Quando di fronte a fatti di cronaca recenti, come la morte
di un ragazzo durante un rave a Milano a cui partecipano più di mille
giovani, ci si interroga sull’assenza delle istituzioni, degli educatori e
delle famiglie e sulla mancanza di regole, si deve comprendere che queste
assenze e queste mancanze nascono prima del fatto specifico e, più
precisamente, nel rapporto che c’è tra una vecchia “cultura” basata sulla
trasmissione di nozioni, esperienze e regole statiche ed un mondo che è
sostanzialmente cambiato.
Nasciamo e, poco dopo, è la televisione ad educarci, molto
di più della scuola e della famiglia. Le televisioni commerciali per bambini
proliferano perché riescono a trasformarli in generatori di consumi da parte
degli adulti. Nel limite del possibile, si cerca di accontentare il bambino
che cresce e già sa quello che vuole. Si tratta di bisogni indotti,
naturalmente, che lo accompagneranno tutta la vita. Il buon cittadino è
un buon consumatore e il buon consumatore è quello che risponde al format di
consumo in cui si inserisce: mi vesto in un determinato modo, ho un certo
tipo di stile di vita, frequento determinati ambienti e quindi… consumo i
prodotti che sono stati creati per me. Questi sono i figli della televisione
commerciale. Ma la televisione è invecchiata di colpo perché è nato uno
nuovo media che è la convergenza di tutti i precedenti. Oggi le informazioni
vengono digitalizzate e compresse perché ne passino sempre di più, più
velocemente e con minor costo. I computer e i telefonini ci rendono
terminali e, contemporaneamente hub viventi di una rete telematica. Internet
ha cambiato il mondo: è il nuovo media e ne facciamo parte. Così i figli
della vecchia, buona televisione, appena incominciano ad interagire con un
computer, si trovano proiettati in un nuova dimensione spazio-temporale.
Abituati a media che filtravano qualunque contenuto si trovano in una nuova
condizione comunicativa in cui i filtri, praticamente, non esistono. Si
aprono nuove possibilità ma anche baratri imprevisti e imprevedibili: i
figli della televisione, non sono abituati a una multimedialità che porta a
loro,
contemporaneamente, la
conoscenza del bene e del male, senza la capacità di distinguerli.
Attenzione, però. Anche la convergenza multimediale ed Internet nascono a
fini commerciali. C’è chi, prima e meglio di altri, sta imparando ad usarla
e, poiché sulla Rete tutte le informazioni sono apparentemente “uguali”, col
medesimo grado di attendibilità è molto più semplice di quanto comunemente
si creda poterla utilizzare a proprio vantaggio. In questo senso Non
possiamo più semplicemente educare in base alle esperienze acquisite o
rievocare antichi ragionamenti cercando di classificare ciò che accade oggi
con paradigmi di ieri. Dobbiamo, invece, riappropriarci il più rapidamente
possibile di strumenti di navigazione critica nel nuovo mondo in cui viviamo
accettandone la trasformazione senza, però, concludere che sia impossibile
costruire nuove regole e processi educativi dinamici solo perché non lo
conosciamo.
In questo senso, oggi più che mai, affidare i bambini alla
televisione prima e ad Internet, dopo, senza accompagnarli nei percorsi di
conoscenza in modo molto più assiduo e partecipato che in passato, significa
metterli in condizioni molto fragili non appena acquisiranno un minimo di
indipendenza. Per accompagnarli, tuttavia, è necessario sviluppare criticità
e consapevolezze, rispetto ai consumi ed ai modi di indurli, che, sino ad
oggi, gli adulti hanno scarsamente sviluppato.
La creazione di mercati itineranti della droga e dello sballo
“consapevole”, che vivono di un marketing virale avanzato veicolato dai
nuovi media, ad esempio, sino ad oggi non è stata contrastata nemmeno
culturalmente. Forse si vive del mito che un mercato si crea ma non si
distrugge e deve crescere ogni anno, anche nostro malgrado.