Le nuove droghe e le vecchie

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Le nuove droghe e le vecchie

dollaro closeLe droghe non fanno (più) notizia, lo sappiamo; salvo quando ci scappa il morto. Ma anche qui la condizione deve essere particolare. Per fare una notizia degna delle cronache nazionali deve morire un giovane, meglio se minorenne, e possibilmente in un luogo del divertimento, meglio una discoteca. Se si ha più di trent’anni e se si muore a casa per strada o in auto, al massimo, escono articoli sui blog e sulle cronache locali ma nulla di più. Senz’altro non si raccolgono commenti di esperti di spicco e non si aprono dibattiti.

Quando, poi, la morte di qualcuno riesce a sorpassare il muro del silenzio che, normalmente, circonda il problema scattano in modo automatico due reazioni: la prima tende ad utilizzare la notizia per rafforzare gli intendimenti e le proposizioni sia di chi è proibizionista che di chi è antiproibizionista; la seconda, di tipo “informativo” tende a costruire elenchi di sostanze, di effetti correlati al loro uso e di improbabili classifiche su cosa faccia più o meno male o sia più o meno pericoloso.

Purtroppo la risultante dell’insieme di reazioni che, normalmente, si associano ad un tragico fatto di cronaca spesso sfocia in un qualcosa di molto simile alla confusione da cui non ci salvano gli elenchi che improvvisamente spiegano, anche a chi non lo sapeva, che ci si può drogare con Cannabinoidi sintetici, Catinoni, Ketamina, Feniletilammine, Piperazine, Acido gamma-idrossibutirrico o GHB, Amfetamine sintetiche, Dietilamide dell’acido lisergico, Fenciclidina o PCP, Sostanze psichedeliche, Cocaina, Eroina, Triptamine, Popper, Cannabis, Smart drugs, La pillola di Facebook, Krokodil e Le droghe da sniffare. Basta? Certamente no perché, volendo, ci sono farmaci che ben si prestano allo scopo oppure si possono mischiare sostanze diverse di origine naturale o sintetica, tra cui l’alcol, per ottenere effetti imprevedibili.

Dopo qualche giorno la questione si chiude. Visti i presupposti, forse è la soluzione migliore. La morte fa parte della vita e, alla fine, qualche dato ufficiale ci rassicurerà rispetto al fatto che altrove la situazione è pure peggiore oppure che in qualche luogo (in questo momento va di moda il Portogallo, in altri tempi, ricordo, l’Olanda) una legislazione diversa ha risolto molti problemi. In ogni caso qualcuno ci ricorderà che si tratta di problemi che fanno parte della storia dell’uomo con tanto di citazioni dei Sumeri, dei riti sciamanici e di tutto ciò che ci si può mettere per dire che sempre c’è stato chi si drogava e sempre ci sarà e che, come per la prostituzione, il vero problema è come “regolamentare” il tutto.

Nel frattempo, noto, che stiamo rapidamente passando, almeno a livello comunicativo, da una situazione in cui il drogato era un malato, per definizione, ad un’altra in cui si mette in dubbio che addirittura la tossicodipendenza sia una malattia. I risultati sono, al momento, imprevedibili perché, invece, si classificano come patologie molte forme legate a comportamenti che non prevedono l’uso di droghe (dal gioco d’azzardo, allo shopping compulsivo, alla dipendenza da internet, ecc.).

Rimane preoccupante, tuttavia, che l’analisi di un problema che, ripeto, è collettivo (non solo di chi usa droghe), sia così legata a singoli eventi tragici o a pronunciamenti che riguardano scelte politiche relative alla legalizzazione di una sostanza che, per quanto usata, è solo una della tante, legali o illegali che siano. Il problema collettivo, infatti, non è dato dalle situazioni che normalmente sono in grado di attivare le cronache, ma dal fatto che esistono ormai più mercati in competizione che vedono nello sviluppo dell’uso di sostanze (illegali ma anche legali) a scopo ricreativo, modulante, dopante ecc. la loro principale risorsa. Non escludo che l’insieme di interessi che si legano all’operare di questi mercati sia la determinante principale di analisi molto superficiali e non esaustive che, comunque, di volta in volta, sono in grado di far comprendere solo una parte della questione: spesso nemmeno la più importante.

Se è, quindi, vero che l’uso di droghe (legali o illegali) fa parte della storia dell’uomo, ciò che fa la differenza, oggi rispetto al passato, è la trasformazione delle stesse in beni di consumo con produttori e distributori che, attuando tecniche promozionali assolutamente simili a quelle utilizzate per questo tipo di beni, sono in grado di amplificare nei singoli e nella collettività, bisogni che non avrebbero ragione di esistere. Contemporaneamente la popolazione generale ed i suoi rappresentanti politici continuano a pensare che la questione abuso di sostanze abbia a che fare con qualcosa di molto meno strutturato e, di conseguenza, sia “culturalmente” che a livello di dibattito politico la ricerca di possibili soluzioni al problema, con buona fede di tutti, viene molto semplificata e le misure conseguenti risultano spesso inefficaci o addirittura controproducenti.

