

Un commento allo "stralcio Giovanardi" per la modifica della legge sulla droga
Dunque il Governo ha fatto passare in senato, con voto di fiducia, lo “stralcio Giovanardi” della cosiddetta “legge Fini”. Sebbene il numero degli articoli sia ridotto, rispetto all’originale, si tratta, comunque di un articolato importante e quindi meritevole di una serie di approfondimenti anche da parte di persone esperte di leggi e di giurisprudenza, per essere letto ed interpretato correttamente. Soprattutto, se diventerà legge, dovrà essere prestata particolare attenzione al contesto applicativo che, in questo campo, è particolarmente importante. Guardando le diverse reazioni trasmesse dalle agenzie di stampa si vedono veri e propri “fuochi di artificio” anche nella terminologia usata: “grave regressione della civiltà giuridica”; “il governo italiano è fuori dall'Europa”; “situazione esplosiva”; “la posta in gioco è l'incarcerazione coatta di migliaia e migliaia di giovani”; “parifica, dietro le sbarre di un carcere, tutti coloro che a diverso titolo consumano sostanze differenti”; “trasformerà, ope legis, i consumatori in spacciatori”; “legge da macelleria voluta da Giovanardi”; “una delle pagine più luttuose e delittuose della storia del Senato della Repubblica Italiana: 148 senatori eletti dai cittadini hanno approvato un provvedimento che letteralmente uccide la giustizia e la legalità nel nostro Paese”. Naturalmente esistono anche diverse reazioni a favore, provenienti dal centro-destra, ma l’atmosfera è strana anche perché, per ora, sembra esistere una netta sproporzione tra i toni di chi è contrario alla legge e l’interesse, molto basso, che questa normativa e la discussione relativa sta suscitando nel Paese che sembra affaccendato in altri problemi. La situazione, cioè, è molto diversa dagli anni ’90 quando un’altra modifica della legislazione vigente aveva proposto di sanzionare, anche penalmente, i consumatori di droghe. Nel ‘90 il presupposto di chi era al Governo era, come sempre, quello di spingere alla cura i tossicomani anche se, quindici anni prima, proprio per lo stesso motivo, il consumo personale, ed il possesso di droga in modica quantità erano considerati un illecito da non sanzionarsi. Negli anni ’90 il dibattito sulla questione droga fu intenso, attraversò tutto il Paese ed innescò manifestazioni di piazza pro o contro le affermazioni di chi sosteneva la legge “Jervolino-Vassalli” e chi la osteggiava. Mobilitò l’interesse della società civile. Si arrivò ad un referendum abrogativo delle sanzioni penali. Oggi le cose sono cambiate. E’ come se, da una parte e dall’altra, si tentasse di rievocare i toni e gli interessi sul tema (compresi gli inviti a referendum abrogativi) che un tempo erano vivi e partecipati ma, oggi, non ci sono più. Questa cosa mi preoccupa particolarmente perché potrebbe significare che il mondo della politica, quello degli operatori del settore e la società civile, almeno in questo campo, stanno viaggiando su binari diversi.
