La droga “alla leggera”       

Ci fanno credere che la cannabis sia innocua perchè è un gran bel mercato, probabilmente ancor più redditizio di altri. La diffusa considerazione di “droga leggera” ed una certa immagine “bio”, evidentemente, funzionano. In tanti strizzano l’occhio al suo consumo e ci siamo rassegnati alla diffusione massiva tra chi è giovane o chi si ritiene tale. Molte trasmissioni televisive inducono a pensarla in ambiti di assoluta “normalità” mentre le notizie riguardanti il suo possibile impiego terapeutico vengono opportunamente amplificate: … se può far bene … non fa male.

Gli articoli scientifici che parlano di un raddoppio di gravi disturbi mentali (psicosi) in chi ne fa un uso costante vengono ignorati. Le evidenze che provochi danni più del tabacco non sono considerate. Gli interrogativi dell’Osservatorio di Lisbona a proposito dell’aumento delle richieste di trattamento per l’uso di questa droga rimangono una curiosità … statistica.

Negli stessi Servizi per le tossicodipendenze italiani e, addirittura, nell’ ambito di chi fa prevenzione l’uso di cannabis è poco considerato o è considerato un male minore. Facendo sondaggi su chi frequenta Internet l’uso di cannabinoidi è quasi più tollerato dell’uso di alcolici.  

Poi ti capita di leggere un articolo che ti fa pensare. Dice Die Presse del 14.2.07  “Dopo alcol e nicotina, la cannabis continua ad essere lo stupefacente preferito dagli austriaci. Secondo un sondaggio realizzato da Ifes, il 17% dei viennesi ha assunto hashish o marjiuana almeno una volta, il 23% più di due volte, ma sotto i trent’anni si arriva al 34%. Però il consumo di cannabis non e’ innocuo: un terzo dei pazienti assistiti dal servizio per le tossicodipendenze Lukasfeld nel Vorarlberg necessita di un trattamento contro i suoi effetti: difficoltà di concentrazione, perdita di memoria, perfino allucinazioni e propositi suicidi (la cannabis può acuire lo stato depressivo)” (Fonte Aduc ). Eppure da noi la questione sembra meno rilevante. Come mai?   

A noi italiani la cannabis crea meno problemi che agli austriaci? Può essere ma io ho una inquietante dubbio. Quanti giovani pazienti dei servizi psichiatrici debbono direttamente o indirettamente almeno parte della loro patologia alla cannabis? E quanti pazienti “doppia diagnosi” dei Ser.T.  debbono i loro disturbi psichiatrici alla cannabis,  anche se, magari, consumano anche altre droghe? Difficile a dirsi.  La questione è sottovalutata e, quindi, troppo poco approfondita.  Così vengono curati per altro. Al limite si dice loro che sarebbe meglio smettessero di farsi le canne … ma loro continuano e nessuno se ne preoccupa più di tanto: a volte nemmeno chi li cura. D’altra parte chi ha un buono stato di salute difficilmente pensa alla malattia. Basta ascoltare una qualsiasi trasmissione radiofonica sulla droga: c’è sempre chi è pronto a telefonare dicendo che usa droghe da anni e sta benone. I più assidui sono i consumatori di “droghe leggere”, attivamente disposti a smentire chiunque sollevi dei dubbi sull’innocuità dei loro consumi. Quelli che stanno male sono meno disponibili ad esprimersi anche perchè temono che qualcuno possa rinfacciare loro … di essersela voluta.   Così, in questo settore, il dibattito politico si orienta su altro.  A volte è talmente intenso da soffocare tutto il resto. Anche il mondo scientifico e della clinica rischia di rimanerne coinvolto.

Nascono riflessi automatici come quelli che probabilmente stanno coinvolgendo chi legge questo articolo. Oggi sollevare problemi di salute, parlando di cannabis, può sembrare di parte. In una realtà forzatamente semplificata e bipolare nemmeno più ci si chiede: dalla parte di chi?  


Riccardo C. Gatti 18.2.07