
Il nostro prossimo grande errore strategico.
Alcune Regioni hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro l’attuale legislazione sulla droga. Una abrogazione della legge è anche nel programma del prossimo Governo Prodi. E’, quindi, possibile che, per il ricorso delle Regioni o per l’azione del Governo, si ritorni alla Legge precedente. E’ dal 1975 che giriamo attorno allo stesso tema: punire o non punire per spingere alla cura. Di fatto, comunque, drogarsi (ma solo con alcune sostanze) è sempre stato considerato un illecito: su quanto e come sanzionarlo il Paese si è sempre diviso. Dal punto di vista di chi si occupa di cura e tratta persone che, usando droghe, ricavando direttamente danni per la salute, il tutto è sempre suonato un po’ strano: questo danno alla salute sembra già una "punizione" più che sufficiente per un comportamento. Forse il problema è proprio qui: ognuno vede le cose dal suo punto di vista ed è molto sicuro di ciò che propone perché lo pensa rivolto ad altri. Se cambiassimo prospettiva forse vedremmo più chiaro e più distante: di fronte alla diffusione di droghe lecite e illecite ci chiederemmo più approfonditamente che cosa vogliamo realmente ottenere con le nostre azioni. Comprenderemmo anche, abbastanza in fretta, che una legge non è una magia: buona o cattiva che sia ha vantaggi e svantaggi.
Intanto la questione droga, così acuta e apparentemente importante al momento della discussione delle legge Fini – Giovanardi, è già stata declassata come livello di interesse. Non è stata uno dei temi della campagna elettorale dei Premier per le elezioni politiche e, anche a livello locale, non sembra attrarre una grande attenzione dei prossimi candidati Sindaci di una grande città come Milano..
La mia paura è che, abrogata l’attuale normativa, succeda esattamente ciò che successe dopo il referendum del ’93 sulla Legge Jervolino-Vassalli. Vi fu un periodo di divisioni e polemiche dopo di che vennero abrogate alcune norme repressive. Si rimase, però, ancorati ad una concezione legislativa già allora poco adeguata ai tempi. In compenso il tema droga fu cancellato dalle agende politiche per molti anni a venire. La mia sensazione è che, nel corso degli anni '90, si sia perso il senso e il significato dell’azione antidroga non repressiva: quell’insieme, cioè, di ragionamenti, idee, interventi, programmi e servizi che, sul finire negli anni ’80 e nei primissimi anni ’90, permisero, in ritardo ma con successo, di arginare la diffusione di eroina, delle morti per overdose e della diffusione dell’HIV nei tossicomani del tempo. Allora, sebbene non estremamente sofisticata, una strategia c’era. Non per nulla si costruivano nuovi servizi territoriali e nuove comunità terapeutiche. Raggiungere precocemente chi si drogava era un obiettivo, almeno quanto ridurre i danni ed i rischi per chi non si riusciva a curare.
Oggi non si comprende quale sia la strategia di azione. Se sono chiari i contrasti, a livello dello Stato ma anche delle Regioni, non risulta, invece, evidente come si voglia andare avanti e, soprattutto se lo si voglia fare. Tutti, apparentemente, sostengono il ruolo dei Servizi Pubblici e del Privato Sociale ma l’unico vero obiettivo condiviso sembra quello di contenere i costi e mantenere le medesime prestazioni con meno risorse. Così alcune scelte economiche "bipartisan" stanno strozzando il settore. Molte organizzazioni no profit, infatti, hanno chiuso o lo faranno a breve, altre, più potenti e meglio organizzate, scelgono campi di azione diversi dove, evidentemente, le risorse per operare sono disponibili. I Ser.T si ridimensionano progressivamente. Il tutto non è il segno di un nuovo modo di intervenire: infatti, sebbene un certo tipo di comunità e di Ser.T siano sempre meno adeguati alla realtà complessiva dei fenomeni che dovrebbero affrontare ... non si costruisce altro. Non si investe al punto che c’è da chiedersi se, passata la grande paura dell’AIDS e della microcriminalità, sia ancora una reale intenzione del nostro Paese contenere l’attuale diffusione dell’uso di droghe (lecite e illecite) oppure no.