C’è, ad esempio, chi ragiona sul fatto che probabilmente la presenza di una molteplicità di sostanze sul mercato è il frutto di una rincorsa al proibire che induce la proposta di molecole sempre nuove da immettere sul mercato, prima che vengano vietate. Il ragionamento ha fondamento ma bisogna anche dire che la stessa proliferazione ridondante si ha anche per mercati di sostanze lecite, come i farmaci e, più in generale, per tutti i prodotti di largo consumo, dai dentifrici agli smartphone, dove chi non riesce a proporre costantemente novità, reali o fittizie, è destinato a scomparire.

La questione di più mercati in competizione, inoltre, non è da trascurare. La loro azione, anche se non volontariamente, è sinergica e mentre anche tecnicamente si sono acquisite grandi capacità nella creazione di bisogni, consumi e mercati, le capacità opposte (quelle di fare demarketing) sono ancora molto acerbe. La ragione è molto semplice: nessuno investe in questo senso. Anche quando si vedono “campagne” informative “contro” l’uso di droghe è evidente come la loro connotazione sia pensata, più che altro, per creare consenso a chi le propone.

Dobbiamo, quindi, accettare che l’uso di sostanze di vario genere (legali ed illegali) atte ad alterare lo stato psico-fisico e a costruire una sorta di doping della vita quotidiana ci accompagni sempre più?

Faccio fatica ad accettare culturalmente la cosa ma, esaminando il tutto su un piano più realistico, penso che sia un processo inevitabile che non solo avverrà, ma che, in pratica, è già avvenuto.

All’interno delle semplificazioni di cui prima parlavo, i dati che ci vengono di volta in volta rappresentati ci parlano di situazioni apparentemente stabili. Ma si tratta, sempre, di dati parziali. D’altra parte anche istituzionalmente gli Osservatori che si occupano di questi fenomeni sono divisi. Chi si occupa di droghe non deve occuparsi di alcol e tantomeno di farmaci o di comportamenti additivi e viceversa. Quasi come se queste cose non avessero importanti legami tra loro. Intanto i dati, nella loro naturale parzialità non riescono nemmeno a considerare assieme tutti quei fenomeni in cui c’è una assunzione problematica e impropria di sostanze di vario genere, soprattutto in ambiti “protetti” quelli, cioè, che non si prestano alla dichiarazione spontanea di questo tipo di situazioni. Mi spiego meglio: può essere facile presentare questionari nelle scuole e ottenere risposte più o meno attendibili. Diverso sarebbe fare la stessa rilevazione nelle redazioni dei quotidiani, con gli operatori di borsa, nell’ambito dell’autotrasporto, con gli operatori della sanità, in ambito politico, nello sport agonistico ecc. Diverso ancora sarebbe indagare non solo sull’uso di droghe ma anche di sostanze dopanti e, soprattutto, di farmaci di vario genere, dai “coadiuvanti sessuali”, agli ormoni, agli psicofarmaci di diverso tipo e sull’uso – abuso improprio che se ne fa; unendo anche l’uso di alcolici potremmo avere sorprese non belle e, più precisamente, scoprire che l’abuso di sostanze non è solo un problema limitato all’età giovanile e che l’uso improprio o pericoloso di sostanze legali è più diffuso di quello da sostanze illegali. Si tratta di cose generalmente note agli esperti di settore ma difficilmente divulgate e rappresentate, almeno in questi anni, quando avrebbero contribuito a mettere sempre più in discussione i paradigmi della “guerra alla droga”.

Ciò che, soprattutto, è particolarmente disfunzionale è che le strategie di azione e tutto ciò che ne consegue operativamente continuano a viaggiare su presupposti molto differenti e cioè che il fenomeno uso ed abuso di sostanze non sia diffuso così come in realtà è, e che di conseguenza l’obiettivo generale sia circoscriverlo e, gradualmente, eliminarlo, attraverso azioni educative, formative, terapeutiche o repressive. Ciò anche perché, nel considerarlo, subito scatta il cortocircuito logico “abuso di sostanze” = “abuso di droghe”= “devianza” (dalla norma) = “illecito” = “spacciatori” = “ragazzi” che si drogano.

Se considerassimo la possibilità di consumo e abuso di farmaci, droghe e sostanze psicoattive come un qualcosa di normalmente diffuso nella popolazione generale e ci comportassimo di conseguenza, considerando come, nella maggior parte dei casi, questo è il frutto dell’azione di mercati e della costruzione di modelli di consumo in cui i bisogni sono creati ad arte, avremmo molti più strumenti per intervenire.

