2 - LIBERTÀ DI CURA - LIBERTÀ DI ANTENNA

 


La situazione odierna ricorda la storia del sistema radiotelevisivo italiano. Ad un certo punto nacquero le Radio "Libere". Tutti dovevano trasmettere. Si diceva che la "libertà d’antenna" era la libertà di pensiero. A ruota nacquero le "televisioni libere": il presupposto era identico. Il pubblico si entusiasmava. Ma per fare radio e televisione, ben presto, ci si accorse che ci volevano soldi e, naturalmente, i soldi erano e sono quelli di tutti i cittadini. Tutte le radio e tutte le televisioni che abbiamo vengono pagate da ciascun cittadino o direttamente con il canone o indirettamente con il costo aggiuntivo dei prodotti che viene riversato in pubblicità, indipendentemente dal fatto di esserne o meno ascoltatori o spettatori. La competizione, nella fase iniziale fu forte e, siccome con più ci si faceva vedere e sentire con più entravano soldi dalla pubblicità, i trasmettitori diventarono sempre più potenti. La potenza dei trasmettitori non serviva per farsi sentire meglio ma per schiacciare altre stazioni più deboli che dovevano spostarsi di frequenza o sparire. Ma la sola potenza non bastava, occorreva consociarsi. Era la fine dello spontaneismo e nascevano i grossi network. L’espressione radio o televisione "libera" cadde in disuso. Accordi, piani delle frequenze ed altri istituti similari, all’inizio, non li voleva nessuno: ciascuno sperava di schiacciare gli altri con la potenza del suo network e dei suoi trasmettitori. Si incominciò a parlare di accordi solo in un momento successivo, quando fu chiaro chi si sarebbe aggiudicato, comunque, grosse fette nella spartizione delle frequenze. L’etere venne, così, suddiviso attraverso una regolamentazione mai completamente conclusa. Finì, definitivamente, il monopolio della RAI ma rimase, comunque, un duopolio gestito da una parte dallo Stato e dall’altra da pochi privati. Maggior qualità dei programmi ? Ci sono molti dubbi a questo proposito ma, in ogni caso, non sembra proporzionata all’imponenza degli investimenti che, tra l’altro, non hanno permesso di aprirci, a livello di produzione, verso il resto del mondo commercializzando i nostri prodotti. Il duopolio si ripiegò su se stesso, schiavo di una pubblicità generalista che imponeva una programmazione di livello complessivamente medio basso e che impediva la sperimentazione. Quella che qualcuno definiva la "televisione migliore del mondo" aveva prospettive di basso respiro: il colosso monopolista aveva ormai i piedi di argilla. Ancora pochi mesi e, attraverso i satelliti e le trasmissioni via cavo, le multinazionali dell’etere arriveranno anche in Italia. Saranno loro a prendere la pubblicità e gli eventi che fanno spettacolo. Quelli che sembravano colossi (RAI e Mediaset, per intenderci) non è detto che possano resistere al colpo. Forse dovranno accontentarsi di un mercato di nicchia oppure riusciranno a mantenere le loro fortune nel caso che il nostro mercato venisse giudicato, dall’esterno, troppo caotico e poco interessante. Se la competizione senza regole, avuta negli anni passati, non avesse bruciato infinite risorse, se ci fosse stato un progetto complessivo concordato per lo sviluppo del sistema radiotelevisivo, forse, le cose sarebbero andate diversamente: le nostre imprese avrebbero potuto essere competitive anche sul mercato internazionale condizionandolo positivamente ed avendo così anche maggior spazio per la produzione di qualità. L’esempio del sistema radiotelevisivo è un esempio da non seguire. Purtroppo, per quanto riguarda le tossicodipendenze (il discorso potrebbe essere esteso anche ad altri campi sia della sanità che dell’assistenza) stiamo più o meno percorrendo la stessa strada. La maggior parte delle Comunità Terapeutiche e la totalità dei SERT sono pagati col denaro di tutti i cittadini ma, a distanza di anni dalla loro nascita, questo denaro serve anche a pagare la mancanza di progettualità e di accordi nonché la competizione improduttiva che ne