LA REGIONE UMBRIA CONTRO IL DIPARTIMENTO NAZIONALE ANTIDROGA 

 

La Regione Umbria ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto del 31 maggio scorso denominato "Linee di indirizzo amministrativo in tema di promozione e coordinamento delle politiche, per prevenire e contrastare il diffondersi delle tossicodipendenze e delle alcooldipendenze correlate " pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 132 del 8 Giugno 2004. Il Decreto, firmato dal Vicepresidente del consiglio dei Ministri, definisce i compiti del Dipartimento Nazionale Antidroga.'' Con questo ricorso - ha spiegato l'assessore regionale alla sanità Maurizio Rosi - poniamo con forza il problema del rispetto delle competenze della Regione e degli enti locali. Le funzioni attribuite con il decreto (al Dipartimento Nazionale Antidroga N.d.A.) sono infatti, a nostro giudizio, in contrasto con il nuovo disegno delle competenze come risultante dalla riforma del titolo V della Costituzione. E questo sia dal punto di vista dei rapporti istituzionali sia dal punto di vista della distribuzione delle competenze stesse, visto che la materia della tutela della salute e dell'assistenza sociale, che ricomprende la lotta alle tossicodipendenze, e' riservata rispettivamente alla competenza legislativa concorrente, e residuale delle Regioni'' (Fonte ASCA - 16.11.04). 

Ritengo corretto ed anzi doveroso ricorrere alla Corte Costituzionale quando si ritiene che sia stata violata la Costituzione. Confesso, però, sentimenti di grande preoccupazione che cercherò di esplicitare nel migliore dei modi, sperando di non essere frainteso.

La cosiddetta "azione antidroga" ha più componenti perché risponde ad obiettivi differenziati come, ad esempio, la lotta alla criminalità organizzata o, anche, al terrorismo. La vera partita contro la tossicodipendenza, l'abuso di sostanze ed i danni individuali e sociali che queste situazioni provocano non è, pertanto, identificabile e direttamente sovrapponibile con l’azione antidroga nel suo complesso ma si gioca su piani particolari e differenziati che hanno a che fare con la cultura, l'educazione, l'informazione, nonché con il curare ed il prendersi cura, quando necessario. Personalmente ho sempre ritenuto che la parte repressiva dell'azione antidroga sia relativamente inefficace nel prevenire l'abuso di sostanze e le dipendenze mentre ha significato soprattutto su altri obiettivi. Per questo motivo mi sono sentito di affermare più volte che, nel nostro Paese, più che di nuove leggi, avremmo bisogno di strategie di azione per affrontare sinergicamente un mercato delle sostanze di abuso (illecite ma anche lecite) che si va facendo sempre più aggressivo e che, con tecniche da "grande distribuzione" si rivolge, ormai, a tutte le fasce di età ed a tutti i ceti sociali. Mentre, però, le azioni legislative e repressive trovano, a diversi livelli nazionali ed internazionali, punti di incontro e di coordinamento la stessa cosa non avviene per quanto riguarda la prevenzione (non repressiva) nonché la pianificazione e l'organizzazione degli interventi terapeutici e riabilitativi. Si tratta di un problema diffuso che non riguarda solo il nostro Paese ma interessa l’intero continente Europeo e, probabilmente, il mondo intero. Ritornando all’Italia si sono sviluppate contemporaneamente, negli anni,  alcune tendenze generali che ci interessano da vicino. La prima riguarda la necessità, ormai riconosciuta da tutti, di costruire e far funzionare sistemi di rete che siano in grado di intervenire con azioni sinergiche preventive, terapeutiche e riabilitative. La seconda si riferisce alla conquista di autonomie decentrate proprie di uno Stato “leggero” che tende al federalismo ma che riguardano anche l’organizzazione di singole realtà ed organizzazioni locali. Purtroppo queste due tendenze non hanno raggiunto un equilibrio.

L’Italia, dopo il DPR 309/90, con fatica e abbastanza lentamente, stava raggiungendo almeno una certa uniformità nell'offerta territoriale di servizi di cura. Un accordo Stato Regioni aveva intravisto nel Dipartimento delle Dipendenze l'importanza di un organo strategico di programmazione territoriale. Ma oggi, poiché sono tanti i punti di possibile potere decisionale che rivendicano indipendenza ed autonomia (Regioni nei confronti dello Stato – Comuni nei confronti delle Regioni – Aziende Sanitarie nei confronti di Regioni e Comuni – Dipartimenti delle Dipendenze nei confronti delle stesse ASL in cui sono inseriti – Privato nei confronti del Pubblico e viceversa – Singoli Servizi e, addirittura, singoli professionisti che rivendicano il “loro metodo” e la “loro strategia” nei confronti di ciò che considerano “calato dall’alto”), ho la sensazione che troppe spinte inibitorie impediscano sempre più attivamente l'elaborazione di una strategia univoca. Il fronte dell’azione antidroga non repressiva rimane, così, costantemente sotto scacco nell’inevitabile rincorsa di situazioni che non riesce a prevedere e, quindi a prevenire e di cui, suo malgrado, spesso può solo tentare di ridurre i danni. Ciò avviene anche perché chi promuove il mercato delle sostanze d'abuso (e non solo quelle illecite) si muove, invece, su dimensioni e strategie sinergiche che travalicano non solo i livelli regionali ma anche quelli nazionali e continentali ed ha necessità di incrementare progressivamente non solo i traffici e gli scambi ad essi correlati ma anche, evidentemente, i consumi.

E’ per risolvere questa disparità che ho sempre visto favorevolmente la creazione di un Dipartimento Nazionale Antidroga. Nel mio ultimo libro  "Droga - Architettura e materiali per le nuove reti di intervento", tra l'altro, teorizzo ed auspico l'esistenza di una catena programmatoria e di indirizzo costituita da Dipartimento Nazionale - Dipartimenti Regionali - Dipartimenti Locali che, con specifiche e differenziate funzioni, costituiscano l'ossatura di un sistema sinergico e dinamico di governo di una rete integrata di Servizi e di Azioni non repressive.

Non sono un costituzionalista e, quindi, non sono in grado di valutare tecnicamente le ragioni del ricorso della Regione Umbria ma sono convinto che il Decreto, oggi contestato, attribuisca al Dipartimento Nazionale Antidroga compiti fondamentali che debbono essere svolti da un livello centrale. Molti di questi compiti sono anche propri della singole Regioni ma è impensabile che non siano indirizzati e coordinati a livello nazionale e che, questo livello, a sua volta non si coordini almeno con l’ambito europeo. Faccio notare che un’azione non repressiva poco efficace, perché scoordinata, in presenza di un mercato aggressivo e determinato, finisce inevitabilmente per potenziare il concetto che la repressione sia l’unico realistico argine di tutela della sicurezza sociale. In questi casi diventa primario, in mancanza di altro, cercare di ridurre i danni che chi abusa di sostanze può creare … agli altri mentre il sistema di intervento finisce per essere individuato come contenitore della devianza e non come strumento del prevenire, del curare e del prendersi cura. Posizioni reciprocamente inibitorie fanno parte dell'azione politica di qualunque democrazia ma, dal punto di vista tecnico,  non vorrei che l' azione antidroga non repressiva (e solo questa) tendesse a rimanere in stallo su una scacchiera talmente piccola da non comprendere più nemmeno il gioco per cui è stata creata.

Riccardo C. Gatti 17.11.04

 

Per leggere il Decreto contestato davanti alla corte costituzionale

 

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