Certo è che questa legge non piace a molti. Forse il riassunto migliore di questa contrarietà lo si ritrova in un comunicato stampa del Gruppo Abele che, in questi anni, ha tenuto una delle posizioni più coerenti e stabili di opposizione al Governo. Partirò da questo spunto perché è preciso, ben fatto, sintetico e particolarmente chiaro. Mi aiuta, pertanto, a seguire uno schema logico che mi permette di meglio esprimere la mia opinione. Dice il comunicato stampa:
“Per riassumere sono quattro i punti, in estrema sintesi, su cui esprimiamo il dissenso, dato dall'esperienza e dall'incontro con migliaia di situazioni che sono entrate in contatto con le droghe, e delle quali molte hanno dato una svolta alla loro vita abbandonando l'uso delle sostanze. Primo: l'equiparazione tra droghe leggere e pesanti mette sostanze, effetti e persone, molto diverse, sullo stesso piano e porterà inevitabilmente nel circuito carcerario molti assuntori di sole droghe leggere. Questa nuova legislazione ci riporterà a quanto avveniva tra il 1990 e il 1993. Secondo: quando si definisce per legge chi è tossicodipendente e chi spacciatore e si determina la quantità si limita fortemente la discrezionalità del giudice che - le storie lo dimostrano - è necessaria perché ogni situazione va valutata, caso per caso, nell'ambito del giudizio. Terzo: le cure coatte. La legge introduce la consequenzialità tra condanna e opportunità di trattamento prevedendo l'accesso ai programmi di trattamento in sostituzione della pena. E se per tutte le forme di trattamento la libera scelta è un tassello fondamentale ciò diviene imprescindibile per chi entra in una comunità terapeutica che rappresenta uno strumento efficace solo se la persona che ne fruisce può sceglierla liberamente giorno per giorno. Quarto: l'introduzione delle certificazione da parte dei privati per l'accesso al trattamento. Oggi le comunità hanno molti posti vuoti e potrebbe esserci una sorta di "conflitto di interessi", vale a dire un invio più facile, per "far tornare i conti" per riempire, non nell'interesse della persona ma della struttura. Noi siamo per una separazione di tutto ciò, in parole povere avremmo lasciato questo aspetto unicamente ai servizi pubblici”.
Penso di condividere alcune di queste preoccupazioni. Se questa legge fosse male applicata, infatti, i rischi descritti dal comunicato stampa potrebbero diventare preoccupanti realtà. Non è detto, tuttavia, che venga necessariamente applicata male. L’effettiva possibilità di portare nel circuito carcerario dei semplici assuntori di droghe, più che alla modifica di legge, sarà legata, infatti, alle definizioni delle tabelle ministeriali. Già ora esistevano tabelle a suo tempo definite per la legge Fini: non sono state utilizzate per lo “stralcio Giovanardi” ed un motivo potrebbe pur esserci. Solo soglie particolarmente basse potrebbero, infatti, “mandare in galera” (o in comunità come pena alternativa) qualcuno per il semplice consumo. Non credo che questa sia l’intenzione. Visto l’affollamento delle carceri, l’intasamento della giustizia penale e la carenza di risorse (al di là del fatto che mandare il galera qualcuno solo perché usa una droga mi sembra aberrante), fissare quantitativi soglia molto bassi creerebbe rapidamente una situazione ingestibile da tutti i punti di vista. Perché lo si dovrebbe fare?
Mi sembra solo in parte condivisibile l’osservazione che la definizione di una soglia potrebbe limitare la discrezionalità del giudice anche se, viceversa, mi sembra che l’inesistenza di una soglia renda molto più difficile la repressione dello spaccio. Abbiamo visto recentemente casi di persone fermate in possesso di quantitativi non indifferenti di droga e, poi, rilasciate senza particolari conseguenze visto che, appunto, non erano condizionate a dover dimostrare che il possesso fosse limitato all’uso personale. In ogni caso, più che una limitazione della discrezionalità imposta dalla legge, ci si potrebbe trovare di fronte ad una auto-limitazione del giudice nel momento in cui questi decidesse di utilizzare la soglia di possesso come unico elemento di giudizio. Lo "stralcio Giovanardi, invece, prevede la reclusione per il possesso di "sostanze stupefacenti o psicotrope che per quantità, in particolare se superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute emanato di concerto con il Ministro della giustizia sentita la Presidenza del consiglio dei Ministri – Dipartimento nazionale per le politiche antidroga -, ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale".
Sono d’accordo con il terzo punto riguardante la consequenzialità tra condanna e opportunità di trattamento prevedendo l'accesso ai programmi di trattamento in sostituzione della pena. Tra l’altro non è detto che una persona trovata in possesso di droghe, anche quando le usa, sia necessariamente un tossicodipendente (diagnosticabile come tale) e che, quindi, necessiti di un trattamento terapeutico-riabilitativo. Inoltre non ho mai creduto che la cura possa essere un sostitutivo della pena, specialmente quando ne diventa l’unica alternativa. Anche oggi, in diversi casi, l’utilizzo delle “pene alternative” mi lascia molti dubbi. L’uso strumentale dei programmi e dei servizi di cura è diffuso. Direi che si tratta di un nodo non risolto.
