Già a San
Patrignano nel 2001 sembrava ci si trovasse alla vigilia di una "mutazione
genetica" delle linee di indirizzo e dell'intervento nel suo complesso Ad
annunciare la svolta era stato il Vicepresidente Fini. I Ministri della
compagine governativa sembravano concordare ma era come se, allora, le idee non
fossero ancora molto chiare (vedi
documento sulle dichiarazioni dei Ministri al Convegno di San Patrignano
)
anche se la nascita di uno "Czar antidroga", il Prefetto Soggiu, era una novità
che lasciava presupporre nuove politiche precise e coordinate. Nel 2002 il
profilo generale delle dichiarazioni Governative sembra acquistare un maggior
respiro pur rimanendo ancora lontano da una strategia compiuta e convincente (vedi
cronaca sulla giornata del 26 giugno 2002
).
Aspettando una
vera e propria "nuova strategia", complice la riforma in atto verso lo Stato
Federale, il sistema di intervento nazionale nato con la legge del '90, ... nel
frattempo, finisce."Al Governo spetta il compito di definire i livelli di
assistenza essenziali, alle Regioni le decisioni sull'organizzazione ed il
funzionamento dei servizi" dice Gianluca Borghi Assessore alle Politiche Sociali
dell'Emilia Romagna -
fonte ADUC)
delineando la possibilità per ciascuna Regione di adottare una propria linea
politica in grado di condizionare l'azione preventiva, terapeutica e
riabilitativa.
Per saperne di
più una
riflessione seguendo questo link
.
Lo Stato non
sembra poter più incidere direttamente sull'organizzazione ed il funzionamento
dei servizi, (ad esempio il Piano Sanitario Nazionale 2003 - 2005,
leggibile
seguendo questo link
,
elimina qualsiasi vincolo riguardante l'organizzazione dei Servizi pubblici o
privati). Ma alcune decisioni rischiano di condizionare indirettamente il
funzionamento e, soprattutto, il significato delle Unità di Offerta molto di più
di quanto potesse essere fatto direttamente.
Aprile 2003, in occasione della 46^ sessione della Commissione ONU sulle droghe, il Vicepresidente Fini annuncia la presentazione di un Disegno di Legge per sanzionare la detenzione di sostanze stupefacenti al di sopra di una certa dose. Sanzione penale o amministrativa? Questione ancora da definire, secondo alcune fonti. Fini preannuncia, inoltre, una conferenza nazionale sulla droga dove presentare "la strategia del Governo nella lotta alle tossicodipendenze, messa a punto con l'ufficio del Commissario Straordinario e con il coordinamento dei vari ministeri e il contributo di comunità terapeutiche e centri sanitari di riabilitazione".
Difficile comprendere in quali sedi le comunità terapeutiche ed i centri sanitari di riabilitazione abbiano contribuito alla strategia del Governo e di quale Conferenza Nazionale si tratti. Si può, tuttavia, presumere che il Vicepremier si riferisca ad un lavoro ancora tutto da iniziare. Solo il 26 febbraio, infatti, presso la sede del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali si era tenuta la riunione costitutiva della Commissione degli operatori e degli esperti di cui al D.M. 2 ottobre 2002. Nella riunione il Sottosegretario Sen. Grazia Sestini aveva presentato essenzialmente i due grandi temi su cui avrebbero dovuto svolgersi i lavori della Commissione: 1) ausilio tecnico al Ministero e, per tramite del Commissario straordinario Soggiù (presente alla riunione), a tutti i Ministeri interessati all'elaborazione di politiche antidroga; 2) preparazione della IV Conferenza Nazionale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefacenti e psicotrope. Ma, proprio in quella riunione, la quarta conferenza nazionale veniva spostata ai primi mesi del 2004 per non farla coincidere con il semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea. Da quel giorno la Commissione non era più stata convocata.
