
Quella voglia di eroina
Il tempo passa, le cose cambiano. Vi ricordate l’inizio degli anni ’90? C’era la “guerra alla droga” e non si trattava solo di un modo di dire. Noi avevamo le “madri coraggio” e facevamo fiaccolate per i quartieri ma, in altri luoghi, si muovevano davvero eserciti e la guerra non era solo ideale. Le principali reti televisive facevano a gara per presentarci i nuovi eroi: i volontari di questa guerra. Si trattava di persone coraggiose che, nell’indifferenza generale, avevano cercato di fare qualcosa di concreto per costruire un argine ad una piaga sociale che sembrava dilagare in modo inarrestabile. Non c’era solo la droga ma anche l’AIDS visto che, nei paesi mediterranei, ci si scambiava la siringa per l’eroina quasi come un segno di comunanza e di amicizia tra pari. Come in una guerra ogni giorno moriva qualcuno ed i giornali tenevano il conto dei morti nelle cronache. Sembrava una questione senza uscita e, come di solito accade in questi casi, il Paese era diviso: sanzionare anche penalmente i tossicomani per spingerli alla cura o, per lo stesso motivo, “educare e non punire”. Il gergo usato per dibattere l’argomento era pesante tanto che anche quelli che stavano dalla stessa parte del fronte, talvolta, sembrano in guerra tra loro. Si faceva di tutto per “salvare” chi era entrato nel “tunnel” ed alla Conferenza Nazionale Antidroga partecipavano il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio ed i principali Ministri.
Passarono tre anni e tutto finì: dopo il referendum del ’93 che abrogava le sanzioni penali per i tossicomani il “problema droga” poco per volta svanì nel nulla: da priorità assoluta per tutti a patrimonio del ricordo. Qualche eroe di allora rimase sulla breccia, qualcun altro finì male. Molti si trasformarono da combattenti a reduci e, anche senza dirlo apertamente, incominciarono a giustificare, anche a sé stessi, un minore impegno nella questione mascherandolo con un allargamento di interessi. Nei primi anni del nuovo secolo la rievocazione del vecchio tossicodipendente da eroina, che un tempo faceva paura, era già usata per far ridere negli spettacoli di cabaret. Nei primi anni del nuovo secolo “l’uscita dal tunnel” della sigla di Zelig si riferiva, ormai, ad altro. Così, mentre la “guerra alla droga” finiva nei meandri della memoria, ci siamo persi un pezzo di storia tanto che, oggi, anche chi è esperto di questioni sociali annaspa nel descrivere cosa sia successo nel frattempo. Attenzione, però, a non farsi ingannare! Come per tutte le grandi guerre, periodicamente, i combattenti ed i reduci si ritrovano alle commemorazioni e tengono a sottolineare l’attualità della loro lotta ed a rileggere i fenomeni di oggi con l’esperienza di ieri. Così tutto sembra più chiaro e sotto controllo ma non è così. Direi anzi che, se una guerra c’è stata, il fronte dell’antidroga non l’ha vinta. Mentre andava all’assalto, il campo di battaglia è stato spostato: oggi le tattiche, gli equipaggiamenti e le armi di un tempo non servono più. I “nostri eroi” sono a cavallo con lancia corazza e scudo nel bel mezzo di un moderno conflitto urbano: fanno una bella figura ma hanno poche speranze anche di comprendere esattamente dove sta il nemico.