deriva. Bisogna rendersi conto, infatti, che le competizioni costano ed hanno, quindi, senso se permettono il potenziale progresso di chi le sovvenziona. Poiché il sistema di intervento sulle tossicodipendenze è pagato da tutti i cittadini il fatto che le sue componenti (soprattutto quelle del privato sociale) siano in competizione per l’accesso ai finanziamenti genera dei costi inutili. Questo tipo di gara porta, inoltre, a situazioni aberranti dovute alla necessità, per i leaders del privato sociale e di Comunità, di trasformarsi in personaggi radiotelevisivi o in promotori politici per avere la forza di influenzare a loro favore la distribuzione delle risorse. Sia i media che i partiti politici stanno al gioco creando personaggi e cercando di gestire il consenso che, attorno a loro, si crea con il risultato di potenziare l’incapacità progettuale a favore dell’accesso al consenso popolare. La competizione, infatti, porta molti leaders del privato sociale, ogni volta che deve cambiare un Ministro, o un assessorato, a doversi impegnare attivamente a favore di questo o di quello, mettendo in campo l’ascendenza e l’audience che sono in grado di suscitare, attraverso i mezzi di comunicazione, partecipando a squadre di chiara impronta politica che, in caso di vincita, garantiranno influenza nella programmazione a chi le ha sostenute. Per questo motivo oggi, assistiamo al paradosso che lo Stato, nella sua progettazione di settore, ascolta soprattutto i leaders del Privato Sociale, molto meno i tecnici, anche di alto livello umano e professionale, che lavorano all’interno del Servizio Pubblico alle sue dirette dipendenze. Così, nonostante quello che si spende, grazie ad una politica che mira essenzialmente a conservare immutato ciò che esiste, i programmi, questa volta terapeutico-riabilitativi, stentano a perfezionarsi e, poco per volta, hanno un sentore sempre più stantio. In Comunità ci va meno gente ed i SERT rischiano seriamente di trasformarsi in contenitori per una popolazione di eroinomani emarginati in invecchiamento. I progetti sperimentali hanno ben poco della sperimentazione costruttiva e, grazie anche alla quasi assoluta assenza del mondo universitario, ricerca e didattica sono pressoché inesistenti. Le risorse disponibili per l’azione antidroga, più che gestite, vengono spartite. Il sistema di intervento si sta mostrando sempre più inadeguato al punto che, proprio nel momento in cui alla popolazione degli eroinomani si sono aggiunte nuove popolazioni di persone che abusano di ecstasy, cocaina, ecc., e senza che il mercato della droga mostri segni di flessione, organizzazioni del Privato Sociale, storicamente nate per intervenire sulla tossicomania, incominciano a differenziarsi occupandosi di altro. Contemporaneamente, alcuni responsabili di SERT, portano avanti la bandiera del Servizio solo per gli eroinomani dimenticandosi di tutto il resto. Si esprimono chiaramente dicendo che al SERT questi "altri" non verranno mai, quasi fossero i potenziali clienti a doversi adeguare al Servizio e non viceversa. Perché è finito un monopolio e perché si sta andando verso una situazione sempre più confusa? Perché le culture monopolistiche statali sono, ovunque, in crisi, perché i fenomeni tossicomanici sono cambiati, e perché le persone che più influenzano la programmazione del settore, più che tecnici ed esperti dell’argomento, si vanno trasformando in personaggi della politica o della televisione, costretti a preoccuparsi soprattutto di dare ossigeno alle loro organizzazioni. La continua concessione a questa o a quella tendenza nell’ambito di una dialettica politica che deve dar ragione un po’ a tutti, porta ad una situazione confusa che deve esprimere contemporaneamente tendenze anche in contrasto fra loro. La rigidità di chi è proibizionista assieme alla apertura verso l’uso controllato di droghe devono convivere in un sistema di intervento che non si capisce sino a che punto abbia la mission della cura, dove e quando debba