Siamo tutti matti ?

"Un minore su cinque soffre di problemi di disagio mentale, in
particolare di depressione, disturbi dell'umore e alimentari, che iniziano
a comparire già durante l'infanzia". E' un allarme recente riportato dal
Corriere della Sera.. E non basta "Una nuova sindrome fa il suo esordio e
colpisce soprattutto i ragazzi: e' quella di dipendenza dagli sms, i
messaggini telefonici. Oltre a provocare irascibilita' e disturbi
dell'umore, i messaggini, sono responsabili anche della perdita del
lessico e della capacita' di parlare nei giovani, che preferiscono un
linguaggio simbolico e sintetico" La dipendenza da SMS colpirebbe, secondo
l'ANSA - Yahoo, ben un ragazzo su tre! D'altra parte, qualche tempo fa,
PubliWeb spiegava che una sindrome analoga si starebbe diffondendo anche
in Corea. Anche lì analoga percentuale: il 30% dei giovani risulterebbe
dipendente dal telefonino. Problemi conseguenti? Diversi: "dolori alle
mani e in particolare al pollice, senso di vuoto e addirittura ansia
quando non si può usare il cellulare". Molti giovani Coreani
ricorrerebbero al medico "per cercare di rimediare a questi fastidi
soprattutto al dolore alla mano che nasce da un uso smodato di video game
e dall'abitudine eccessiva di spedire SMS". La situazione parrebbe grave
anche perché, in un altro articolo, il Corriere della Sera riferisce di
una recente indagine della Demoskopea - realizzata nelle scuole medie di
tutto il Paese, su 13.360 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Lo studio mette al
primo posto la dipendenza da videogames (49%). Ma c'è di più il Codacons
ha effettuato uno studio su 300 volontari, metà uomini e metà donne, di
età compresa tra i 20 e i 60 anni, residenti nelle varie località
d'Italia. La prova consisteva nel privare per 15 giorni il campione del
telefono cellulare. Gli effetti sono stati a dir poco eclatanti già dopo
pochi giorni dall’inizio. Dall'indagine del Codacons è risultato che ben
il 70% dei soggetti modifica il proprio comportamento quando è
impossibilitato a usare il telefonino. Il 70% dei soggetti (210 persone)
non può fare a meno del cellulare. Di questi il 35% ha mostrato tic di
natura nervosa, mai evidenziati prima, come ad esempio mettersi le mani in
tasca continuamente, guardare spesso l'orologio, cercare il telefonino
ogni volta che si sente uno squillo, etc. (www.giornaletecnologico.it). In
questo caso, quindi, le persone affette da “dipendenza da cellulare”
sarebbero ben il 70%. Considerato che a comporre il campione non erano
solo giovani e viste le percentuali di “dipendenti”, evidentemente la
sindrome si manifesta in età giovanile ma, crescendo l’età, interessa
percentuali sempre più ampie di popolazione. Attenzione, però, percentuali
così grandi di popolazione sono affette da queste “nuove dipendenze” ma
che dire delle “vecchie”? Quando telefonini, videogames e computer non
esistevano, si teorizzava sulla dipendenza da televisione e si facevano
studi di deprivazione per vedere quante persone riuscivano a farne a meno.
Si dichiaravano similitudini tra la dipendenza dalla televisione e quella
da sostanze e sulle relative astinenze. Non possiamo proprio stare
tranquilli anche perché nel frattempo non solo ansia e depressione
colpiscono anche i più piccoli ma la tendenza è che entro il 2020 queste
patologie crescano del 50% (fonte Kataweb Salute).
Bene, evidentemente non ho riportato testi scientifici ma articoli di
giornali (stampati o presenti su internet). La divulgazione scientifica o
la costruzione di una intervista dopo una conferenza stampa possono
riportare concetti corretti che, tuttavia, in un altro contesto possono
assumere un significato almeno parzialmente diverso dall'originale.
Mi preme, tuttavia, fare alcune considerazioni anche perché sono proprio questo tipo di informazioni che mischiate assieme da chi le riceve in modo non ordinato e, probabilmente, indipendente anche da chi le fornisce (così come ho voluto rappresentare nella prima parte di questa riflessione), arrivano effettivamente a costruire l'opinione pubblica e, quindi, anche molte decisioni politiche e programmatorie conseguenti.
