La fabbrica dell'infelicità 

 

"Il 2006 si è chiuso con un triste primato: grazie alla enorme crescita dell'industria dell'oppio – le terre coltivate a papavero, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, sono aumentate del 59 percento rispetto al 2005 - l'Afghanistan ormai detiene il monopolio pressoché totale della produzione di eroina nel mondo. Il governo di Kabul e la comunità internazionale cercano di correre ai ripari, ma con scarsi risultati". Così riferisce Cecilia Strada in un suo articolo su Peace Reporter. Nell'articolo altre interessanti osservazioni: "La Dea, l'ente governativo statunitense che si occupa della lotta al narcotraffico, ha dichiarato che l'eroina afgana costituiva nel 2001 il 7 percento del volume di stupefacenti in commercio negli Usa; tre anni dopo la percentuale era raddoppiata". Anche in Italia, mentre tutti descrivono la diffusione di eroina come un fenomeno stazionario, Prevo.Lab , laboratorio che si occupa delle previsioni rispetto alla diffusione di droghe nel nostro Paese, ha verificato segnali inequivocabili di una sua sempre maggiore penetrazione sul mercato. Ricordo qualche anno fa quando alcuni media, descrivendo l' Afghanistan appena rientrato sotto la sfera dei poteri occidentali, incominciarono a chiamare "contrabbandieri" persone che, sino a qualche tempo prima, avrebbero definito "trafficanti di droga". Piccoli segnali, ma significativi, di un certo tipo di normalizzazione. Si rappresentava il fenomeno del traffico in modo più compatibile con la nostra cultura.  Per noi i "contrabbandieri" (di sigarette) e "trafficanti" (di droga) non sono mai stati la stessa cosa. La "normalizzazione" ha funzionato.  Nessuno, sino ad ora, ha posto un argine a questa situazione, quasi fosse un prezzo da pagare per la sostituzione di un regime ostile ai paesi occidentali e tacciato di terrorismo.

Così siamo entrati in una situazione esattamente opposta a quella dell'inizio anni '90 dove la droga sembrava il male assoluto. Dalla Presidenza del Consiglio al Comitato di Quartiere il problema droga era una priorità. Oggi è molto meglio che non se ne parli o, al limite, se ne parli a sproposito. Dibattiti roboanti, principi etici sbattuti in faccia agli avversari, consulte, controconsulte, consultine e conferenze ma tutto rimane come sempre e il mercato della droga si espande

Perchè avviene tutto questo? Probabilmente non c'è un unico motivo. Non dimentichiamoci, però, che sebbene la distribuzione locale di droghe sembri il prodotto di una accozzaglia di investitori diversi, il fiorente mercato della cocaina vede organizzazioni criminali italiane in prima fila nelle operazioni di brokeraggio internazionale ed i mercati della droga, nel mondo, sono in equilibrio tra loro. Quindi, sarebbe meglio smetterla di pensare alla droga come una questione di "ragazzi" e di "spacciatori di strada" e vederla per quello che è: uno degli strumenti utilizzabili per l'equilibrio o la destabilizzazione a livello mondiale. Forse, così, avremmo le idee più chiare e ci impegneremmo a ragionare su qualcosa di più di quanti spinelli possano avere in tasca i nostri figli.  

Per i contadini Afghani l'oppio serve per la sussistenza: nient'altro. Il guadagno è tutto fuori, nel traffico internazionale, dove il valore dell'eroina passa da 70 euro al chilo a 70 euro al grammo. Il lungo viaggio della droga attraverso i Paesi del mondo la rende una valida moneta di scambio per tutte quelle operazioni che non si pagano tramite le normali vie bancarie. Per questo aumenta il suo valore (cannabis, cocaina o eroina che sia). E' la ragione per cui le droghe di origine agricola continuano ad avere un così grande mercato, nonostante le produzioni più geograficamente diffuse e diffondibili delle droghe sintetiche. Alla luce di quanto dicevo prima è difficile pensare che i Paesi Occidentali siano estranei a tutto ciò. Teoricamente sembrerebbero voler prevenire la diffusione di droghe ma, guarda caso, hanno sempre pochissimi mezzi per poterlo fare. Dopo gli anni '90 hanno trovato risorse per altre guerre ma, evidentemente, non per questa. E così, come un tempo si convinceva l'opinione pubblica di come la droga fosse un problema sociale, oggi si preferisce trasformare la vicenda in un insieme di situazioni individuali "normalizzate" con il grande contributo dei mezzi di comunicazione di massa. Se diversi parlamentari si drogano, ad esempio, il problema da porsi è quello della privacy non della prevenzione, della sicurezza e del (loro) recupero. Così se è una questione personale il consumo di droga, altrettanto individuale diventa il danno che crea. Purtroppo è un inganno: oggi a rischiare è tutta la società ma, questo non deve essere detto. Evidentemente c'è chi pensa che sia un rischio da correre visto che, anche a livello locale, la droga fa guadagnare tanto e, attenzione (perchè questo non lo si dice mai !!!), non solo per il traffico e la vendita della droga in sé ma anche per il mercato indotto direttamente o indirettamente.