Approfondirei meglio, invece, il quarto punto. Per esercitare all’interno di un sistema regionale è necessario accreditarsi con caratteristiche strutturali, di personale e di funzionamento definite. Dopo l’accreditamento è necessario un contratto che definisca chi fa che cosa e con quali risorse pubbliche in relazione alle prestazioni erogate. Se all’interno di questa strutturazione, richiamata dalle modifiche di legge, che dovrebbe essere programmata localmente dai Dipartimenti per le Dipendenze delle ASL con la partecipazione di tutti gli accreditati con “pari dignità”, qualche Organizzazione Privata, assumesse alcune funzioni analoghe a quelle esercitate dagli attuali SERT, avendone i requisiti, non ci vedrei nulla di male. In tutto il Paese ed in tutti i settori esistono, ormai, organizzazioni private che eseguono funzioni pubbliche anche di interesse vitale. Perché non ci dovrebbero essere in questo campo? Certo è che se a livello locale non si istituiscono veri Dipartimenti per le Dipendenze partecipati con “pari dignità” da Pubblico e da Privato Accreditato, se non si programma, non si sceglie e non si decide, allora l’equiparazione è una assurdità: meglio le comunità da una parte e i SERT dall’altra a fare quello che hanno sempre fatto. Purtroppo questa situazione statica, già ora, sta portando a distruzione l’attuale sistema di intervento. E’ proprio la staticità, infatti, a renderlo sempre meno adeguato ai tempi ed alle situazioni che dovrebbe affrontare. Sono contrario alla riduzione della gestione pubblica di questo settore o alla sua sostituzione. Vedo la necessità di “qualcosa in più” non di “qualcosa invece”: penso che il sistema abbia bisogno di una maggiore dinamicità e, quindi, nello specifico ambito locale, all’interno di un processo di programmazione corretto e pensato, ci potrebbero essere funzioni pubbliche svolte da privati accreditati (con particolare riferimento al no-profit in possesso di precisi requisiti) per rendere un servizio complessivamente migliore ai cittadini. Sarei preoccupatissimo, invece, se chiunque, accreditandosi, potesse certificare lo stato di dipendenza ai fine dell’ottenimento di benefici di legge per pene alternative alla detenzione. Vedremmo in tempi brevi sorgere “certificatoi” magari gestiti direttamente dalle organizzazioni criminali ma … non è questo che prevede lo “stralcio Giovanardi”.
Ciò detto mi sembra che la situazione in atto metta in rilievo un nodo critico di non secondaria importanza: la legislazione in vigore, nel suo impianto generale non è più adeguata ai tempi ed ai fenomeni che si intendono affrontare. Si sono operati aggiustamenti successivi ad un impianto ormai vecchio basato su fenomeni che negli anni 70 ed 80 erano essenzialmente diversi da quelli di cui oggi ci occupiamo. E’ cambiato il contesto sociale, l’organizzazione dello Stato, il significato della risposta di Servizio Pubblico. Siamo, tra l’altro, uno Stato federale (o almeno quasi) per cui diventa difficile capire alla luce di questo tipo di impianto legislativo se esista ancora qualcuno che debba e possa proporre una azione antidroga coordinata e sinergica … e come. Quindi sarebbe, a mio avviso, necessario cambiare la legge ma cambiarla veramente, non semplicemente rappezzarla, con un confronto ed un lavoro preparatorio tecnico-politico bipartisan che, purtroppo, sino ad oggi non è stato fatto o non è riuscito. A torto, la questione droga continua a non essere considerata una priorità per il Paese. In questo senso ho spesso detto che, prima di fare una nuova legge, è necessario elaborare una strategia il più possibile condivisa e non viceversa.
Il Vicepresidente del Consiglio, Fini, a suo modo, fu un eretico ed un provocatore quando, all’improvviso e tirandosi dietro la maggioranza sostenne, che la droga era un problema primario del Paese proprio quando, ormai, nessuno ne parlava quasi più, quando le stesse organizzazioni di settore stavano, poco per volta, disinvestendo da questo campo con la scusa di differenziarsi, quando la “pari dignità” tra pubblico e privato (no profit) stava diventando soprattutto uno slogan da giocarsi a certe riunioni per poi continuare, ciascuno sulla propria strada.