Prima di tutto avremmo a che fare con l’emersione di fenomeni che adesso sono sommersi e, quindi, poco affrontati anche da chi ne subisce le conseguenze. Chi usa droghe, ad esempio, sarebbe meno stigmatizzato. Già non sarebbe cosa da poco, vista la difficoltà che le persone che accedono a questo tipo di consumi hanno nel chiedere aiuto anche in caso di problemi. Anche certi fenomeni, attualmente ancor più sommersi dell’abuso di droghe, come l’abuso e la dipendenza da farmaci, potrebbero essere affrontati in modo più appropriato (perché gli stessi medici ne terrebbero maggior conto nell’operatività quotidiana). I sistemi assicurativi non continuerebbero a porre clausole che negano risarcimenti (attenzione!) in alcune situazioni di consumo di sostanze, anche qui contribuendo alla negazione ed al non accertamento dei fatti ed alla non emersione di fenomeni (es. misuso di farmaci o utilizzo di droghe in ambito lavorativo) che, negati, non accertati e sommersi, ovviamente, sono ancor più pericolosi. Lo stesso sistema di cura e quello preventivo potrebbero essere costruiti in modo differente, rinunciando a quella connotazione di speciale / emergenziale che li polarizza di volta in volta verso questa o quella punta di iceberg di una situazione molto più ampia che continua a rimanere sotto traccia. Insomma si potrebbero affrontare molte situazioni come parte della “normalità” e non della devianza, della malattia mentale, dell’incapacità di intendere o di volere o, ancora, dell’azione criminale. Avremmo modo per valutare diversamente comportamenti e consuetudini che, non solo sono costosi per tutti, ma producono danni infinitamente maggiori di quanto è possibile desumere delle cronache. A quel punto, forse, saremmo anche in grado di valutare e pesare diversamente il tormentone della star che canta la bellezza di consumare marijuana, l’articolo che ci annuncia l’ultima nuova droga devastante e mortale (ma che piace tanto), la pubblicità che ci spinge a consumare autonomamente farmaci da banco che possono provocare reazioni anche gravi (leggi morte o malattia) anche per stupidi malesseri, la necessità di spostare le slot dalla nostra strada per evitare di perderci i risparmi di una vita, il pensiero più o meno indotto che attraverso pillole blu o di altro colore si possa avere una gioventù che è passata, la speranza che si possa trovare su google il farmaco per qualunque cosa, che anche le droghe possano essere farmaci, che anche l’alcol possa essere una droga e che sempre e comunque sia necessario superare i nostri limiti e spendere soldi, anche semplicemente per vivere meglio quelle esperienze “normali” che sono, poi, quelle che svegliano i nostri sentimenti e ci fanno ridere, piangere, emozionare, essere vivi.

Riccardo C. Gatti

P.S. Un giornalista mi ha chiamato: vorrebbe fare un elenco delle “nuove droghe” che usano i “ragazzi” indicandone gli effetti devastanti. Possibile? Ancora un “catalogo” di cosa consumare e perché. Ho visto un video di una canzone che esalta il consumo di marijuana: consoliderà il successo del cantante, della droga o di entrambi? Leggo della Flakka, “la droga sintetica che negli USA insidia il primato della cocaina e (attenzione! N.d.A.) costa meno di un Big Mac”. Una amica che si occupa di comunicazione mi spiega, intanto, che non vede alcuna promozione delle droghe: secondo lei si vendono da sole. Le chiedo … “e i farmaci” … mi dice che quello è un altro discorso. Chissà, magari ha ragione, ma non ho mai visto prodotti che si vendono da soli. Leggo della solita battaglia sulla legalizzazione della cannabis, pro e contro, con gli stessi argomenti di trent’anni fa. Vedo che nessuno parla dell’abuso di farmaci. Anche il tabacco sembra dimenticato ma sarà vietato fumare in auto, in presenza di minori o di donne in gravidanza. Mi immagino già quando “scatteranno” i controlli. Nasce l’Osservatorio sul Gioco d’Azzardo, presso il Ministero della Salute. Tutti osservano, ciascuno per conto suo. Magari spostano le slot dal bar sotto casa mentre ormai anche a Las Vegas gradualmente ci si orienta verso proposte diverse dal gioco d’azzardo. Ricompare l’eroina nei giovani, negli USA va già alla grande ma sembra non importare. Parliamo della Flakka: “Un giovane corre nudo per strada, gridando terrorizzato “mi vogliono uccidere!” Un altro scappa a perdifiato e finisce impalato su una ringhiera, convinto di essere accerchiato da cani lupo che vogliono dilaniarlo”. Chissà che fine ha fatto la droga dei cannibali. Ma gli ultimi dati sulla diffusione di droga negli studenti italiani paiono stabili. Insomma chiudo l’articolo e torno nel mondo reale. Perché farsi problemi quando a tutti va bene così? O no !?

 

2016-10-17T14:08:53+00:00 26 luglio 2015|Tutti gli articoli|