La “variazione culturale come norma regolatoria”

//La “variazione culturale come norma regolatoria”

La “variazione culturale come norma regolatoria”

Codice-Autoregolamentazione-DPA

 

Il Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga ha varato un Codice, definito di “Autoregolamentazione”, con indicazioni per lo svolgimento dei programi radiotelevisivi che trattano il tema dell’uso di droghe e dell’abuso di alcol. Il documento è stato sottoposto in bozze successive alla Consulta Nazionale degli Operatori e degli Esperti che ha avuto modo di discuterla in una riunione. Ciascuno dei componenti ha, poi, avuto modo di commentarla via mail e molte osservazioni sono state accolte. Collegialmente, tuttavia, alla Consulta non è stato chiesto di esprimere un accordo o un disaccordo sul testo definitivo.

Il Codice di codiceAutoregolamentazione che propone, con particolare rilievo, la tutela dei minori, dovrebbe (nel documento in mio possesso si parla di Organi a cui si propone di inviare il documento) essere stato inviato alla Presidenza di RAI, MEDIASET e SKY, ad una serie di Organi di Controllo, di Indirizzo o di Autdisciplina ed all’Ordine dei Giornalisti. Si conclude con un articolo che prevede come, in caso di trasgressione delle indicazioni date, siano previste “idonee misure deterrenti e disincentivanti anche per la prevenzione di un’eventuale futura reiterazione del comportamento”.

Lascio al lettore la possibilità di visionare il testo completo del codice che, in larga parte, presenta condivisibili considerazioni di buon senso. Rimango tuttavia perplesso in quanto ho sempre avuto l’idea, magari errata, che il concetto di auto-regolamentazione avesse a che fare con un gruppo di professionisti, di aziende o, comunque, di persone che decidono di comune accordo di darsi delle regole su un argomento determinato per raggiungere un fine definito. In questo caso, invece, è il Governo che, attraverso un proprio Organo tecnico, propone direttamente un regolamento indirizzato soprattutto a Editori e ad organi di Controllo ed a (solo) una parte dei realizzatori dei programmi radiotelevisivi, per tramite dell’Ordine dei Giornalisti.

Mi sembra chiara una certa “forzatura” che non deve essere sfuggita nemmeno al Direttore del Dipartimento Nazionale quando esplicita che è intenzione del Dipartimento stesso iniziare “un percorso di confronto e formazione con gli Enti e le Organizzazioni della Comunicazione in modo da promuovere quella variazione culturale in materia di prevenzione dell’uso di droghe e dell’abuso di alcolico da tutti auspicato”. Il problema, tuttavia, è che il percorso è previsto “subito dopo la diffusione del codice”. Lo avrei proposto prima (anche ben valutando chi forma chi e per cosa), proprio con l’obiettivo di studiare congiuntamente una possibile strategia di cui un eventuale codice di autoregolamentazione potesse essere uno strumento. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad un codice che indica quale sia la corretta strategia comunicativa da utilizzare in questo campo, rappresentando, in prima istanza, la visione di un Organo tecnico per il Governo delle Politiche Antidroga ma non il lavoro e l’esperienza in merito di Esperti di Comunicazione. Forse, per questo motivo, sebbene, come ho detto, gran parte del Codice presenti condivisibili considerazioni di buon senso, esistono altre parti che, francamente, non mi convincono proprio in tema di strategia comunicativa.

Sarebbe tutta da verificare e discutere, ed è solo un esempio, l’affermazione che “i migliori testimonial positivi per i giovani sono proprio le persone che hanno vissuto direttamente il problema e ne sono usciti dopo faticosi percorsi di recupero” (punto 12 di quanto è richiesto dal Codice). Si tratta, infatti, di buoni testimonial soprattutto per il percorso di recupero seguito. Un tossicodipendente attivo, senz’altro, potrebbe vedere in loro un esempio positivo da emulare. Ma tra il pubblico di una trasmissione generalista i tossicomani sono solo una piccolissima percentuale degli spettatori. Un generico “giovane”, invece, potrebbe anche considerare che, senza il pregresso uso di droghe (sebbene seguito da un percorso di recupero), questi testimonial mai avrebbero potuto essere essere protagonisti di un programma televisivo! Che effetto può fare su un adolescente questo tipo di considerazione? Se la risposta è che l’effetto può essere variabile ma anche controproducente, forse non siamo di fronte a una proposizione dei “migliori testimonial positivi per i giovani”. Allo stesso modo prescrivere che “vi sia l’obbligo per le trasmissioni, specialmente quelle con alta audience giovanile, di diffondere ad intervalli regolari messaggi, sotto forma di micro-spot o battute nel testo dei dialoghi, contro l’uso di droga e/o l’abuso di alcol” (punto 12 di quanto è richiesto dal Codice), potrebbe avere un effetto paradossale e contradditorio quando, nella stessa fascia oraria, venissero trasmessi a ripetizione spot pubblicitari incentivanti l’uso di alcolici o, magari di farmaci o di integratori.