Quando Fini propose di mutare le strategie di settore gettò così quasi una bomba nello stagno. Ma gli stagni, come si sa, tendono per natura ad essere tali. Poco per volta tutto si fermò nuovamente. Direi … per fortuna … perché se l’aver portato l’attenzione su un problema era cosa degna, la soluzione proposta era alquanto problematica da molti punti di vista. Fu in quel momento che a destra come a sinistra, si perse l’occasione di una seria ed approfondita discussione sul che fare rispetto a un mondo, quello del consumo di droghe (lecite e illecite) che rispetto agli anni ’90 era totalmente cambiato. Una cosa buona venne fatta: l’istituzione di un Dipartimento Nazionale per le Politiche Antidroga che, effettivamente, a pieno regime, avrebbe potuto (e potrebbe) essere veramente il punto di cerniera tra indirizzo politico e sapere tecnico-scientifico raccordando, tra l’altro lo Stato e le Regioni. Quando, però, il Capo del Dipartimento si dimise … quasi nessuno se ne accorse visto che, nel frattempo, l’azione antidroga aveva nuovamente perso interesse e priorità.
Non sottovaluterei, comunque, il cambiamento di direzione del Governo specialmente dopo la Conferenza di Palermo. Lo stralcio Giovanardi non è semplicemente la legge Fini decurtata di alcuni articoli ma qualcosa di diverso e, a mio avviso, di migliore. Ci sono alcuni punti innovativi e molte rigidità sono state corrette. Consiglio di leggerla per farsi un giudizio tenendo sempre presente, almeno per alcuni argomenti, l’importanza di tabelle e di soglie che non sono state ancora definite. Si sarebbe potuto fare di più e di meglio se la legge avesse seguito il normale percorso parlamentare e se la Conferenza Nazionale di confronto con gli operatori e le organizzazioni del settore fosse stata attuata e tempo debito. Purtroppo così non è stato.
Al momento il dibattito politico è fin troppo semplificato. Il centro-destra ha imposto col voto di fiducia una modifica alla legge sulla droga: bene, se il centro–sinistra andrà al potere, la spazzi via e non se ne parli più. Anche se il tutto sembra automatico ed immediato, qualcosa non funziona in questo ragionamento. L’impianto legislativo sulla droga ha, come dicevo, bisogno di una riforma complessa. Ciò richiede un pensiero profondo, articolato, ponderato, prospettico e propositivo assieme ad un consenso, anche culturale, che non può essere quello di una parte sola. Il punto di arrivo deve essere una strategia il più possibile condivisa e la sua applicazione anche in campo legislativo. L’uso di droghe, lecite o illecite, non è solo un problema individuale, da molteplici punti di vista: senz’altro non favorisce la salute, la qualità della vita, la libertà e la progettualità per il futuro non solo di chi le usa ma di tutti. Oggi non ci sono le condizioni per un dialogo? Bisogna crearle, altrimenti rischiamo soltanto di fare l’interesse di quelle organizzazioni che, vendendo droga, si stanno impadronendo della società civile. Dal loro punto di vista le divisioni sono soltanto un vantaggio almeno quanto il silenzio ed il disinteresse per l’argomento.
Da parte mia sono e sarò disponibile ad offrire tutto il mio apporto perché questo dialogo nasca, così come sino ad oggi ho tentato di fare. L’importante è ricordare che la dialettica, le prassi, gli stili e gli scontri che sono, nei modi e nei metodi, linfa vitale per la democrazia in ambito politico, potrebbero essere distruttivi una volta riportati, tali e quali, nell’ambito tecnico – operativo dove è importante confrontarsi ma anche continuare a lavorare assieme, al di fuori della logica degli schieramenti.
Riccardo C. Gatti 29.1.06
Ecco
il testo completo
dello "stralcio Giovanardi" (la sezione
sulla droga parte dall'articolo 4)
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