1) Poco per volta si sta affermando il concetto che (bene o male) siamo
tutti affetti da dipendenze patologiche e che le dipendenze che non
coinvolgono l'uso di sostanze non sono meno pericolose delle altre.
Parallelamente le dipendenze patologiche vengono considerate disturbi
mentali e, unite ad altri disturbi mentali, sembrerebbero riguardare fette
enormi della popolazione generale. I giovani, addirittura i bambini,
sembrerebbero i più colpiti visto che, proprio per loro si prevede un
aumento della patologia. Nessuno si azzarda a pensare che, talvolta, sono
i criteri diagnostici a costruire la patologia e non viceversa. Non per
nulla questo esplodere di malesseri riguarda strumenti tecnologici nuovi
(telefonino, computer, videogames) e meno quelli vecchi. Supponiamo,
infatti, di impedire a 300 volontari di usare luce, acqua calda e
riscaldamento: avremmo probabilmente qualche segno di modifica del
comportamento, qualche segnale di nervosismo (succede anche ai VIP
dell'Isola dei Famosi). Dipendenza da energia elettrica e termica? Nessuno
appare nemmeno sfiorato dal dubbio che, se i ragazzi Coreani hanno i
pollici che fanno male per spedire SMS e giocare ai videogames, il
problema potrebbe essere una cattiva ergonomia degli apparati che usano e
non la conseguenza di una dipendenza. La conseguenza, invece, potrebbe
essere l'aumento della spesa per ricorrere alla rassicurazione di un
"esperto" nel momento in cui il figlio incominciasse ad essere un po'
troppo interessato a cose che il genitore da giovane non utilizzava
(perché non esistevano). L'agitazione dello spettro della dipendenza e
della malattia mentale potrebbe essere estremamente efficace il tal senso.
Contemporaneamente, tuttavia, (e, forse, senza volerlo) l'attenzione per
il rischio di dipendenze patologiche da sostanze lecite e illecite
diminuisce. Non per nulla queste sostanze si stanno trasformando in beni
di consumo socialmente compatibili. Come dire: attenti al (troppo)
telefonino o ai videogames perché possono dare dipendenza ma la canna, il
tiro di coca, in fondo, come una buona bevuta ... o la sostanza per
aiutarti in palestra non sono un gran che: sempre ci sono state e sempre
ci saranno. E' normale!
2) Appare strano che, pur esistendo nel nostro Paese una struttura molto
ramificata di Servizi Pubblici e Privati no profit per le
tossicodipendenze, che dovrebbero già possedere gran parte delle
conoscenze e dell'esperienza necessarie per curare questi nuovi disturbi,
nessuno ne parli. La similitudine tra dipendenza da sostanze ed altre
forme di dipendenza patologica sembrerebbe finire subito dopo che la paura
per l'essere "drogato" le ha idealmente accomunate. Compiuta, infatti
questa operazione i punti di riferimento cambiano, sono altri o nemmeno
ancora esistono: si ribadisce come sia necessario trovare finanziamenti
per costruirli ex novo o per dare possibilità di seguire i nuovi
dipendenti a chi non si è mai occupato di dipendenza.
3) Gli allarmi consecutivi e generalisti sulla nostra scarsa sanità
mentale complessiva e sulla nostra possibile polidipendenza rischiano,
perciò, di spingere nell'ambito della cura persone che probabilmente non
avrebbero mai pensato di essere e, probabilmente, non sono malate di mente
o affette da dipendenze patologiche. Non è detto, però che, gli allarmi
aspecifici, siano in grado anche di provocare azioni precoci su quei
soggetti che, invece, avrebbero più bisogno di interventi mirati e
specifici anche in campo preventivo per essere efficacemente raggiunti. E'
chiaro, quindi, l'aumento di interesse del campo di intervento della
"salute mentale" e dei professionisti di questo settore per la popolazione
generale ma non è valutabile se una azione "generalista" sia in grado,
oltre ai costi, di portare effettivamente benefici per la salute. La
maggior parte degli interventi terapeutici effettivamente strutturabili
nel settore delle dipendenze e della patologia mentale possono, a loro
volta, provocare diversi gradi di dipendenza fisica o psicologica. Ciò è
eticamente accettabile ed indicato solo nella condizioni in cui la
dipendenza da un farmaco, da un trattamento psicoterapico o da un setting
ambientale (es. di gruppo o comunitario) diventano l'inevitabile mezzo di
recupero della "salute" persa o di prevenzione di possibili gravi rischi
psico-fisici.