Ma se il lavoro di consultazione è, forse, ancora tutto da iniziare, poco per volta, le diverse fonti giornalistiche incominciano a dare un'idea più definita di quale sarà la svolta del Governo per contrastare "ogni tipo di droga": più repressione. Riprende il pendolarismo della politica. 1975, legge 685: drogarsi è un illecito ma il tossicomane in quanto tale non viene sanzionato per favorire la sua uscita dalla clandestinità ed il rivolgersi ai centri di cura. 1990, D.P.R. 309: la legge è riformata. Il tossicomane in quanto tale non può esistere: o si cura o può essere punito anche penalmente. 1993: un referendum elimina la possibilità di sanzioni penali ma quelle amministrative rimangono anche se, il Prefetto, può anche semplicemente ammonire invece di obbligare al trattamento. 2003 Con uno slogan che afferma come tutte le droghe siano eguali si decide di ridefinire una soglia di possesso al di sopra della quale si è automaticamente puniti penalmente in modo molto duro. Ma, proprio perché tutte le droghe sono uguali, anche chi ne possiederà di leggere e in minima quantità dovrà essere sanzionato oppure sottoporsi a trattamento.
Alcune considerazioni generali:
1) Nel nostro Paese già da tempo quasi tutte le droghe considerate illecite sono "uguali" ma l'abuso di farmaci, di alcolici e l'uso di tabacco, anche se causano dipendenza e, complessivamente, molti più danni delle droghe illegali continuano ad essere tollerati. Perché ? Attenzione alla risposta: molto di ciò che viene detto sulle droghe legali potrebbe tranquillamente valere per quelle illegali e viceversa. La scelta di inserire o meno una sostanza in una tabella che la definisce illecita non è strettamente legata alla sua maggiore o minore pericolosità oppure alla capacità di creare dipendenza. Considerare, pertanto, i derivati della canapa come gli oppiacei o i derivati della coca e non come gli alcolici o il tabacco può avere vantaggi e svantaggi a seconda dei punti di vista ma, a mio avviso, non incide su una situazione complessiva in cui è frequente il poliabuso di sostanze legali ed illegali assieme.
2) La terapia, ma anche questa non è una novità, continua ad essere considerata un'alternativa possibile alla pena pur non essendo una vera alternativa. Si possono curare le persone che hanno una patologia curabile e che accettano di affrontarla. Usare sostanze definite droghe dalla legge non è di per sé una patologia. Se non è escludibile che un certo numero di persone possano cogliere un'occasione costrittiva (penale ma anche famigliare, lavorativa o di salute) per rivedere il loro stile di vita è anche vero che non è infrequente l'utilizzo strumentale dell'alternativa terapeutica o educativa con la conseguente attivazione di una serie di prestazioni inutili e costose in grado di sottrarre risorse ed energie a chi, invece, ne avrebbe bisogno e le chiede. Analogo ragionamento è applicabile ai percorsi educativi o riabilitativi comunitari o territoriali.
3) Credo che obbligare, di fatto, al trattamento dovrebbe essere un atto estremo e non una specie di progetto preventivo dedicato a tutti coloro che vengono trovati in possesso di sostanze. Paradossalmente, quando questo atto estremo si rendesse necessario ... il nostro sistema di intervento non è organizzato per svolgerlo in modo adeguato. Se per un tossicomane è necessario un trattamento sanitario obbligatorio, infatti, si incontrano strutture ed organizzazioni operanti in modi e tempi pensati per la malattia mentale ma non per la dipendenza.
4) Ancora una volta i SERT e le Comunità tendono ad essere considerati in quanto parti di un sistema di controllo. Siamo sicuri che questo sia il modo migliore per utilizzare la loro esperienza? Ho la sensazione che più persone si rivolgerebbero spontaneamente al sistema di intervento terapeutico - riabilitativo se questo fosse in grado di rispondere meglio alle diverse esigenze. Almeno la metà delle persone che entrano in una Comunità terapeutiche, ad esempio, ne escono nel giro di pochi mesi senza avere completato il programma. Luoghi in grado di trattare in modo adeguato (ed in regime di ricovero) lo stato di assuefazione permettendo contemporaneamente un corretto inquadramento diagnostico in stato drug - free quasi non esistono. Se, poi, il soggetto da trattare è un minore la situazione peggiora ulteriormente.
5) Può essere che mi sbagli ma l'attuale sistema di intervento non mi sembra sufficientemente dimensionato per l'applicazione attiva di programmi alternativi (anche semplicemente di tipo educational) a sanzioni erogabili potenzialmente a tutti i consumatori di droghe. Esiste la reale possibilità di potenziarlo, e non poco, proprio in un momento in cui le risorse sembrano mancare un po' dappertutto?
