Niente di nuovo sul fronte occidentale ?

 

 

Passano gli anni e cambiano i governi: ogni volta, in tema di droga, sembra che tutto debba cambiare. Sembra! Nel 1990 in piena guerra alla droga i Ministri Iervolino e Vassalli, varano una modifica della legge che prevede la sanzione penale per chi si droga. Il “drogato”, di per sé, non deve più esistere: o si cura o viene sanzionato. La risposta finale, per chi non entra in trattamento … o non guarisce, può essere il carcere. Il concetto di malattia tossicomanica viene subordinato a quello di illecito e, nell’intento di forzare alla cura, si rimarca la piena subordinazione del sistema “terapeutico riabilitativo” a ragioni di sicurezza e controllo sociale. Passano pochi anni ed un referendum popolare abroga le sanzioni penali per il drogato, in quanto tale. Restano quelle amministrative. Il concetto generale, comunque, non cambia. Chi usa droghe “illecite” commette …un illecito: chi usa droghe lecite …no. Ciò che cambia, eventualmente, è la sanzione prevista per l’illecito.

 Passano un po’ di anni. Si diffonde l’uso di sostanze psicoattive lecite e illecite utilizzate come “normale doping della vita quotidiana”. Arriva un governo di centro-destra. Tutto sembra cambiare nuovamente. Le dichiarazioni riecheggiano quelle della guerra alla droga dei primi anni ’90. Tolleranza zero. Il governo propone una nuova legge e, chi la contesta, parla addirittura di “macelleria sociale”. Probabilmente sia al governo che all’opposizione, almeno per un certo periodo, fa comodo dire che verrà varata una legge durissima. Il fronte del dialogo si spezza. Nel frattempo la nuova proposta di legge, via via, perde vigore. Quando verrà approvata in extremis, a fine legislatura,  è soprattutto un’ ulteriore modifica della legge già vigente. Come la “Iervolino – Vassalli”,  che va a modificare, rimane figlia della legge 685 del 1975. In termini di droghe e della loro diffusione, il 1975 è preistoria. A quei tempi fumarsi una canna era essere drogati, quando la droga era considerata un male assoluto. La comune percezione della questione è cambiata. Oggi, in barba a tutte le leggi ed ai proclami etici del passato, molte droghe sono beni di consumo. Vengono vendute con strategie e tecnologie proprie della grande distribuzione. Una sorta di “partito dei consumatori” influenzerà sempre di più, e lo sta già facendo, le scelte politiche in questo settore. Il consumo di droghe, ormai uscito dalle nicchie di mercato e dalle sottoculture, diventa parte della cultura e dei mercati dominanti: ne condivide la storia e l’evoluzione. Genera ricchezza diffusa in un momento in cui l’economia ristagna.

 Mi colpisce il titolo di un dibattito realizzato in una recente festa antiproibizionista: «Una nuova politica sulle droghe - se non ora, quando?». Nuova? Rispetto a cosa? Il programma della coalizione attualmente di maggioranza prevede infatti: “il decreto legge del governo sulle tossicodipendenze deve essere abrogato”. Nulla di rivoluzionario, quindi. Un ritorno alla normativa precedente. Eppure anche il Ministro Ferrero, il 26 giugno scorso, aveva organizzato un evento istituzionale dal titolo "Per una nuova politica sulle droghe in Italia". Proprio quel giorno, però, anziché abrogare la normativa proposta da Fini e Giovanardi, il Governo si automutila: sopprime il Dipartimento Nazionale per le Politiche Antidroga presso la Presidenza del Consiglio. Per dare un segnale di discontinuità riparte da zero e ci vorranno mesi per riavviare proprio la macchina organizzativa che avrebbe potuto, da subito, supportare il Ministro per realizzare una nuova politica. Un prezzo da pagare al rinnovamento o un modo di prendere tempo!? Le ragioni della politica, talvolta, sono misteriose. Da una parte, viene annunciata la volontà di de-penalizzare il possesso della cannabis … dall’altra si ritarda a modificare le tabelle che definiscono le soglie oltre le quali esiste indizio di spaccio. L’area tecnico, scientifica, movimentista che si aspettava rapidamente una mutazione della situazione normativa con l’avvento del nuovo governo è in grave imbarazzo.

