Pene Alternative
di Riccardo C. Gatti
gennaio 2002
Nel progressivo e assurdo disinteresse generale
sull’argomento, ogni tanto, qualche notizia sul tema “droga” fa ancora il botto.
Basta leggere i quotidiani. Il Ministro Giovanardi, ospite di Comunità Incontro,
garantisce sostegno a tutte le strutture per i tossicodipendenti, compresi i
SERT ed impegno per il ricorso a pene alternative alla detenzione: apriti cielo!
I SERT ? “Metadonifici” secondo Gasparri! Il Guardasigilli Castelli, intanto,
annuncia l’avvio di un progetto con S. Patrignano: sembra una sorta di comunità
per detenuti ma un altro autorevole componente della maggioranza, Ignazio La
Russa, si affretta a precisare l’inesistenza di un progetto governativo sulle
pene alternative. Forse ci vorrebbe proprio quel Dipartimento Nazionale
Antidroga (D.N.A.) che avrebbe dovuto coordinare le politiche nazionali.
Annunciato a S. Patrignano con grande pompa, per ora, sembra non esistere. Che
le Regioni non siano d’accordo? Vedremo.
Nel frattempo cercherò di sviluppare una riflessione. Perché servono progetti
alternativi alla detenzione per tossicomani che commettono reati? Sono veramente
utili?
Teoricamente il nostro Sistema Penale dovrebbe avere una funzione riabilitativa.
Tutti, però, sanno che non è così. Chi finisce in carcere, spesso, ne esce
peggio di come ne era entrato. Eppure, anziché costruire qualcosa di diverso, si
insiste nel lasciare il Sistema Penale così com’è. Lo si arricchisce, al più, di
qualche iniziativa, magari importante, che, comunque, ben poco può sulla
situazione generale. Attorno al sistema della pena ruotano una serie
indefinibile di progetti di riabilitazione e di reinserimento. Alcuni buoni,
altri meno, altri ancora, assolutamente superflui. Chi commette crimini costa
comunque alla società quando è libero, quando è in carcere ed anche quando si
cerca di riportarlo sulla “retta via”.
Per la persona che ha commesso reati ed è tossicodipendente, almeno in teoria,
ci sono una serie di possibilità in più: una maggiore attenzione rispetto a chi
tossicomane non è.
E’ giusto? Non è giusto? Difficile dirlo; difficile spiegarne
il motivo. Probabilmente ci si è accorti che molti tossicomani finivano in
carcere oppure (la differenza non è da poco) che molte persone che commettevano
reati erano tossicomani. Forse la sensazione era che fosse ingiusto punire
qualcuno in quanto tossicodipendente ed allora …
Ci potrebbero essere anche altre chiavi di lettura: chi commette reati e pure si
droga è meno abile di altri nel farla franca e, quindi, … perché prendersela
proprio “con i più deboli”. Ancora, il mondo scientifico considera la
tossicomania una malattia: come è possibile punire qualcuno per le conseguenze
di una malattia senza, almeno, garantirgli una possibilità di cura. Senza
dubbio, nel momento in cui si pensano progetti dedicati alla riabilitazione di
tossicomani in regime di restrizione della libertà personale, la tentazione di
“prendere due (o tre) piccioni con una fava” è molto forte: fuori dal carcere la
persona costa allo Stato molto meno che dentro; se si interviene con processi
terapeutici o riabilitativi magari non delinque più o delinque di meno; una
volta riabilitata o guarita, magari, riesce a fare una vita migliore. In poche
parole: se tutto va bene tutti guadagnano. Se, invece, va male ci si perde di
meno.
Purtroppo tutte queste considerazioni che, spesso, viaggiano su binari
paralleli, portano a semplificare situazioni che, invece, sono complesse: per
questo motivo diventano insolubili. La necessità di istituire progetti
riabilitativi alternativi alla pena è, di fatto, la certificazione che il
sistema penale non funziona perché non è, di per sé, riabilitativo. Il fatto di
sottrarre all’azione penale “normale” particolari soggetti individuati per loro
specifiche particolarità rischia di avere non solo aspetti positivi ma anche
effetti indesiderati e controproducenti così come aveva ben capito chi,
rapinando mia moglie, le diceva di chiamare pure la polizia: tanto, come
sieropositivo, era incompatibile con il carcere.
L’intervento su chi usa droghe è pieno di paradossi. Si incomincia già con le
sanzioni amministrative: “o vai al SERT o ti ritiro la patente” è una situazione
abbastanza tipica che si trovano a gestire le Prefetture. Chi è di buona
famiglia ha già dietro di sé un avvocato che consiglia di andare al Servizio
Pubblico per dimostrare, con esami delle urine puliti, che non si usano droghe
La vicenda va chiusa il più presto possibile. SERT e Prefetto diventano la
stessa cosa: un inghippo da evitare, da starne fuori. Così anche le situazioni
gravemente a rischio vengono nascoste. Chi , invece, non ha un supporto
famigliare o legale e magari ha una situazione complessa perché e tossicomane e
“non riesce a smettere” avrà la patente ritirata. Conoscevo un tale che,
denunciando lo smarrimento della patente ne aveva ottenuto un duplicato a scopo
… preventivo. Una volta che gli fu ritirato l’originale, in quanto tossicomane,
esibiva la copia in caso di controlli: se non c’erano verifiche sui terminali se
la cavava.
