Ora a rischiare è tutta la società
(Corriere della Sera - Milano 15.11.06)
A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 i Paesi occidentali dichiararono guerra alla droga. Da un certo punto di vista, quella guerra fu persa: l’uso di droga, oggi, è più diffuso di allora. Da un punto di vista meno superficiale, tuttavia, potremmo considerare che la nostra guerra alla droga aveva alcuni obiettivi strategici: limitare i decessi per overdose di eroina, arginare la diffusione del virus dell’AIDS tra i tossicodipendenti, diminuire la criminalità diffusa connessa alla necessità di procurarsi eroina, far si che l’uso di droga non corrispondesse all’emarginazione sociale e rendere ampiamente presenti sul territorio nazionale Servizi di cura accessibili a tutti e gratuiti. Tutti questi obiettivi sono stati raggiunti, almeno parzialmente.
Ma anche il mercato della droga aveva una sua strategia: muoversi come gli altri mercati globalizzati. Ciò comportava l’utilizzo di tecnologie tipiche della grande distribuzione. In questo era facilitato da una sorta di imprinting al consumo che riceviamo sin da bambini. Sono così aumentate, come i bisogni, le droghe sul mercato e, contemporaneamente, i consumatori consapevoli di droghe. Anche il mercato della droga, quindi, ha raggiunto i suoi obiettivi, almeno parzialmente.
Dunque, quando ci sono obiettivi chiari e condivisi, è possibile raggiungerli.
Quali saranno gli obiettivi di chi vende droga nei prossimi anni è abbastanza prevedibile: venderne sempre di più, allargando la “new economy” costruita con fasce di consumatori consapevoli e occasionali mantenendo, tuttavia, la “old economy”, molto meno volatile, basata sulla clientela tossicomane; costruire parallelamente, attraverso la droga, una rete di relazioni con clienti VIP negli ambiti chiave del Paese, capitalizzandole in modo da poterne condizionare le scelte. In pratica l’obiettivo finale più alto potrebbe essere la conquista, il controllo e la sottomissione, socialmente compatibile, della società civile. Nella storia del mondo la droga, infatti, è sempre stata un prodotto ed una moneta di scambio ma anche uno strumento di potere e colonizzazione.
Gli obiettivi e le strategie della società civile, invece, sono più confusi di un tempo. L’uso di farmaci non prescritti, degli alcolici e delle droghe come una sorta di “doping della vita quotidiana” è diventato patrimonio della cultura dominante. Per questo in molti si ribellano ad imposizioni di legge che tendano a limitare il possesso di queste sostanze: frenare le scelte di un “consumatore consapevole” sta diventando una offesa al concetto stesso di cittadinanza. Così il consumo di droga, quando non collegato a situazioni problematiche per l’ordine pubblico, non è più considerato una emergenza sociale di primario interesse per la collettività. Diventa, sempre più, una questione individuale. C’è, tuttavia, un non detto. La scelta consapevole non protegge il singolo e nemmeno la società dai danni connessi all’uso di sostanze che, come minimo, alterano l’equilibrio mentale di chi le assume. Poiché si tratta, sempre più, di persone socialmente inserite ed in diretta interazione attiva con il resto della società, le conseguenze di una alterazione diffusa dello stato mentale potrebbero essere molto più gravi di un tempo, quando le droghe erano patrimonio di gruppi molto ristretti o di emarginati.
Che fare?
Prima di tutto accorgersi del problema. Nessuna società civile è in grado di trovare soluzioni ad un problema, se non lo riconosce come tale: oggi c’è un forte interesse, anche commerciale, perché ciò non avvenga. E’ necessario comprendere che la costruzione di mercati per consumatori consapevoli, ma non critici, e l’allevamento di bambini (e di adulti) “imprintati” dai media al fine di generare sempre nuovi consumi, rischiano di distruggere la nostra società e la nostra cultura lasciandola in mano alle incursioni di nuovi barbari. Occorre evitare di semplificare problemi complessi: credere o far credere, ad esempio, che sia una legge, più o meno repressiva, di destra o di sinistra, a cambiare i destini di fenomeni sociali così importanti è, perlomeno, una ingenuità. La legge può essere uno degli strumenti di una strategia ma non è la strategia. Bisogna perciò riformulare i nostri obiettivi strategici in questo campo, dotandosi anche di una visione previsionale prospettica e dinamica dei fenomeni su cui si vuole intervenire, riconoscendo le nostre responsabilità non solo sul presente ma anche sul futuro di questioni che sono collettive e non, soltanto, individuali. E’ importante anche dare respiro alle organizzazioni pubbliche e private che già hanno esperienza nel settore ma all’interno di una azione coordinata e sinergica che coinvolga in modo positivo e operativo settori più ampi della società civile.
Questo è il lavoro che ci aspetta a meno che, per il futuro, non accettiamo una società dopata e sottomessa al potere di una oligarchia monopolistica senza scrupoli, dove la cultura, la conoscenza e l’arte sono sostituite da format di consumo in cui sentirsi protagonisti perennemente insoddisfatti.
Dobbiamo trovare una via di uscita da questo futuro alla cui costruzione, purtroppo, sempre più persone stanno lavorando. Se raggiungessero il loro obiettivo sarebbe la fine di una civiltà post moderna sottomessa per mezzo degli stessi strumenti che aveva pensato per il suo sviluppo.
Riccardo C. Gatti