 La dura realtà, a mio avviso, è che nel nostro Paese da troppi anni non si riesce a fare una reale politica di settore. Di volta in volta si tenta di aggiustare il pensiero e l’azione programmata con la legge del ’75 ed alcune modifiche successive ma nulla di più. Quando si tenta un aggiustamento della legge in termini più o meno repressivi per i consumatori le opposte fazioni suonano le trombe della rivoluzione ma, alla fine, il contesto complessivo rimane immutato: usare le droghe illecite ma non quelle lecite è un … illecito; il sistema terapeutico – riabilitativo è subordinato all’azione di controllo sociale; gli investimenti di danaro, uomini e mezzi per la repressione ed il controllo sociale sono ingentissimi mentre per la prevenzione non repressiva sono ridicoli. Il campo di azione e di pensiero è, ormai, così limitato e ristretto che appaiono rivoluzionarie proposte come realizzare le “camere del buco” o inserire “su tutti i libri di testo per le scuole  una o due pagine dove siano descritti i gravi danni provocati dall'assunzione di sostanze stupefacenti e delle testimonianze di ragazzi entrati e usciti dal tunnel della droga”. Iniziative che, a seconda di come vengono attuate, possono avere qualche effetto positivo oppure negativo. Non cambiano nulla, però, di un contesto governato a livello sovranazionale  da mercati globalizzati, aggressivi e potenti.

 Diventa allora necessario chiedersi come mai, pur essendo nell’intenzione dichiarata dei politici e dei governi la volontà di rivoluzionare (sebbene in modo diverso) l’attuale situazione, nessuno sia mai riuscito a farlo realmente.

 Non sono in grado di prevedere cosa avverrà nel futuro prossimo ma, sino ad oggi, la politica sulla droga si è sempre afflosciata sgonfiandosi su se stessa secondo un meccanismo, ormai noto, che cercherò di descrivere:  

1.     dichiarazione iniziale di intenti rivoluzionari e di discontinuità (rispetto alla parte politicamente avversa specie quando precedentemente al governo ed alla situazione in atto) con conseguente dibattito violento su temi marginali ma di grande valore simbolico (es. numero degli spinelli che è possibile portare con sé; droga di stato si/no; livello di pari dignità pubblico/privato; sperimentazioni varie, grado delle sanzioni o delle non sanzioni per l’illecito possesso di droga, riduzione del danno si/no ecc.)

2.      microconflitti di diverso livello tra Stato e  Regioni (specialmente di opposizione) con relativo rimando di responsabilità

3.     ampio ascolto di tutti senza fissare criteri o modalità di rappresentanza in modo che venga rappresentato tutto ed il contrario di tutto in rappresentanza di tutti

4.     convocazione di esperti di “alto” livello per comitati scientifici utilizzati poco e male e creazioni di consulte degli operatori e degli esperti quasi soltanto in previsione della necessità di individuare contenuti e realizzare documenti preparatori per una conferenza nazionale istituzionale sul tema (quella prevista per legge ogni tre anni)

5.   appoggio episodico di opinion leader più o meno carismatici vicini alla maggioranza e dichiarazioni di volontà di rafforzamento generale o di riorganizzazione di un sistema di intervento preventivo, terapeutico o riabilitativo … che verrà lasciato così com’è

6.      finanziamento di progetti strategici innovativi e volti a creare modelli operativi che non verranno utilizzati al di fuori del progetto stesso (in mancanza di una strategia)

7.     realizzazione periodica di una conferenza nazionale istituzionale con relativo codazzo di polemiche e di veleni sui temi di cui al punto 1 e assoluta, costante, immutabile non presa in considerazione di tutti gli altri temi o proposte fatte dagli operatori di settore (possibilmente collocando la conferenza in modo che spetti ad … altri raccoglierne le conclusioni che non verranno quasi mai raccolte)

8.    scotomizzazione pressoché assoluta dei problemi di uso improprio, abuso e dipendenza di tutto ciò che riguarda sostanze lecite come alcol e, soprattutto, farmaci

9.     modifiche parziali della legge vigente facendo riferimento a quanto attuato in altri Paesi, di volta in volta presi a modello su temi parziali, in assenza di qualunque verifica strutturata e comparata sull’efficacia complessiva delle politiche o delle strategie nazionali dei diversi Paesi