Paradossi ce ne sono anche nel reinserimento lavorativo. Chi ne avrebbe più
bisogno è chi è inserito in circuiti criminali. E’ una occasione per uscirne ma
… le organizzazioni criminali pagano molto meglio di una borsa lavoro o di un
lavoro di ripiego. Così, non di rado, chi ha più risorse personali rimane nel
circuito in cui era: una legge di mercato.
Altri paradossi ?
Ho conosciuto diverse persone che preferivano rimanere in carcere piuttosto che
accedere ad una comunità terapeutica: spiegavano la scelta con un desiderio di
maggiore libertà!
Non ho dubbi, per altro, sul fatto che ci sia chi, per uscire dal carcere, ha
interesse a farsi riconoscere come tossicomane (o come alcolista) anche quando
non lo è. Se ci riesce, e qui si confermano i paradossi, ha più possibilità di
qualunque altro nel dimostrare al Giudice che si sta riabilitando: non avrà
problemi nell’astenersi dall’uso di alcolici o di droghe.
Per questi motivi ho sempre avuto un certa innata diffidenza rispetto al
risultato di tutte quelle azioni che definiscono collaborazioni e integrazioni
tra sistemi di controllo e sistemi terapeutico-riabilitativi. Ritengo si tratti
di relazioni impossibili a meno che uno dei due sistemi non accetti di
trasformarsi. Poiché, sino ad oggi, il sistema penale non ha dato, se non in
alcuni casi, segni di trasformazione, ritengo che chi si occupa di educazione,
terapia, riabilitazione debba, a vantaggio dell’interazione, accettare
compromessi altrimenti inaccettabili. L’operatore di un SERT, ad esempio, può
trovarsi nella condizione di essere contemporaneamente terapeuta e controllore
dello stesso soggetto per conto del Sistema Penale. Tenuta ferma la posizione di
controllore è chiaro che il rapporto terapeutico non potrà che soffrirne. A
questo punto è necessario chiedersi (spero non sia inteso come un gioco di
parole) se ne valga la pena.
Se esaminiamo la situazione da un punto di vista del singolo individuo che,
all’interno di una situazione di restrizione della libertà personale, viene a
contatto con possibilità alternative e con altre persone, professionalmente ed
umanamente preparate ad una interazione terapeutica, educativa o riabilitativa
la risposta è positiva ma con alcune riserve. Propongo alcune osservazioni:
1- nel caso di una vera tossicodipendenza ci troviamo di fronte ad una
patologia: la situazione di restrizione della libertà può anche indurre una
remissione del sintomo ma non è, di per sé, terapeutica e non può indurre
guarigione
2- la restrizione della libertà non è solo quella definita dal sistema penale;
l’accettare l’inserimento in una comunità o un programma di un SERT per evitare
il carcere sono comunque situazioni limitanti la libertà
3- spesso alla tossicomania (o all’alcolismo) vediamo associati una serie di
disturbi psichici che, a volte sono la conseguenza ma, altra volte, sono una
concausa di tossicomania
4- confondere la remissione del sintomo tossicomanico o psichico prodotta da una
situazione contenitiva e, quindi, per definizione protetta, con il miglioramento
della situazione patologica è un errore che si paga non appena la contenzione
finisce
5- esistono situazioni patologiche curabili ed altre non curabili; esistono
concause sociali e culturali affrontabili ed altre non affrontabili; in ogni
caso non esiste, in questo campo, processo terapeutico , rieducativo, o
riabilitativo che possa prescindere dalla volontà e dalle reali intenzioni di
chi vi si sottopone
6- non esistono processi terapeutici, rieducativi o riabilitativi adatti
comunque a chiunque, indipendentemente dalla scelta fatta dal soggetto
7- se non esiste possibilità di scelta del processo terapeutico, educativo o
riabilitativo e se non esiste un processo di valutazione (anche diagnostica e
prognostica) riguardo al percorso da compiere, la riuscita dello stesso è
casuale
8- qualunque processo terapeutico, educativo o riabilitativo vede il suo
risultato come sommatoria del lavoro di chi vi si sottopone e di chi lo conduce
9- quando un progetto fallisce non è possibile valutare che il responsabile del
fallimento sia esclusivamente chi ha scelto di sottoporsi al processo stesso
10- se il conduttore del processo è incaricato anche di controllo sociale è
molto facile che il cattivo esito di un intervento venga addossato
esclusivamente alla “non volontà” del trattato che, in campo penale, finisce per
pagarne le conseguenze
11- non è necessariamente vero che qualunque cosa sia meglio del carcere
Detto ciò, nel momento in cui si propone la sperimentazione di un progetto di
alternativa al carcere non si può che sperare che possa individualmente giovare
a chi vi partecipa. Se, tuttavia, il progetto contribuisce a mantenere
ristagnante una situazione del sistema penale (che non adempie alle funzioni
rieducative e riabilitative per cui, dichiaratamente, viene erogata una pena)
allora questa “riduzione del danno” potrebbe avere, nel complesso, effetti
negativi molto più importanti di quanto potrebbe apparire ad una analisi
superficiale.