Insomma, l’idea di approfondire l’argomento mi è sembrata positiva e opportuna, ma considerando anche che, anche al punto 18 del Codice, si richiede che “vengano promossi incontri tra gli esperti del mondo della comunicazione radiotelevisiva (autori, conduttori, direttori di programi e/o di telegiornali, giornalisti specializzati ecc.) ed esperti del mondo della dipendenza da sostanze, al fine di individuare con maggiore precisione la strategia comunicativa più adatta ad un pubblico giovane e di promuovere un cambiamento culturale nei confronti della tolleranza verso l’uso di droghe o l’abuso alcolico” mi sarei immaginato che, sollevata e analizzata la questione, la strategia comunicativa più adatta, potesse essere suggerita, sin dall’inizio, proprio da chi è esperto di comunicazione a chi è esperto del mondo della dipendenza da sostanze: non viceversa.

Concludo con alcune domande. Siamo proprio sicuri che per costruire una nuova cultura antagonista meno tollerante dell’uso di droghe e dell’abuso di alcol il problema sia regolamentare i “programi radiotelevisivi che trattano esplicitamente il tema dell’uso di droghe e dell’abuso di alcol”? Non è piuttosto il sistema televisivo commerciale, in generale, ad alimentare sin da bambini impulsi al consumo che vengono, poi, utilizzati dai mercati delle droghe per proporre i propri prodotti all’interno di stili di vita usuali e pre-formattati? Non è che proporre una serie di vincoli e sanzioni per programmi specifici, ridurrà, di fatto, la loro presenza nei palinsesti a vantaggio di una comunicazione complessiva che, anche attraverso la Rete, promuove i consumi, (sostanze d’abuso lecite ed illecite comprese) in modo completamente incontrollato e incontrollabile con mezzi convenzionali? Non è che in un mondo in cui la crossmedialità e l’interattività la fanno da padrone, l’iniziativa di un codice di autoregolamentazione per i programmi radiotelevisivi, così come è stato strutturato e per i fini che si propone … nasce già vecchia?

Riccardo C. Gatti 9.4.10

Per leggere il codice di autoregolamentazione

La droga giusta al momento giusto

monoscopio RAIDichiararsi tossicomane, se si sceglie la droga giusta, il momento giusto e l’atteggiamento adeguato nell’approccio ai media, può essere un vantaggio. Morgan ha acquisito più visibilità di qualsiasi altro concorrente del Festival di Sanremo. Chi si è presentato alla manifestazione solo armato della sua capacità professionale e della sua storia senza “scandali”, in questo senso, è stato penalizzato. Oggi, anche chi non segue il Festival, sa che esiste un Morgan musicista e che sono in tanti a considerarlo un artista di valore.
La grande “famiglia RAI”, di fronte alla questione droga, si è comportata come tante famiglie comuni. Un genitore espelle il figlio di casa perché non sta alle regole e lo vuole punire severamente e l’altro lo riaccoglie o lo aiuta di nascosto. Risultato: un messaggio assolutamente contradditorio ed una situazione che all’interessato non può fare che male.  Con il “caso Morgan” il messaggio contradditorio riguarda una platea molto ampia: milioni di persone.
Di fronte allo “scandalo mediatico” ci si è comportati in modo paradossale sanzionando Morgan ma non chi ha amplificato la sua voce. Il problema, infatti, non è perché un singolo musicista faccia una sconsiderata apologia di una droga, ma come mai il mondo della comunicazione amplifichi e propaghi ciò che ritiene una notizia, indipendentemente dalle possibili conseguenze e ricadute. Infatti, attraverso Internet, il caso Morgan è stato e continua ad essere amplificato e reinterpretato da centinaia e centinaia di siti che, a loro volta, ritrasmettono e reinterpretano il messaggio originale: proprio quello ritenuto pericoloso e fuorviante.
Stranamente non è stato dato il giusto rilievo alla pericolosità intrinseca  di una  situazione in cui una persona, consumando continuamente cocaina freebase  (così come ha dichiarato)  è in serio pericolo di vita e rischia, in uno stato di dipendenza, di distruggere completamente il proprio equilibrio psichico e la propria capacità creativa e relazionale.
Secondo i media il problema più grande è diventato l’esibizione a Sanremo!
In nessun modo penso che il mondo dei media offra volontariamente una spalla a sostegno del mercato della droga. E’, piuttosto, questo tipo di mercato ad aver perfettamente compreso come utilizzare strumentalmente i media e la loro capacità di indurre un flusso non filtrato di informazioni per creare condizioni culturali favorevoli a ciò che propone. Oggi, non esiste alcun prodotto che si vende da solo.
Il marketing della droga è in grado anche di trasformare le sue vittime celebri in involontari testimonial e le sostanze dannose in mirabili panacee in grado di curare qualunque male.  Inconsapevolmente, lo stiamo aiutando. Comunque si veda la cosa, la vicenda Morgan è un grande spot a favore della cocaina.

Riccardo C. Gatti 18.2.2010

2016-10-17T14:09:04+00:00 9 aprile 2010|Tutti gli articoli|