10.  mancato coordinamento a livello internazionale dell’azione preventiva terapeutica e riabilitativa (non repressiva); forte coordinamento, anche mediante organismi istituzionali nazionali ed internazionali, dell’azione repressiva

11. nessuna verifica reale su quanto effettivamente messo in atto a livello legislativo come azione sul sistema Paese, sua sostituzione con la più volte dichiarata necessità di verificare l’efficacia degli interventi di Sert e Comunità

12.  fine della legislatura  del governo o dell’incarico ministeriale con ripartenza dal punto 1 per il nuovo governo/ministro

 Se anche politici di alto spessore e di diversa formazione e appartenenza hanno finito per impantanarsi nel meccanismo descritto è ovvio che esistano condizioni indipendenti dalle loro personali capacità che li spingono in questa direzione. Le ragioni, probabilmente, sono diverse e complesse ma comprensibili. Peccato che siano sottovalutate compiendo, in questo senso, un errore fondamentale.

 La prima ragione, forse la più sottovalutata, è che una buona politica sulla droga con conseguente applicazione di strategie efficaci dovrebbe ridurre il consumo di droga. Se è vero che questo mercato è ormai simile a tutti gli altri ciò significa che … o cresce ogni anno o crolla. Se è vero che genera una grande ricchezza diffusa, almeno quanto è diffusa l’amplissima rete di distribuzione, una buona politica sulla droga andrebbe inevitabilmente a toccare interessi economici enormi. I grandi interessi economici, normalmente, coincidono con poteri forti che, evidentemente, è molto difficile contrastare. Questi poteri, probabilmente, ostacolano attivamente, anche se non in modo esplicito, qualunque iniziativa possa minare alla base la loro forza. 

 La seconda è che il tema dell’abuso di sostanze dovrebbe essere affrontato prima di tutto a livello culturale ed educativo.  Ma è veramente possibile prevenire ed, eventualmente, “curare” (nel senso più ampio) qualcosa che ormai è sostanzialmente parte della cultura dominante? E’ possibile pensare che venga messo in discussione il mito del “consumo consapevole” quando sin da piccoli veniamo condizionati a consumi che rispondono a bisogni indotti? Trasformare il consumo da consapevole a critico metterebbe in discussione l’organizzazione della società contemporanea che, appunto, è basata sui consumi acritici. La consapevolezza delle scelte è in gran parte indotta e non va messa in discussione. 

 La terza è che un grande progetto politico ha bisogno di consensi e di numeri. Questi consensi e questi numeri non ci sono. La legge Fini Giovanardi, probabilmente, non avrebbe passato la prova della discussione in parlamento ma, paradossalmente, nemmeno la sua abrogazione potrebbe passare facilmente senza un voto di fiducia. E … attenzione, in fondo si tratta solo di una legge che ne modifica un’altra: qualcosa di più semplice, quindi, di un grande progetto politico. 

 Su quest’ultimo punto vorrei concentrarmi particolarmente perché è nodale. Troppo spesso nella discussione sul tema droga si perde l’orientamento. Così, poco per volta, si considera una vittoria la sconfitta della opposta coalizione. Si dimentica che, in questo campo, l’avversario non è chi la pensa diversamente rispetto alle strategie di intervento ma chi costruisce monopoli in grado di condizionare i nostri consumi anche, come in questo caso, a nostro svantaggio.

 Considerando solo queste tre ragioni incomincia ad essere chiaro il perché è facile dichiarare volontà di cambiamento mentre diventa difficile declinarle in strategie ed azioni compiute ed efficaci.

 Eppure non sono pessimista. Ecco perché.

