3 - IL BENE E IL MALE

 


La fine di un sistema monopolistico non è, di per sé, ne un male ne un bene. Il problema può essere ciò che ne deriva. In questo momento di transizione tutti stanno a guardare in attesa di decidere il da farsi. Essenzialmente sono possibili solo alcune strade alternative.

LA DEREGULATION

Pubblico e Privato Sociale continuano ciascuno per la sua strada. Vengono fissate regole e standard regionali o nazionali per l’esercizio dell’attività all’interno delle quali chi è autorizzato all’esercizio si comporta come crede, in concorrenza e competizione con gli altri. Il vero "giudice" dell’attività è il cliente che sceglie a chi rivolgersi e perché. All’interno di un’ottica aziendale il Servizio (Pubblico o Privato che sia) viene pagato a prestazioni e, se non ha clienti a sufficienza, si ridimensiona o chiude. In questo caso mi sembra ovvio lasciare aperta la competizione, in situazione paritaria, anche al Privato Profit (non solo al Privato Sociale) visto che non è la mancanza dei fini di lucro a definire la qualità o il costo di una prestazione. In questo caso non esisterebbe alcun progetto complessivo e nessun vincolo alla collaborazione. Per alcune attività particolari (es. prevenzione) lo stato potrebbe bandire opportuni appalti per il finanziamento di iniziative di pubblica utilità. Anche se non appare, ad una prima osservazione, questa è la linea che stiamo progressivamente seguendo. Il lavoro di Lobby delle varie organizzazione del settore trasforma inesorabilmente il regime di duopolio in regime di deregulation che, tra l’altro, mi sembra molto pericoloso. Imporre qualunque standard, ad esempio, sembra impossibile. Poiché ciascuno è cresciuto, in questi anni, così come poteva o voleva, quello che oggi va bene ad uno può essere distruttivo per l’altro. Se si chiede che ci sia un rapporto numerico e di qualifica professionale tra operatori e utenti, subito c’è chi dice che questa è una imposizione vessatoria. Allo stesso modo non si può imporre norme standard per le sedi operative. Non si pensi che sia solo il Privato Sociale ed opporsi. Il Servizio Pubblico è esattamente nelle stesse condizioni. Vengono emanate norme che non vengono rispettate o forse, addirittura, vengono emanate norme che non possono essere rispettate. Questa situazione penalizza le organizzazioni migliori favorendo quelle più approssimative e meno costose. Complessivamente non può che portare ad un peggioramento complessivo del sistema. L’interesse di chi la sostiene direttamente o indirettamente è miope. Chiunque può fornire prestazioni precarie a basso costo. Senza operatori qualificati, con contratti di consulenza pagati a prezzi bassissimi, con sedi solo apparentemente adeguate, l’inserimento di imprenditori speculatori potrebbe distruggere l’attività e la tradizione di chi ha fatto dell’intervento terapeutico riabilitativo (e non del profitto) la sua mission.

L’AGENZIA PER LE RISORSE, LE REGOLE, LA PROGRAMMAZIONE, LA VERIFICA.

Un’ipotesi alternativa è che Pubblico e Privato Sociale si riconoscano aderenti ad uno stesso sistema, finanziato dallo Stato, e accettino di darsi, e si diano effettivamente, una regolamentazione che definisca confini, limiti, reciproci rapporti, tra Gruppi, Enti, Servizi ed Organizzazioni. Praticamente dovrebbe essere definito un sistema pubblico per l’intervento sulle tossicodipendenze gestito, in parte, direttamente dallo Stato (SERT) e, in parte dal Privato Sociale. I vari elementi del sistema non potrebbero essere in competizione fra loro, se non quando ciò fosse concordemente definito utile, ed agirebbero sempre e comunque all’interno di un progetto complessivo in cui le varie componenti dovrebbero essere direttamente responsabilizzate sulla ripartizione e sulla gestione delle risorse nonché sulle verifiche dei risultati e dei rapporti costo/beneficio. Il livello di questa interazione potrebbe essere trovato all’interno di una "Agenzia" per l’intervento sulle tossicodipendenze che sarebbe proponente e garante di un tavolo delle regole, degli standard, della programmazione e della verifica, cui dovrebbero partecipare rappresentanze di tutti gli attori del Sistema. L’agenzia potrebbe avere sede presso la Presidenza del Consiglio per le questioni generali e avere diramazioni Regionali per la gestione periferica, oppure potrebbe (ipotesi ambiziosa ma, a mio parere, interessante) essere organizzata come Ente di autoregolamentazione, costituito obbligatoriamente dagli attori del sistema finanziato dallo Stato. In questo caso l’agenzia sarebbe un organismo autonomo riconosciuto dallo Stato. Evidentemente poiché l’Agenzia non è pensata solo come un organismo genericamente di indirizzo etico ma anche di programmazione e erogazione delle risorse, nasce il problema di come organizzare la rappresentanza di chi ne va a costituire i gangli decisionali sia a livello centrale che periferico. Questi problemi, sono superabili nel momento in cui si valuta che questa operazione costituisca un vantaggio ed un interesse per il Sistema di Intervento ma anche per chi, opera al suo interno, ed ha bisogno di garanzie di solida programmazione rispetto agli investimenti economici e di risorse umane. Attualmente gli attori del sistema di intervento sono sempre meno garantiti e ancor meno lo sarebbero in un sistema ancor più de-regolato.

 


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