
"ALTRE STORIE"
Il paziente di un Ser.T romano si è suicidato nell’androne del Servizio impiccandosi con la cintura dei pantaloni ad una porta. L’uomo, riferisce il Corriere della Sera, aveva 40 anni e stava seguendo una terapia a scalare con metadone. Aveva avuto una violenta lite con il medico e l’infermiera: “Se non mi date più metadone, esco di qui e mi ammazzo”, aveva gridato: lo ha fatto. Conclude il Corriere: “Marco P. era conosciuto da molti anni come poli-tossicodipendente (oltre l’eroina consumava anche altre droghe) dai servizi sociali. Già due volte aveva tentato togliersi la vita e in altrettante occasioni aveva cercato di smettere, entrando in comunità. Non era mai riuscito a chiudere con la droga. Ieri con la vita, sì”. E’ una notizia amara perché racconta del fallimento di una vita. E’ anche una notizia che fa riflettere: si trattava di una persona in cura e la paradossalità violenta o forse, semplicemente, rassegnata del suo atto non può lasciare indifferenti. Troppo spesso sulle droghe e sulle dipendenze si è portati a semplificare. Quante volte abbiamo sentito dire, ad esempio, che i Ser.T danno troppo metadone in modo incontrollato oppure, ancora, che “non si esce dalla droga con la droga” e che la vera cura è la Comunità. Ebbene qui ci troviamo di fronte ad una persona che si uccide, almeno apparentemente, in presenza di ulteriore metadone negato durante una “terapia a scalare” e che, in Comunità, c’era stato due volte. Eppure continuava ad essere dipendente da più sostanze. Questa è una storia di sofferenza vera. Non è la droga che ha fascino, niente divertimenti, sballi e discoteche, niente salvati e salvatori, niente uscite dal tunnel. Niente.
Ci sono eventi che colpiscono perché stimolano la fantasia. Questa storia, invece, colpisce perché riporta alla realtà: persone che assieme ai loro cari soffrono perché le droghe (legali o illegali non importa) hanno impedito loro di realizzare un progetto di vita almeno accettabile. Queste persone sono veramente tante: migliaia e migliaia solo in Italia. Ancora una volta ci sarà chi vorrà semplificare e, guardando dal di fuori, proporrà interpretazioni e soluzioni facili. Lo facciamo in molti, specialmente quando cerchiamo di tirarci fuori dalle situazioni che ci fanno male o dai problemi che non sappiamo risolvere. Ma dallo stesso androne di quel Ser.T domani passeranno centinaia di persone e tra queste gli Operatori di quel Servizio. Gli altri, i “pazienti” ed i loro cari continueranno ad interrogarli, a chiedere loro attenzione, affetto, cure, consolazione, farmaci, parole, speranze. Se non fosse che gli uni e gli altri potrebbero essere i nostri figli, i nostri amici, i nostri colleghi oppure, ancora, i nostri genitori, potremmo quasi sostenere che la vicenda non ci riguarda e continuare, in silenzio, a lasciarli soli. Già lo stiamo facendo: sono solo questioni di droga. Domani è un altro giorno per tutti. Eppure basterebbe comprendere che queste non sono “altre storie”, ma cose che ci riguardano da vicino, per fare di domani un giorno migliore.
Riccardo C. Gatti
10.5.04