 La maggior parte delle persone che consumano droghe oggi, pagano e rischiano non tanto per appagare un loro bisogno quanto per rispondere ad un bisogno del mercato: quello di vendere sempre di più. Vengono ingannate perché indotte, invece, a credere come sia il mercato a rispondere alle loro esigenze. L’abilità del marketing della droga è quella di trasformarle in consumatori convinti e consapevoli che sono anche promotori del loro consumo.  La cosa non è nuova: è stata fatta per decenni con i fumatori che, ancora oggi, quando offrono una sigaretta, pensano di fare una cortesia: non di contribuire provocare una dipendenza o il cancro. Purtroppo la società, nel suo complesso, è ingenua e sprovveduta. L’ingenuità è grande anche perché nessuno vuole credere che sia possibile realmente condizionare scelte, consumi e stili di vita. Eppure creare bisogni che non esistono e consumi relativi è un’ attività  fiorente che determina l’esistenza e il funzionamento di interi settori chiave per la nostra vita (es. la televisione, lo sport, le tipologia dei mezzi di trasporto, il modo di comunicare con gli altri ecc). Così non si crede nemmeno che possa esistere un marketing occulto della droga in grado di condizionare realmente le scelte dei cittadini. Per molti il mercato della droga è lo spacciatore o l’insieme degli spacciatori o poco più. Eppure la situazione è molto più complessa di quanto si possa immaginare. Mi spiego con un esempio: il mercato della cannabis è tra i più fiorenti. Soprattutto nel mondo giovanile ha raggiunto la massima espansione. Questo, però, genera un problema: come è possibile espanderlo ulteriormente? Abbassare ulteriormente l’età del consumo è improduttivo: i bambini hanno pochi soldi in tasca. Meglio pensare, allora, di prolungare il consumo anche in età più avanzata. Si tratta di raggiungere un target di persone che, in relazione all’età, incominciano a pensare prospetticamente al proprio stato di salute. Come fare? Basta far sì che al prodotto vengano attribuite proprietà salutari validate da ricerche scientifiche. Il tutto può essere molto rassicurante. Per fare questo, naturalmente, non è necessario condizionare la ricerca scientifica: basta, piuttosto, amplificare, attraverso i media, la divulgazione di quelle ricerche che dimostrano un effetto benefico della sostanza, evitando le altre. Dicendo che una droga fa bene si crea automaticamente una notizia e il resto viene da solo. Bisogna, però, condurre l’operazione con molta accortezza. Se, ad esempio, contemporaneamente, venissero amplificate e divulgate ricerche che trattano dei benefici effetti degli oppiacei si potrebbe rischiare una pericolosa confusione con l’immagine negativa dell’eroina o anche, a suo modo, della morfina. La cannabis ridiventerebbe una vera droga e … venderebbe di meno nella popolazione target.

 Prima o poi, tuttavia, la gente incomincerà a ribellarsi spontaneamente a questo tipo di situazione. L’ingenuità del consumatore non può essere utilizzata per tempi infiniti. Così come un certo tipo di abusi edilizi o di inquinamenti ambientali hanno trovato ostacoli, prima di tutto, nella coscienza dei cittadini … appare inevitabile il maturare di una maggiore consapevolezza ecologica rispetto agli equilibri del corpo e della mente che non possono essere continuamente stravolti dall’utilizzo di additivi (legali o illegali che siano). Perché questo avvenga, tuttavia, è necessaria una minore ingenuità anche rispetto alla percezione di come funzionano i mercati moderni nella generazione dei consumi. Per ora, quando si cerca, per legge, di limitare la possibilità del possesso di droga, vi è una grossa parte della società civile che si dichiara contraria. Una contrapposizione che potrebbe diventare inutile il giorno in cui vi fosse una presa di coscienza del fatto che ci troviamo di fronte a prodotti sovrastimati nel loro significato e nel loro valore,  che è molto basso. Quel giorno i consumi incomincerebbero a diminuire e l’attuale sistema di vendita incomincerebbe a crollare. In questo senso, perciò, più che nella divulgazione di danni ed effetti delle droghe, dovrebbe muoversi il lavoro preventivo.        

 Un altro motivo di ottimismo risiede nel nostro sistema di servizi che, avrà anche grandi limiti, ma rimane un buon fronte per arginare i problemi più gravi; anzi, è l’unico fronte reale che abbiamo a nostra disposizione. Ogni tanto se ne mette in discussione l’efficacia senza pensare che è stato in grado di arginare la diffusione di epidemie come l’AIDS e di ridurre e, progressivamente, circoscrivere la diffusione di eroina che sembrava un problema ingestibile. Oggi sta affrontando con successo le mutazioni imposte dal cambiamento dei mercati della droga. Se, soltanto, si investisse qualcosa in più per il suo corretto funzionamento, anziché lasciarlo sempre ai margini della sanità e dell’assistenza, se si favorisse la ricerca e l’innovazione in campo preventivo, terapeutico e riabilitativo allora le nostre capacità di arginare anche gli attuali fenomeni aumenterebbero esponenzialmente.