Condivido la necessità di contrastare la diffusione di ogni tipo di droga. Anni di lavoro in questo campo mi hanno insegnato come l'inquinamento della funzione mentale dia sempre svantaggi ed handicap; ma per realizzare questo tipo di contrasto prima ancora di nuove leggi e di un maggior coordinamento delle risorse occorre una strategia che non mi sembra di vedere. Forse, negli anni, non l'abbiamo mai realizzata compiutamente per ingenuità, pensando che la diffusione epidemica di sostanze di abuso fosse un'emergenza con un inizio ed una fine. Non è stato così: oggi dobbiamo, ragionare su come contrastare un mercato che è riuscito a trasformare le droghe in beni di consumo associando il prodotto droga (legale o illegale!) con altri tipi di prodotti e che è in grado di fare in modo che il cliente compri sempre più non solo una sostanza ma un pacchetto completo di cui la sostanza è una delle componenti. Ciò che bisogna combattere è il risultato di un grande investimento in marketing e distribuzione del mercato della droga che si spiega perché non solo può garantire un alto reddito ma anche e soprattutto perché, attraverso la droga “bene di consumo” e grazie al legame di ricattabilità che unisce il consumatore al fornitore, le organizzazioni criminali possono esercitare decisionalità ed influenze in campi e territori un tempo preclusi. Si tratta di un controllo sofisticato ed efficace perché si interconnette direttamente e contemporaneamente con diversi gangli e diversi livelli del tessuto sociale. Il punto di arrivo è una moderna forma di “sottomissione socialmente compatibile”. (non del tossicomane ma della società !)
Di fronte a
questa evoluzione del mercato, per capire come siamo carenti di strategia, basta
osservare come si sviluppa la prevenzione non repressiva: non il cardine
dell'azione ma un'attività accessoria realizzata con qualche campagna nazionale
periodica ed una serie di piccole iniziative scoordinate tra loro indirizzate,
nel migliore dei casi, ad una divulgazione "scientifica" sugli effetti delle
sostanze o sui danni delle stesse. E' un po' come sparare ai blindati con il
fucile a tappi. Le nostre forze in campo, oltre a quelle tradizionali legate
alla repressione del traffico, sono rimaste principalmente i Servizi e le
organizzazioni gestite dal Privato Sociale e dal Sistema pubblico (SERT). Per
questi ultimi la progressiva definizione di livelli di autonomia locali lascia
grande discrezionalità non solo alle Regioni ma anche ai Singoli Direttori
Generali delle A.S.L. al punto che, oggi, mi sembra difficile poter pensare di
basarsi su un sistema di intervento nazionale coordinabile.
(una
riflessione sul tema da ascoltare nella sezione audio
) Ma anche quando si
riuscisse (e si riuscirà prima o poi) a stabilizzare gli equilibri tra Stato
centrale e governo periferico dell'azione, non credo che il semplice aumento
delle sinergie di Servizi ed Organizzazioni (spesso con l'acqua alla gola per la
continua necessità di contenere le spese) oppure l'emanazione di alcune norme in
senso repressivo possa modificare il quadro di una situazione che deve, prima di
tutto, essere compresa nella sua complessità per poter essere affrontata.
Certo è che per affrontarla bisognerebbe cambiare la base culturale su cui è costruita l'azione attuale. Questo sistema di intervento nasce come "contenitore" per una emergenza che si riteneva transitoria; riguardava solo alcuni gruppi, classi sociali, culturali o generazionali; si riferiva ad un numero di sostanze precisato e limitato; aveva a che fare con la devianza e l'emarginazione da una parte e con la malattia dall'altra. Tutto ciò non è più in grado di inquadrare e comprendere nella sua globalità la situazione di oggi dove, poco per volta, le persone che hanno usato droghe illecite stanno diventando maggioranza; il mercato clandestino punta di più ai consumatori (più o meno occasionali) che ai tossicomani; sono senz'altro di più le persone che abusano e ricavano danni dall'uso di sostanze lecite piuttosto che da quelle illecite. E se già oggi le basi culturali che generano i modelli di intervento sono inadeguate ... domani sarà peggio. Per questo se il lavoro preannunciato dal Vicepremier è ancora tutto (o in parte) da realizzare potrebbe essere anche un vantaggio significa che c'è ancora tempo per ragionare e per sviluppare quella strategia complessiva al di fuori dell'emergenza che, nel nostro Paese, è sempre mancata.
Bisognerebbe, tuttavia, fare, almeno una volta, ciò che, forse, non è mai stato fatto: accettare che la norma legislativa sia la conseguenza di un piano strategico strutturato e non viceversa.
Riccardo C. Gatti 19.4.03