essere un contenitore dell’emarginazione, dove e quando somministri farmaci sostitutivi per curare e dove e quando lo faccia per diminuire la microcriminalità. Nel frattempo i SERT, le Prefetture, la Polizia, la Magistratura, le Carceri sono obbligate ad un surplus inutile e costoso di lavoro che, da una parte, fa agire una serie di persone e istituzioni per erogare sanzioni e, dall’altra, impegna tutta un’altra serie di persone e istituzioni per toglierle. Siccome poi questo lavoro, reale nell’entità, ma assolutamente improduttivo e balordo nei fini e nei risultati, non può trovare giustificazioni razionali nell’intelligenza di qualunque individuo, lo Stato paga altre persone che attraverso convegni, corsi di formazione ed emanazione di norme e convenzioni cercano di costruire percorsi mentali e normativi tortuosi. Bisogna infatti spiegare, a chi ci crede, quanto sia bello che un terapeuta sia anche burocrate e poliziotto, referente del paziente ma anche del Magistrato, del Prefetto e del Direttore del Carcere e come, tutto ciò, possa servire non solo per curare i tossicomani ma anche al bene comune della società ed al funzionamento della giustizia. Attualmente, inoltre, qualsiasi medico può utilizzare il metadone, esattamente come un SERT, in presenza di una legge che permette, con l’apposito ricettario, la prescrizione ad un paziente che può comprarlo nella farmacia più vicina. Naturalmente, esistono, però, delle linee guida ministeriali che sembrano fatte apposta per dissuadere da questa pratica. Non è, poi, detto che il farmacista abbia il quantitativo necessario disponibile o che "riesca" a procurarlo. Visto che, nonostante i grandi discorsi sulla riduzione del danno, compaiono in alcune vetrine cartelli del tipo "QUI NON SI DISPENSANO SIRINGHE" c’è da sospettare che la prescrizione del medico di fiducia non sia agevolmente attuabile. Stanno nascendo metodi, come l’UROD, di disassuefazione rapida, che prevedono il ricovero per il trattamento acuto dell’astinenza da oppiacei. Questi metodi cercano di bandire la sofferenza e sono praticamente una piccola rivoluzione proprio in quanto prevedono il ricovero in un reparto di qualificata specializzazione. Lo Stato si dimostra subito favorevole a sovvenzionarne la sperimentazione ma continua a non chiedersi perché sino ad oggi, in Italia, non siano stati volutamente realizzati reparti pubblici specializzati per il trattamento delle tossicodipendenze cosiddette "illegali". E se qualche privato li aprisse ponendosi in concorrenza con SERT e Comunità, approfittando del fatto che la "sanità aziendalizzata" prevede una sorta di parificazione tra pubblico e privato nel campo dell’offerta ? Se qualche imprenditore incominciasse a proporre programmi di trattamento più adatti a clienti non socialmente emarginati che necessitano di riservatezza, qualificazione e capacità tecnica superiori a quanto attualmente messo a disposizione da SERT e Privato Sociale ? Se qualcuno investisse effettivamente soldi per garantire efficaci percorsi di terapia chiaramente definiti nelle modalità e nei tempi sottraendosi all’astratta indeterminatezza di SERT e comunità ? Manca il know-how ? Certamente no, in alcuni Paesi esteri è da anni che esistono organizzazioni orientate in questo senso. Siamo proprio sicuri che organizzazioni estere non possano entrare nel mercato italiano appropriandosene come sta praticamente accadendo in altri campi tra cui quello televisivo prima citato ? Un monopolio esiste sino a quando non sono pensabili alternative alla sua azione. Oggi le alternative sono pensabili, in taluni casi auspicabili ed è per questo che il duopolio SERT - Comunità terapeutica non ha più ragione di esistere. La confusione del post monopolio apre però la strada ad una infinità di possibilità che non è detto diminuiscano la confusione stessa, che non siano più costose, che diano maggiori benefici ai tossicodipendenti ad alla società italiana.

 


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