 E siccome, prima o poi, vorremo anche affrontare la questione di una legge vecchia di trent’anni, proporrei una considerazione. Se il dibattito si fa così cruento ogni volta che si tenta di modificare la legislazione, evidentemente, vuol dire che le proposte fatte tendono a spezzare più che a unire i fronti e questo ha il risultato devastante di favorire chi promuove il mercato degli stupefacenti. Eppure le numerose e periodiche  proposte di cambiamento della legislazione spiegano come, sull'argomento, l'attuale intendimento culturale, prima, e legislativo, dopo, non siano più adeguati ai tempi. Forse, se provassimo a leggere il tutto da un altro punto di vista, potremmo avere elementi nuovi non dico per "risolvere" il problema ma, almeno, per affrontarlo in un modo più adeguato. Tenendo presente che non esiste un approccio legislativo in grado di risolvere di per sé, fenomeni di questa portata, proverei a  stravolgere la logica usuale partendo da una recente dichiarazione di Umberto Veronesi a proposito della legge sul fumo: “Non proibisce di fumare, ma obbliga a farlo senza che questo gesto rechi danno agli altri” ("Oggi" 16/08/2006, p.23) . Cercherei di declinarla nel modo migliore anche per le droghe, l’alcol e i farmaci. Apparentemente la cosa sembra semplice: in realtà è molto complessa specie nella fase applicativa ma ciò di cui dobbiamo tenere conto è che partiamo dagli odierni presupposti che sono irrealistici e inapplicabili visto che, praticamente, affermano che la droga non dovrebbe esistere, ben sapendo quanto sia diffusa sotto molteplici forme illecite e semilecite.  Sino ad oggi il fulcro dell'intervento legislativo, ma anche terapeutico - riabilitativo, era il tossicodipendente, più che il consumatore di droghe. Consumare droghe senza essere tossicodipendente viene, infatti, quasi considerato un "non problema". Ciò che dichiaratamente si tenta di prevenire, infatti, è la tossicodipendenza; ciò che si cura, anche. Un presupposto generale è che il tossicodipendente sia in una sorta di stato di necessità che lo rende capace di intendere ma non di volere e quindi, anche quando compie reati gravi, gli vengono concessi benefici di legge non previsti per il  semplice consumatore di droghe, per indirizzarlo alla cura. Ma oggi, il numero dei consumatori di droghe è infinitamente più grande di quello dei tossicodipendenti veri e propri. Questa situazione è destinata a consolidarsi. Già da oggi potrebbero, perciò, essere maggiori i problemi ed i costi individuali e sociali connessi all'uso volontario di droghe (lecite e illecite), all'utilizzo inappropriato di farmaci ed al doping  piuttosto che alla tossicodipendenza vera e propria. In questa situazione se, da una parte, si dibatte in modo acceso sul diritto alla non sanzione del tossicomane in quanto tale, nel presupposto che non sia etico sanzionare una patologia, dall'altra non c'è alcuna tutela o presa di posizione rispetto al fatto che l'assunzione volontaria di droghe (lecite o illecite), al di fuori di qualunque patologia, possa recare danno agli altri. Gli unici casi anomali sono quelli del fumo di sigarette (dove esistono norme che, a detta di Veronesi, tutelano il non fumatore) e la guida in stato di ebbrezza.  Il motivo è relativamente semplice: le droghe illecite non dovrebbero essere assunte ... per legge. Così nessuno si occupa di altre questioni al punto che una legge che "non proibisca di drogarsi ma obblighi, eventualmente, a farlo in modo da evitare che questo gesto possa creare danno agli altri" non è nemmeno presa in considerazione. Si dirà che il concetto espresso da Veronesi per il fumo di tabacco è limitato perché  non basta impedire un danno agli altri: chi si droga, ad esempio, fa male anche a sé stesso. Eppure ampliarlo per quanto riguarda tutte le droghe (lecite e illecite) mi sembra il modo migliore per riprendere un percorso ed un confronto che, nel nostro Paese, da troppo tempo è interrotto. In fondo anche chi fuma fa del male prima di tutto a se stesso ma, da quando si è incominciato a prendere in considerazione il danno verso gli altri, si sono contemporaneamente sviluppati migliori e più efficaci interventi preventivi e terapeutici per i fumatori.  E' una strada antiproibizionista o proibizionista? E' di destra o di sinistra? Non saprei dirlo.