In questi anni il mercato della droga ha cambiato completamente strategie. E’ passato dalla vendita al dettaglio alla grande distribuzione. Non è stata un’azione particolarmente diabolica o geniale: semplicemente questo mercato ha fatto né più ne meno ciò che hanno fatto tutti gli altri. Si è globalizzato ed ha ristrutturato completamente la distribuzione dopo aver ridisegnato i prodotti. Un tempo lo spacciatore si rapportava al tossicomane esattamente come il piccolo negoziante era in relazione con la massaia. Si conoscevano, il rapporto era personale e di fiducia reciproca. Il negoziante, ogni giorno, sapeva, più o meno esattamente, quali clienti sarebbero arrivati al suo negozio e cosa avrebbero comprato: lo spacciatore anche. La grande distribuzione ha cambiato tutti i giochi. Il consumatore è contemporaneo cliente di distribuzioni differenziate che promuovono il prodotto giusto al momento giusto raggiungendo il target in modo penetrante, dedicato e sofisticato. Il consumatore è convinto di saper scegliere ma, in realtà, è chi vende a conoscere esattamente i suoi bisogni perché è in grado di crearli. Il mercato della droga, dunque, non si sviluppa più su uno zoccolo duro di tossicodipendenti ma di consumatori (anche occasionali) che acquistano una serie differenziata di prodotti di qualità discreta e soprattutto di prezzo compatibile con il loro vivere sociale. Oggi drogarsi non è più una scelta (sbagliata) di vita magari indotta da condizioni sfortunate o disagiate ma un normale fenomeno di consumo. Ciò che il cliente acquista non è più la singola sostanza ma una sorta di “format” complesso di cui nello stesso tempo è attore e consumatore di desideri indotti che, di volta in volta ed a seconda dell’età, dello stato sociale o della situazione possono essere il raggiungimento dello sballo, l’adrenalina, la performance o il suo mantenimento. L’assunzione di droga sottintende un disagio, un malessere o una patologia? Non necessariamente anche se, ovviamente, chi ha un disagio, un malessere o una patologia corre rischi maggiori di un ulteriore negativo sbilanciamento. Ma, intendiamoci, il mercato della droga, oggi, si rivolge più a chi sta bene che a chi sta male. E’ proprio questo cambiamento di fronte che ha mischiato le carte in tavola. Quando, ad esempio, negli anni ’70 ed ’80 l’eroina arrivava nei quartieri poveri e nelle periferie andava chiaramente a colpire un determinato target. Poiché costava molto, prima o poi, chi la usava, prosciugava tutte le risorse familiari, poi o entrava nel giro della criminalità o si prostituiva o si curava al SERT o in Comunità.
Per questo, un tempo, dicevi “tossicodipendente” e già si capiva cosa intendevi. Oggi ci sono i “poliabusatori”, i “doppia diagnosi” i “policonsumatori”. Le sostanze di cui si abusa sono tante: il mercato è attento al cliente e cerca di accontentarlo in tutti i modi. E i trattamenti? Un tempo non c’era molto da scegliere: erano essenzialmente tre: la “disintossicazione”, il metadone e la comunità più o meno assemblati tra loro e conditi con la psicoterapia o il supporto sociale. Oggi, considerando il numero di diagnosi e di situazioni possibili, ogni tossicomane avrebbe bisogno di un trattamento a sé. Nel frattempo i trend di consumo si susseguono, cambiano e, mentre tutto rincara, i prezzi delle droghe diventano sempre più abbordabili. Forse anche per questo la “disintossicazione”, non è quasi più richiesta. “Non ci sono più i tossici di una volta”. E’ una battuta, certamente, ma ogni tanto è una frase che si sente dire. Così, poco per volta, abbiamo dimenticato anche l’eroina. Quando si pensa alle droghe dei giovani oppure a quelle degli adulti … si pensa ad altro.
Eppure c’è in giro tanta eroina nelle nostre città e, in alcune metropoli come Milano, forse, se ne trova anche più di un tempo. La cosa strana è che, apparentemente, non ce ne accorgiamo. Non è in transito, come qualcuno crede: viene consumata. Anche chi lavora nel settore a fatica può accorgersi di un fenomeno quando non si riesce logicamente a pensarlo. L’eroina appartiene, infatti, a vecchie logiche: non è una “nuova droga”. Così ci si aspetta di incontrarla in situazioni determinate ed in ambiti specifici che esistono ancora ma che non fanno parte del “nuovo mercato”. Ma, dicevo prima, il mercato della droga si è trasformato ed ha costruito una nuova distribuzione che si rivolge a nuovi clienti. Il target sono tutti i consumatori in senso ampio e, quindi, tutti i cittadini visto che, sin da piccoli, attraverso la televisione, gli esperti di marketing ci addestrano ad entrare in un grande format in cui il “buon cittadino” corrisponde esattamente al “buon consumatore”
La grande distribuzione della droga, trasformando i suoi prodotti in prodotti di consumo, ha fatto nascere, appunto, una nuova elite di consumatori che, come tutti gli altri, rivendicano scelte consapevoli (ancora una volta indotte dalle strategie di marketing). Si tratta di persone “normali” di diverse classi sociali: hanno un lavoro, sono culturalmente attive. Oggi si accostano all’eroina con curiosità e la fumano o la inalano con un atteggiamento disinibito simile a quello che un tempo avrebbero dedicato alla cannabis. E’ un’abitudine vissuta privatamente, poco esibita ma non nascosta. Anche in questo caso, come ogni volta che nasce una nuova tendenza, chi la pratica è in grado di elencare non solo i benefici effetti che ne ricava ma anche di giustificare i vantaggi del metodo di assunzione: non c’è la siringa, non c’è rischio infettivo, si dosa meglio l’effetto. Naturalmente, ciascuno è anche convinto di poter assolutamente controllare la situazione ed è favorito, in questo, dal fatto che l’eroina in circolazione è tanta ma poco “forte”: contiene poco principio attivo. La novità non sta tanto nell’inalare o nel fumare l’eroina, cosa che fa parte della storia di questa sostanza, quanto nel contesto culturale e nell’atteggiamento generale che va a costituire un nuovo “format di consumo”.
