uso della cannabis, chi vuole se la compra e se la fuma.
La distribuzione è capillare e, praticamente, indisturbata
al punto che, se un giorno si volesse per davvero legalizzare
l'uso dello spinello il problema sarebbe come fare a creare una
distribuzione altrettanto efficiente e capillare per entrare veramente
in concorrenza, anche di qualità e prezzo, con la criminalità
organizzata. L'eroina, nella mente della maggior parte delle persone,
è rimasta un pericolo da evitare.
Per molti la questione droga si ferma qui. Qualche
genitore, ancora si dispera se scopre il figlio a fumare lo spinello;
spera che non venga mai in contatto con l'eroina ed è convinto,
in buona fede, che se gli amici sono "bravi ragazzi"
non ci saranno pericoli in questo senso. Purtroppo, invece, anche
per quanto riguarda la droga, la "new economy" è
già iniziata da un po' di anni e viaggia parallelamente
alla costruzione di nuovi mercati che non sono certo clandestini.
Come i nuovi mercati legali, la distribuzione di droga, utilizza
modalità più penetranti per la distribuzione e la
"globalizzazione" permette la disponibilità contemporanea
di più prodotti. In una città italiana, oggi, si
può veramente trovare di tutto a prezzi ragionevoli e,
qualora si volessero utilizzare le nuove tecnologie comunicative
messe a disposizione da Internet, non è difficile tentare
anche il modo di procurarsi i composti più bizzarri.
Droghe vecchie e nuove sono, insomma, assolutamente disponibili
e, assieme a queste, sono alla portata di tutti informazioni su
come procurarle, manipolarle, utilizzarle.
Il mercato è fiorente: i consumatori rispondono bene. Con
i miei collaboratori sono stato tra i primi, nel nostro Paese,
a dimostrare come ci sia almeno il tredici percento dei giovani
delle scuole superiori a dichiarare di aver fatto uso di una droga
"pesante" (cocaina, LSD, ecstasy). I nostri studi danno
risultati chiari: si tratta di un fenomeno in espansione e qualche
anno, da quella ricerca è ormai passato.
Per ora l'eroina, nella popolazione socialmente integrata,
continua ad essere considerata con sospetto ma non è detto
che sarà sempre così. Nel '97, dopo anni di cocaina
in testa alle classifiche per l'ammissione a programmi di trattamento,
gli U.S.A. hanno visto il sorpasso dell'eroina che, in alcuni
ambienti, è riuscita a diventare pure una droga di tendenza.
Da noi la cocaina incomincia a "girare" in modo veramente
molto preoccupante e, chi la usa, è assolutamente convinto
di poterla controllare e che le droghe pericolose siano altre.
Il nuovo secolo della comunicazione tecnologica si apre con vecchie
ignoranze e superstizioni. I nuovi media non saranno necessariamente
portatori di progresso: basta vedere quanti maghi affollano le
trasmissioni digitali dei canali video satellitari.
Ciò che appare evidente è l'apertura di nuovi molteplici
orizzonti da esplorare. Il problema è che si tratta di
esplorazioni non preparate e condotte da "esploratori fai
da te" cui non solo la formazione ma anche l'informazione
di base stenta a dare strumenti per orientarsi. Nel mercato della
droga la situazione non è diversa. Ci sono luoghi dove
ormai è possibile trovare di tutto e la distribuzione è
molto ben differenziata, riservata e con una grande attenzione
al cliente. A molti non sarà sfuggito come la "piazza",
intesa come luogo di ritrovo e scambio dei tossicomani stia scomparendo.
Non è perché stia scomparendo il "fenomeno
droga": semplicemente sta diventando meno visibile.
Se prevedere il futuro è difficile mi sembra,
comunque, che in relazione ai fenomeni di uso, abuso e dipendenza
da droghe, si stia definendo un quadro di riferimento tanto possibile
quanto preoccupante: la tipologia del consumo di droghe (oggi)
illegali si sta avvicinando a quella delle "droghe"
legali come l'alcol. C'è chi ne fa uso compatibile con
il vivere sociale, c'è chi, ogni tanto, si ubriaca mettendo
a rischio l'incolumità sua e quella degli altri e c'è
anche chi diventa alcolista. Si deve considerare, però,
che mentre l'alcol fa parte da sempre della nostra cultura tradizionale
e, almeno per quanto riguarda il vino, della nostra alimentazione,
non è così per le droghe illegali. L'alcolismo,
sebbene poco visibile, è veramente una piaga sociale: c'è
da aspettarsi che, per sostanze di cui si ha poca conoscenza e
che sono estranee alla nostra cultura, la situazione possa andare
anche peggio considerando la loro diffusione spinta da un mercato
sempre più variegato, capillare ed aggressivo. Se, in futuro,
avremo, quindi, un maggior numero di persone a contatto con sostanze
che in passato hanno avuto una diffusione relativamente limitata
, avremo anche un maggior numero di persone che ne avranno o provocheranno
danni ed anche un maggior numero di tossicodipendenti. Esiste,
poi, l'incognita "droghe sintetiche". La recente diffusione
di ecstasy e metamfetamine ha aperto un orizzonte produttivo industriale
completamente svincolato dall'agricoltura e dall'economia di paesi
classicamente produttori di droga; il mercato sembra aver risposto
"positivamente" e non credo che la produzione si ritenga
vincolata alle sostanze attualmente sul mercato. La produzione
di sintesi apre la possibilità di progettare nuove droghe
nel momento in cui la domanda attraversasse un periodo di stasi.