Trascurando, quindi, le valenze di politica internazionale, e la possibilità di condizionamento interno della finanza, dell'economia, della politica e dell'informazione, da parte di chi sulla droga investe e ne ricava denaro ma anche potere, è molto facile convincersi che, con la droga, a perderci qualcosa è rimasto esclusivamente chi la consuma e chi, assieme a lui o in relazione al suo comportamento, ne patisce le conseguenze. Ma anche qui è abbastanza facile convincere il consumatore che spendere e rischiare vale la pena visto che ormai ciò che si compra non è più nemmeno la droga ma, come per tutti gli altri prodotti del mass market, quello che rappresenta.  Così anche chi è più attento a questioni come globalizzazione, sfruttamento, libertà, democrazia, salute, diritto, solidarietà ecc.  sposta l'attenzione verso altre questioni sociali che riguardano le povertà. La droga non è povertà ma ricchezza oppure una scelta individuale. Perchè occuparsene?  Nasce così il "retropensiero" che eliminando tutte le conseguenze legali connesse al consumo e, magari, alla vendita al dettaglio non avremmo più alcun problema:  in fondo, il "problema droga" ce lo siamo creati da soli. Questo è esattamente ciò che sta succedendo e, forse, noi siamo addirittura in una posizione più avanzata rispetto ad altri. In Europa solo due Paesi non dichiarano la propria strategia antidroga. L'Italia è uno di questi. Come se non bastasse le prassi politiche e programmatorie del nostro Paese in questo settore sono ormai da diversi anni, a dir poco, deludenti.  Un motivo ci deve pur essere.

Tutto qui? A mio parere niente di più. Peccato che, in questo percorso, così "normale" ci siamo dimenticati della politica internazionale, della possibilità di condizionamento della finanza, della economia, della politica e dell'informazione: tutte cose che incidono pesantemente e da vicino sulla nostra vita di tutti i giorni ma che, evidentemente, non ci devono interessare. Peccato che ci siamo anche scordati come ci siano sempre più persone che, in stato di alterazione mentale, interagiscono con ciascuno di noi. In molti casi, quando questo avviene, cambia poco che noi conserviamo o meno la nostra lucidità. Peccato, ancora, che tanti consumatori "consapevoli" stiano vivendo molto male alterando funzioni fondamentali come la relazione con sé stessi e con gli altri, il sonno, l'alimentazione, la sessualità, le loro capacità personali, magari senza nemmeno accorgersene e pensando che la droga li aiuta ...visto che sono fatti così!   

Come è potuto accadere? La mia vera speranza è che un giorno nasca una consapevolezza nuova che spinga ad un atteggiamento diverso verso il consumo di sostanze d'abuso lecite o illecite che siano. Ci vorrà del tempo ma sono ottimista. Un giorno, saranno proprio quelle persone che il mercato della droga e delle sostanze d'abuso vede oggi come target a ribellarsi ai format di consumo che vengono loro imposti. Non lo faranno perchè "contro la droga" ma perchè, assieme ad altri, rifiuteranno un'organizzazione sociale condizionata da falsi bisogni.  I mercati sono strumenti di sviluppo ma oggi, alla ricerca spasmodica di continui aumenti di profitto, stanno perdendo connessione con i bisogni reali delle persone. Per questo, condizionati dalla sovrapproduzione e da meccanismi di distribuzione che devono continuare a crescere per non crollare creano continuamente altri bisogni, artificialmente.  Diventano, a fini di lucro, la principale fonte di "disagio" nei Paesi sviluppati. E' una situazione che non può continuare a lungo. Prima o poi ci si accorgerà dell'esistenza di questa strana "fabbrica dell'infelicità" e, semplicemente, smetteremo di sponsorizzarla. La Fabbrica dell'infelicità è inutile e costosa: prima o poi verrà abbandonata. Concettualmente sarebbe già morta se solo fossimo in grado di comprendere che esiste.

Certo ... sarebbe un mondo nuovo. Richiederebbe una nuova politica ed una nuova economia: un modo diverso di pensare alle cose e di costruirne il senso. Ma non è questo il nostro reale bisogno?  Basterebbe avere il coraggio di scoprire che, già oggi, quello che vogliamo è un futuro diverso ed agire di conseguenza. Il futuro condiziona il presente più del passato: approfittiamone.

Riccardo C. Gatti 7.1.07

Per saperne di più sulla droga in Afghanistan Peace Reporter


 

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