 Ciò di cui sono sicuro è che domani, se avessi bisogno di un chirurgo, vorrei essere il più possibile sicuro che mi sta operando senza aver tirato di coca o fumato uno spinello, appena prima dell'intervento. Mi importa poco quanto l'opinione pubblica consideri pesante o leggera una sostanza piuttosto che un'altra. Vorrei che la persona che ha in mano un'arma per difendermi fosse nel pieno della sue capacità psicofisiche nel momento in cui la usa. Vorrei che la guida in generale e, ancor più, di un mezzo pubblico, di un autobus, di un treno, di un aereo fosse assolutamente "drug free". Vorrei che si considerasse la diffusione delle droghe per quello che è: un fenomeno diffuso nella popolazione generale con preoccupanti intrecci con la cultura dominante dell'additività e del consumo. Insomma, si tratta solo di esempi, ma il concetto mi sembra chiaro: l'uso di droghe prima o durante un'attività di qualunque genere che comporti, per essere svolta, la necessità di una adeguata integrità psicofisica mi sembra un fatto grave. E' da prevenire attivamente e, nel caso, da sanzionare, soprattutto quando l'attività stessa abbia diretta ricaduta su altre persone. Non sanzionerei, invece, il semplice possesso di droghe per uso personale e, a maggior ragione, in caso di tossicodipendenza. Valuterei meglio l'applicazione di pene alternative per chi compie reati ed usa droghe o è tossicomane, visto che, da sempre, ha aperto la strada ad un utilizzo strumentale e paradossale delle strutture terapeutiche e riabilitative limitandone le potenzialità cliniche ed educative. Investirei maggiormente nel sistema preventivo, terapeutico e riabilitativo che, purtroppo, in questo momento è costretto, sempre più, ad occuparsi solo della nicchia costituita dai tossicomani che hanno problemi legali o psichiatrici e sempre meno del problema dell'uso e dell'abuso di sostanze in senso ampio. Si tratta di persone spesso costrette dalle contingenze a rivolgersi al sistema di cura. Normalmente, accettano di sottoporsi ad interventi quando la situazione è ormai, decisamente, deteriorata. Così si cerca di ridurre il danno ... quando il danno è già fatto e su questo, anche per carenza di risorse, si finisce per concentrarsi "dimenticando"  l'opportunità di investire in contatti e  interventi precoci che sarebbe più utile e produttiva.

 Questa è una mia, ancora acerba, proposta di discussione e di azione: uno strumento di iniziale dibattito. Credo che, comunque, rispecchi abbastanza bene la possibilità di un nuovo intendimento da cui non può che derivare una diversa declinazione del ruolo repressivo ma anche di quello preventivo, terapeutico e riabilitativo. Se, per molti, le droghe stanno diventando il "doping della normale vita quotidiana" forse, più che una repressione o di un argine della devianza, abbiamo bisogno di un "anti-doping". Cercando di impedire quelle condizioni in cui drogandosi aumentano le possibilità di creare danno agli altri, probabilmente, diminuiremmo anche i danni per chi usa sostanze. Fatti salvi gli incidenti individuali o le conseguenze croniche del consumo, sebbene saltuario, infatti,  i danni personali derivano da una interazione sociale che, nonostante l'uso di droga, continua ad essere mantenuta, sebbene in modo parzialmente o saltuariamente alterato. Ora la questione potrebbe essere:  siamo pronti a esaminare proposte del genere ed a svilupparle visto che sovvertono l'usuale, trentennale, rassicurante (!?) intendimento sulla questione droga espresso nella legge del 1975 e nelle sue successive modifiche?

 Forse non ancora: un dibattito in questo senso, per esempio, si concilia male con le logiche di una contrapposizione bipolare e l'innovazione è molto meno rassicurante della conservazione. Vedo, tuttavia, anche segnali positivi: la necessità di ricostruire un senso e un mandato sociale intorno all'intervento in questo settore è molto forte e c’è sempre più stanchezza e presa di distanza nei confronti delle posizioni estreme e faziose, proprie di fronti contrapposti che non sanno dialogare. Sono posizioni che, almeno in questo campo, rischiano di farci restare fermi in un mondo che cambia velocemente. Per questo sono anacronistiche: per questo verranno superate.

 Riccardo C. Gatti

 22.9.06

 

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