Ciò che non è possibile prevedere, invece,
riguarda un problema molto complesso che si può sintetizzare
nella preoccupazione che un'ulteriore diffusione di droghe non
venga, in realtà, mai metabolizzata e, in qualche modo,
autolimitata dalle convenzioni e dalle attitudini culturali e
che, quindi, possa assumere effetti disgreganti sul tessuto sociale
in cui si sta inserendo. Chi sostiene come l'antiproibizionismo
sia fallito sostiene anche che, nonostante il proibizionismo,
la diffusione di droghe illegali sia andata, in questi anni aumentando.
Va, tuttavia, detto che la diffusione di sostanze d'abuso "legali"
come alcol e tabacco è, comunque, un grave problema che
sta producendo costi sociali ed individuali altissimi. Al di là,
quindi, dell'atteggiamento più o meno proibizionista degli
Stati, la capacità di realizzare efficaci politiche preventive
per la riduzione della domanda di sostanze d'abuso legali ed illegali
e per la diminuzione dei rischi connessi al loro uso rimane un
investimento fondamentale per i prossimi anni.
Purtroppo l'attitudine preventiva non sembrerebbe parte
della natura umana, vista la quantità di piccole e grandi
catastrofi che accompagnano la nostra storia e che, a posteriori,
vengono giudicate come prevedibili e prevenibili. Le attività
connesse alla prevenzione, al di là dei proclami e delle
affermazioni di principio, hanno spazi relativamente ridotti e,
talora, assenti nei nostri bilanci. Lo stesso atteggiamento di
chi si occupa dell'intervento sulle tossicodipendenze inquadra
la prevenzione come qualcosa di opzionale rispetto al trattamento.
Si tratta di una posizione evidentemente poco oculata che, sostenendo
in pratica come "curare sia meglio di prevenire", chiude
un occhio sui risultati degli interventi terapeutico-riabilitativi
che, anche solo per quanto riguarda la tossicodipendenza, ottengono
esiti decisivi in circa una persona su tre. Per le altre due si
apre una lunga strada fatta, quando va bene, di tentativi per
ridurre i danni di un atteggiamento che condiziona pesantemente
e per anni la loro vita ed anche quella di chi li circonda.
Senza dubbio fare prevenzione su fenomeni che sembrano
in veloce mutazione è difficile e misurare i risultati
di una azione preventiva è quanto mai complesso. C'è
chi vuole applicare a questo settore i metodi valutativi tipici
della clinica e dell'epidemiologia, sostenendo, implicitamente,
l'esistenza di un unico metodo di valutazione scientifica. Si
incorre così nell'errore logico di concludere che per alcuni
trattamenti esistono risultati scientificamente provabili mentre
gli stessi risultati non sono provabili per gli interventi preventivi
e ciò finisce per giustificare il maggior investimento
nel trattamento semplicemente a causa dell'utilizzo di strumenti
di misurazione inadatti. E', questo, un meccanismo auto-rinforzante
che porta l'amministratore politico e l'opinione pubblica all'idea
che il problema della tossicodipendenza si possa affrontare soprattutto
aumentando sempre più le risorse dedicate alla cura (qualunque
essa sia) ed al "prendersi cura".
C'è anche chi ritiene che l'azione preventiva
si riduca, di fatto, ad una azione informativa sui rischi inerenti
l'uso di determinate sostanze quasi che, nei confronti di un mercato
che si dimostra personalizzato penetrante ed aggressivo, esistesse
la concreta possibilità di attuare azioni efficaci di de-marketing
attraverso mezzi di comunicazione generalista di massa. Assistiamo
così ad un paradosso: se il mercato della droga si muove
attraverso promoter che attuano sistemi di vendita molto personalizzati
(dove spesso il venditore è anche un consumatore e, quindi,
un diretto testimonial degli effetti positivi della sostanza che
propone e della convenienza di partecipare al mercato) il de-marketing
propone solo principi oppure rassicurazioni. Il senso dell'operazione
di de-marketing diventa così, semplicemente, il "NON
TOCCATE QUESTI OGGETTI", tipico di quei manifesti che nel
dopoguerra costellavano le scuole descrivendo quelle cose che
sembravano giocattoli ed, invece, erano bombe o mine, oppure
"sappiamo che c'è un problema (la droga): stiamo lavorando
per risolverlo". La comunicazione di massa sembra così
particolarmente efficace quando è in grado di spiegare
contemporaneamente che la droghe sono bombe e che si sta facendo
qualcosa per disinnescarle ma questo tipo di messaggi, più
che fare de-marketing, sono semplicemente in grado di procurare
consenso nei confronti di chi dovrebbe poi promuovere una reale
azione preventiva anche procurando risorse che, troppo spesso,
si esauriscono nella stessa azione di comunicazione.