I nuovi “format di consumo” si creano e si distruggono come le mode ma ho la sensazione che ci troviamo di fronte ad un nucleo attorno a cui si costruirà qualcosa di più stabile. Per il mercato questi nuovi consumatori sono importanti perché fungono da testimonial: anche l’eroina può essere una droga per persone socialmente inserite. Si può fumare da sola, può bilanciare gli effetti della cocaina e degli altri stimolanti, placare l’ansia e il dolore. Comunque è trendy e non trash e diventa un “bisogno” culturalmente giustificabile. In realtà si tratta di un bisogno indotto dalle strategie di marketing di una grande distribuzione che, ogni anno, ha necessità di guadagnare nuove fette di mercato e che ha già in magazzino la nuova eroina afgana la cui produzione va a gonfie vele.
Il mercato avrà, così, un prodotto con un principio attivo molto più alto con maggiori facilità di distribuzione e possibile modulabilità del prezzo. La situazione, per i nuovi consumatori, diventerà sempre meno controllabile ma, se i prezzi potranno essere mantenuti ad un livello compatibile con il loro stipendio, non saranno costretti a fare a meno della droga. Passerà, così, qualche anno prima che si accorgano di una dipendenza che credevano di non avere. Contribuiranno, nel frattempo, a consolidare quel format di consumo che altri assumeranno come modello. Non dimentichiamo che i più giovani non hanno alcuna idea di ciò che l’eroina ha rappresentato negli anni ’70 e ’80 e, quindi, non hanno alcuna resistenza nei confronti dell’uso dell’eroina.
Torneranno “i tossici di una volta”? Difficile prevederlo certo è che il mercato sta chiudendo il cerchio: molti vecchi tossicomani, prossimi alle fasce marginali della popolazione, sono diventati anche consumatori di cocaina; le persone socialmente inserite incominciano ad essere iniziate all’uso di eroina. Meglio parlarne, pur cercando di non amplificare il significato di una tendenza, per ora, iniziale: nessun tessuto sociale è in grado di prevenire un pericolo se non lo riconosce come tale. Ormai il pericolo non è tanto nella singola sostanza o nel singolo “format di consumo” quanto nella strategia complessiva di un mercato che, per essere affrontato richiede strumenti ed azioni molto più sofisticate e definite di quelle che sino ad oggi sono state adottate. In questo senso più che un “allarme eroina” ho cercato di proporre una riflessione che, spero, possa essere raccolta. Non sarà facile perché fa parte della nostra cultura la convinzione che un mercato si crea ma non si può distruggere … e deve crescere ogni anno qualunque esso sia. Ci sentiamo, così, impotenti raggiungendo la conclusione che cambiare le cose sia impossibile ed utopistico. Strano perché, osservando bene la situazione, ci accorgeremmo di una cosa fondamentale: chi, in questi anni, ha lavorato con costanza per l'espansione del mercato della droga non ha mai pensato che non fosse possibile un cambio di atteggiamento nei confronti delle sostanze di abuso. Dal suo punto di vista ha avuto ragione: il cambiamento c'è stato! E’ brutto dover imparare qualcosa da chi sta dall’altra parte ma rimango anch’io convinto che un cambiamento di tendenza è possibile lavorando con minor ingenuità e con migliori strategie dopo aver compreso bene la situazione in cui ci stiamo movendo.
Riccardo C. Gatti 5.9.04