4) Mentre sembra sempre più forte lo stimolo ad individuare patologie in
persone che, altrimenti, sarebbero considerate e si considererebbero sane,
mancano sempre più le risorse per curare quelle che sicuramente sono
malate. Contemporaneamente sembrerebbe in corso la creazione di un mercato
della cura della "para-malattia" una malattia, cioè che "potrebbe esserci"
anche se, effettivamente, non c'è. Un esempio: "Nel mondo in 37 milioni
(di persone N.d.A.) hanno l'Alzheimer, ma in almeno 180 soffrono di
disturbi cognitivi legati all'invecchiamento - i farmaci per i primi
potrebbero essere venduti, stiracchiando i confini della malattia, al ben
più ampio mercato degli anziani smemorati" (Giovanna Zucconi -L'Espresso
online).
Sono assolutamente convinto dell'assoluta necessità di lavorare
affinché chi è malato abbia la possibilità di curarsi al meglio e
precocemente. Ritengo fondamentale che si attuino azioni di tipo
preventivo efficaci e mirate che permettano la riduzione dei fattori di
rischio e l'intervento precoce. Vedo con preoccupazione lo sviluppo di un
"mercato della salute" che potrebbe essere il contrario di ciò che serve
per prevenire e curare la patologia, specialmente nel campo delle malattia
mentali e delle dipendenze patologiche. A questo punto ci si potrebbe
chiedere come sia possibile costruire strategie di marketing per creare
artificialmente questo mercato quando le informazioni che arrivano ai
possibili consumatori sono così variabili e diverse, quando le fonti di
alcune notizie sono assolutamente credibili ed autorevoli, quando chi le
trasmette o le pubblica non ha interessi diretti in questo campo.
"Possiamo avere molte tattiche diverse e complementari. Si può sparare con
una pistola a ripetizione, con un cannone o con raffiche di fuoco. Ma deve
essere una sola la strategia, la linea che arriva dritta sul bersaglio"
(dal capitolo 4 del Nuovo libro della pubblicità di Luis Bassat e
Giancarlo Livraghi). Il bersaglio siamo tutti noi ed a ciascuno arriva in
modo ridondante quanto serve per costruirsi una opinione "libera".
L'abilità è quella di produrre la ridondanza di informazioni necessaria a
costruire questa libertà trovando anche i giusti moltiplicatori dei
messaggi o, semplicemente, amplificando o aiutando ad amplificare ciò che
serve e lasciando dove si trova tutto il resto. Basta guardare il mercato
delle sostanze d'abuso, che ormai funziona come tutti gli altri mercati,
per comprendere: con alcune droghe il dubbio anche tra alcuni esperti del
settore è ormai che possano anche far bene ... o , forse, fanno male ma è
questione di dose e di contesto ...in fondo le usano in tanti e non
sembrano così rovinati. Insomma: non ci si capisce più nulla però si
possono comprare. Provarle? Perché no. Un tempo si sapeva precisamente
cosa era bene e cosa era male in questo campo, ora abbiamo più
informazioni, più documentazioni, più comunicazione, più prevenzione
specifica e aspecifica ma anche più confusione in testa. Quella necessaria
perché più persone comprino i prodotti. Allo stesso modo si sta
confondendo il campo della salute e della patologia: così si cura chi è
malato ma soprattutto dovrebbe curarsi chi è sano per non essere malato:
anche da bambino. Esiste una soluzione al problema ? Certamente:
accrescere la cultura e la capacità di leggere ciò che oggi ci vede
analfabeti; crescere mentalmente e nelle nostre capacità critiche e di
analisi più di quanto crescano le strategie che ci vorrebbero consumatori
acritici.
Siamo tutti matti? Può darsi ma, probabilmente, c'è già chi è pronto
a venderci il rimedio.