Così, mentre i fenomeni di abuso e di dipendenza
stanno diventando meno visibili in virtù delle strategie
dei nuovi mercati ed anche grazie all'azione di persone ed organizzazioni
pubbliche e private che cercano di curare, di prendersi cura e
di contenere i danni connessi all'uso di droghe, il mondo dei
decisori, degli educatori e degli opinion leader è abbastanza
sereno e tende ad abbassare la guardia pensando a ciò che
il "fenomeno droga" era e non a quello che è.
Quando ci si accorge che qualcosa non va scoppia una emergenza
a cui si risponde con azioni rassicuranti indirizzate proprio
a chi dovrebbe attivarsi dando, così, la ragione per credere
che sia meglio non drammatizzare e non enfatizzare visto che,
comunque, qualcun altro farà qualcosa. La prevenzione dell'uso
di droghe (legali o illegali) e della dipendenza si può,
invece, ottenere solo attraverso atteggiamenti culturali diffusi
nella società e l'attivazione di prassi educative che partano
da consapevolezze e conoscenze corrette per essere sviluppate
secondo strumenti adeguati.
Tuttavia nessuno è in grado di prevenire un
problema che non conosce e di cui non ha consapevolezza. Oggi
conoscenza e consapevolezza mancano e, di conseguenza, gli strumenti
per intervenire sono carenti. Si sono così innescati meccanismi
di delega "ad altri" che sono rassicuranti ed inefficaci.
Più o meno tutte le istituzioni hanno mandato per occuparsi
di prevenzione delle tossicodipendenze: raramente sono in grado
di intervenire raggiungendo effettivamente il target delle loro
azioni; spesso sono coinvolte da altre priorità anche considerando
(a torto) la tossicodipendenza e l'abuso di sostanze fenomeni
transitori e circoscritti alla popolazione giovanile in una società
che si dimostra in complessivo stabile invecchiamento.
In questo volume vengono descritte alcune esperienze
in controtendenza di operatori e di una organizzazione pubblica
che mantengono la convinzione dell'importanza di fare prevenzione.
Non si tratta semplicemente di descrizioni di progetti ma di una
trasmissione di conoscenze e di competenze necessarie per chi
vuole percorrere questa strada. Oggi molti principi maturati attraverso
queste azioni sono alla base dell'attività preventiva del
Servizio Tossico-Alcoldipendenze della Azienda Sanitaria Locale
Città di Milano, uno dei più grandi servizi pubblici
italiani e, probabilmente, europei. E' stata proprio la complessità
della situazione urbana ad aiutare a comprendere fin dall'inizio
come fosse importante fornire conoscenze e strumenti affinchè
ci si potesse attivare in ambiti specifici per un'azione che non
fosse disgiunta dall'attività quotidiana di chi, a diverso
livello, ha compiti educativi, comunicativi e, quindi, anche preventivi.
Raggiungere efficacemente i target dell'azione preventiva rende
necessaria la creazione e soprattutto l'amministrazione di reti
che sviluppino interscambio di conoscenze, consapevolezze e risorse.
All'interno di queste reti, e dei progetti che vengono sviluppati,
nulla è delegabile ad altri: ciascuno deve assumersi le
proprie responsabilità. La responsabilità di chi
promuove l'azione preventiva è soprattutto questa: creare
insiemi la cui azione risultante sia maggiore della somma delle
singole componenti e che abbiano chiaro sin dall'inizio che uno
degli scopi della rete è quello di coinvolgere un numero
sempre maggiore di "moltiplicatori della azione preventiva".
Il senso stesso di questo tipo di intendimento prevede,
ovviamente, che i lavori siano sempre "in corso" così
come sono. L'esperienza attuale sta dimostrando come si sia effettivamente
creato un circolo virtuoso in crescita rapida ma equilibrata.
Strumenti e conoscenze incominciano ad essere richiesti anche
da ambiti che, in fase iniziale, sembravano impermeabili a questo
tipo di impegno. In una società che dà molto valore
allo sviluppo dell'economia si comincia a valutare che la prevenzione
delle tossicodipendenze e dei fenomeni di abuso possa essere addirittura
un investimento conveniente. Probabilmente anche alle Aziende
(non solo quelle Sanitarie) incomicia ad essere chiara l'importanza
concreta di lavorare fattivamente per un futuro migliore.
Dott. Prof. Riccardo C. Gatti
Responsabile Servizio Tossico-Alcoldipendenze
e Patologie Correlate - A.S.L. Città di Milano
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