Il nostro prossimo grande errore strategico, culturale prima di tutto e, poi, organizzativo, potrebbe essere proprio quello di rimanere fermi per anni , come è già successo dopo il referendum del '93, di fronte ad un mondo che, nel bene e nel male si evolve velocemente. Segnale di questo possibile errore potrebbe essere la scelta implicita, apparentemente non concordata, ma inesorabilmente complessiva, di occuparsi solo di una parte del fenomeno con un intervento di settore sempre più indirizzato solo al contenimento delle situazioni marginali, della cronicità, e dei disturbi psichiatrici gravi conseguenti all’abuso di droghe. Parlo di un errore perchè questo tipo di azione aumenterebbe un anacronismo già oggi presente. Mentre un tempo occuparsi di "disagio", "devianza" ed "emarginazione" significava occuparsi del fenomeno droga (quasi) nel suo complesso, oggi non è più così. La maggior parte di persone che abusa di sostanze, anche illecite, è ben distante dai paradigmi che hanno guidato l'azione antidroga negli scorsi decenni. Basti pensare che, in molti casi, l'uso di droghe (spesso legali ed illegali insieme) non riguarda l'emarginazione ma l'aggregazione sociale.
Qui sta il nodo critico del ragionamento. Deve lo "Stato Sociale" occuparsi di chi usa droghe in modo socialmente compatibile? Teoricamente si, in pratica già oggi non lo sta facendo visto lo scarso intervento, anche di tipo preventivo, su tutto ciò che non corrisponde ad una reale devianza. Per questo consumare droghe (per ora alcune) illecite viene sempre meno considerato un problema mentre diventa, paradossalmente, problematica la loro illiceità di fronte ad un largo consumo. Negli anni '60 il consumo di cannabis poteva anche suscitare scandalo: oggi, da molti, è considerato normale. Negli anni '80 il consumo di eroina era considerato un problema sociale, oggi l'uso di cocaina in molti ambienti è tollerato e considerato una questione individuale. Come è potuto accadere tutto ciò? La mia risposta è semplice. Il marketing della droga si è evoluto: la coscienza dei potenziali consumatori no. Per questo la new economy della droga ha potuto mirare alla popolazione generale, al suo reddito ed al suo potere decisionale in modo non solo di aumentare esponenzialmente i guadagni ma anche di acquisire il controllo del territorio con un'azione, appunto, "socialmente compatibile”. Per questo, poco per volta, i luoghi di possibile primo contatto con chi si droga non sono più le "piazze dello spaccio" ma le case private, i pubblici esercizi, gli stadi, le palestre, le discoteche ... ed i pronto soccorso.
Ripeto la domanda: deve lo "Stato Sociale" occuparsi di chi usa droghe in modo socialmente compatibile? Se la risposta è si, la questione, considerando la diffusione del consumo, deve ritornare ad essere uno dei primi temi di interesse nazionale. Oggi non lo è. Se la risposta è no ... rassegniamoci a subirne le gravi conseguenze con la consolazione che, anche in tempi di difficoltà economica, la droga genera, comunque, ricchezza ed investimenti anche in settori leciti. Mentre discutiamo d'altro ci sarà sempre qualcuno disposto a farci credere che la possibilità di qualsiasi consumo ha a che fare con la libertà di scelta di consumatori consapevoli come noi siamo. Fino a quando la cosa non riguarda i nostri figli, il nostro partner, i nostri genitori, il nostro chirurgo, chi amministra i nostri beni, l'autista dell'autobus, il poliziotto di quartiere, il capo dell'azienda per cui lavoriamo, il sindaco della nostra città, la maestra dell'asilo, l'educatore dell'oratorio, il nostro vicino di casa, chi guida l'auto dietro di noi, il nostro dipendente ... in fondo ... che problema c'è?
Abbiamo capito che il consumatore consapevole, proprio perchè tale, è in grado di tenere tutto sotto controllo ma, forse, non abbiamo capito chi ci ha voluto far credere tutto questo e perchè. Soprattutto non abbiamo (ancora) capito perchè ci abbiamo creduto. D'altra parte provate a "scanalare" la televisione nella tarda notte: sesso artificiale, numeri del lotto e previsioni del futuro da parte di maghi più o meno improvvisati. Forse ci piace godere per finta e pensare che il futuro stia nei tarocchi e nei numeri del lotto: non in quello che sappiamo costruire.
Riccardo C. Gatti 27.4.06