Riccardo C. Gatti 8.11.04
Sessodipendenti, cioccolismo, marketing e altre storie
Secondo una notizia riportata da ANSA e Yahoo, in Italia il 10% degli uomini e il 2% delle donne e' sesso dipendente. Lo rileverebbe "la più importante ricerca realizzata in Europa sul fenomeno". Chi soffre della psicopatologia della dipendenza da sesso passa la giornata a visitare siti porno, a masturbarsi o a praticare il voyeurismo. Se si considerano anche le situazioni limite, la questione tocca l'8,3% degli italiani, riferisce l'ANSA. Viste le percentuali riferite nelle diverse ricerche, e considerando le varie forme di dipendenza possibile (alcol, tabacco, droghe, telefonino, videogiochi, gambling, internet ecc.) avere una dipendenza patologica sembra ormai una regola. Potrei, inoltre, suggerire altre possibilità per nuove ricerche (anzi se qualcuno volesse finanziarmele ... mi scriva): dipendenza da tifo calcistico; dipendenza da Palio (solo per Senesi); dipendenza da arancia nell'occhio (solo per la città di Ivrea); dipendenza da moto (sindrome di Valentino Rossi); dipendenza da serial televisivi o da reality; dipendenza da idoli e star negli adolescenti; dipendenza da spostamenti e scelte lavorative (nei rappresentanti di commercio) dipendenza dalla mamma (tutti gli altri); dipendenza dal ruolo materno (per le mamme). Naturalmente si tratta solo di alcune possibili indagini da cui, sono sicuro, potremmo ricavare dati interessanti. Intanto, se penso che, in questo momento, un italiano su dieci sta visitando siti porno, oppure si sta masturbando o è intento a praticare il voyeurismo mentre gli altri, osservati dai voyeur, non possono fare a meno di stare aggrappati al telefonino per fare SMS sino a spaccarsi le dita oppure si consumano gli occhi davanti al televisore, al videopoker oppure al computer, credendo di divertirsi, capisco perché tante cose nel nostro Paese non vadano bene. Forse solo i lavoro-dipendenti ci salveranno. A proposito, lei che mi legge, ... che ci fa qui? Possibile che non abbia altro a cui pensare? Non si sente strano, quante volte visita siti come il mio? Non penserà di esser l'unico sano in un mondo di malati? Anche questa è una patologia.
... e se non basta ecco la dipendenza da cioccolato
Ecco cosa riporta una recente notizia di Agenzia (ANSA) a proposito del X Congresso della Societa' Italiana di psicopatologia (Sopsi): "Che il fenomeno del cioccolismo sia una realta' lo dimostra un recente studio, probabilmente il primo del genere, coordinato appunto da Iannitelli: intervistando un campione di 350 studenti universitari (da 20 a 28 anni) e' infatti risultato che ben il 63,87%, in prevalenza tra le donne, ha una forma di vera e propria dipendenza dal cioccolato; il 34,25% , invece, lo consuma vivendo poi profondi sensi di colpa e il 45,77% consuma cioccolato in modo funzionale, ovvero come self-therapy quando si sente sotto stress o negli stati di ansia". . Il Prof. Icro Maremmani, fino ad a poco tempo già direttore del Centro di ricerca e di assistenza per tossicodipendenti dell'Università di Pisa (recentemente chiuso) e grande esperto, tra l'altro, di terapie sostitutive, ha messo in guardia sulla situazione dei dipendenti da cioccolato: ''E' il caso di chi comincia a consumare cioccolato in segreto, sceglie di frequentare solo luoghi dove sia disponibile questo prodotto o addirittura arriva a selezionare il partner e gli amici sulla base del loro consumo di cioccolato per non sentirsi 'sotto accusa''.
Per fortuna che, se sono veri i risultati della ricerca riferiti dall'ANSA, almeno tra gli studenti, i dipendenti sono la maggioranza e, quindi, non dovrebbe essere difficile, per loro, trovare amici e partner. Più complessa la situazione relazionale della minoranza che non ha una dipendenza da cioccolato e che, probabilmente, sarà costretta a trovarsi qualche altra forma di dipendenza ... per sentirsi normale.