Cronico e recidivante chi ?

Ci sono concetti che, indipendentemente dal loro fondamento, possono essere di ostacolo per il trattamento delle dipendenze. Poniamoci una domanda: siamo proprio sicuri che la tossicodipendenza sia UNA malattia cronica e recidivante? Il mondo tecnico-scientifico, basandosi sull’evidenza sembrerebbe proprio rispondere di si al punto che difficilmente si esprime con una prognosi diversa quando, ad esempio, prende in cura un eroinomane. La stessa espressione che unisce il concetto di cronico e, quindi, proprio di una malattia che dura a lungo, con quello di recidivante, che presume ricadute, sembra lasciare … senza speranze.

Mi pare opportuno, tra l’altro, notare come, mentre cercavo le definizione di recidiva, per meglio argomentare questo articolo, ho trovato associate sul Sabatini Coletti due definizioni: 

recidiva [re-ci-dì-va] s.f.

·                     1 dir. Circostanza aggravante che consiste nella ripetizione di un reato per il quale si è già stati condannati

·                     2 med. Riacutizzazione di una malattia che era già in via di guarigione o ricomparsa di una malattia da cui si era già stati colpiti in precedenza SIN ricaduta

Ora, poiché assumere droghe è un illecito, diventa difficile non collegare i concetti di cronicità e recidiva non solo alla difficoltà di guarigione da una patologia, ma alla reiterazione di un illecito per cui la “condanna” e lo stigma sociale sono applicati automaticamente in concomitanza alla diagnosi.

Di conseguenza chi è diagnosticato tossicodipendente riceve automaticamente uno stigma e cioè un marchio indelebile che non è applicato ad altre forme patologiche. Per gli eroinomani, ad esempio, l’utilizzo di farmaci sostitutivi, si giustifica “scientificamente” non solo per l’effetto dello specifico farmaco sulla salute del soggetto ma anche sulla riduzione del comportamento illecito. La riduzione del comportamento illecito diventa, così, uno degli indici di successo di una terapia. Allo stesso modo viene valutata la “ritenzione in trattamento”. Poiché la patologia è per definizione cronica e recidivante e collegata a comportamenti illeciti, quanto più dura il trattamento … quanto meglio è.

Resta il fatto che l’atteggiamento sociale nei confronti degli eroinomani, per anni, è stato una atteggiamento di …condanna, da una parte e di etichettamento dall’altra e che i Servizi per le tossicodipendenze sono stati pensati originariamente come Servizi per eroinomani.

E’ interessante notare come oggi, essendo cambiato il mercato delle droghe assieme agli atteggiamenti di consumo delle stesse da parte della popolazione generale, l’espressione “tossicodipendente” (e lo stigma che ne deriva), difficilmente è applicato a chi usa sostanze lecite come alcol e tabacco (per cui si usano i termini di alcolista e tabagista) mentre rimane ambiguamente associato solo ai casi più gravi di uso di cannabis, cocaina, metamfetamine e ad altre droghe. Per queste sostanze, il cui uso in determinati ambiti è diventato socialmente tollerato, o, addirittura integrato, il concetto di possibile dipendenza, infatti, è messo in discussione oppure “attenuato” come dipendenza “parziale” (psicologica ma non fisica).  

La mia sensazione complessiva, pertanto, è che la definizione di tossicodipendenza, comprendente  quasi automaticamente il concetto di “cronico e recidivante”, sia stata istituzionalmente applicata con “maggiore intensità” soprattutto a chi la derivava da un comportamento illecito e, per questo, ritenuto deviante e con “minore intensità”  a chi, invece, aveva a che fare con consumi leciti e controllati fiscalmente dallo Stato con una situazione intermedia riservata all’uso di sostanze illecite in contesti di integrazione e tolleranza sociale. Il tutto potrebbe rimanere una mera constatazione sociologica o di costume se non avesse delle ripercussioni dirette sul sistema di cura ed anche sui processi preventivi. Per questi ultimi, infatti, l’ambiguità di intenti è evidente sin dal primo momento quando si parla di “prevenzione delle tossicodipendenze” quasi fosse solo la tossicodipendenza, e non altro, l’oggetto possibile e necessario della prevenzione di settore.

Ritornando alla cura, l’applicazione della diagnosi di tossicodipendenza, così come è intesa oggi, condiziona di per sé l’atteggiamento clinico terapeutico e l’organizzazione dei sistemi di intervento dedicati, dando per scontata una “cronicità” che, unita al concetto di recidività, può diventare, di fatto, una dichiarazione aprioristica di impossibilità di guarigione. Ciò è limitativo e condizionante in negativo.  Mantiene vivo un approccio al paziente che sembra più orientato a contenerlo e, forse, a proteggerlo istituzionalmente, più che a curarlo. Rende difficile, se non impossibile, l’intervento dedicato ad una categoria sempre più ampia ed in rapida crescita di persone che hanno problemi connessi all’uso di droghe, lecite ed illecite, (inquadrabili anche in diagnosi di dipendenza per singole sostanze) ma che non hanno alcuna intenzione di accettare una situazione di marginalità, di devianza o di cronicità e l’inclusione in programmi terapeutici indefiniti nei loro obiettivi specifici, nei loro risultati e nella loro durata.

Concludendo: sono convinto che un giorno anche gli attuali criteri diagnostici verranno rivisti e ci si accorgerà che l’abuso di sostanze e la dipendenza non si diversificano solo per i sintomi diagnosticabili e per il tipo di effetti collegabili alla droga assunta ma anche per gli intendimenti ed i significati che culturalmente e singolarmente vengono attribuiti ai sintomi ed agli effetti delle sostanze (compresi quelli negativi). Verrà, probabilmente, accettato un concetto di “diagnosi dinamica” di dipendenza per differenziarlo da quello attuale vincolato alla staticità ciclica connessa alla cronicità, alla recidiva ed al poco valore dato alla stadiazione (staging) della patologia ed alle sue implicazioni ri-abilitative.

Saranno proprio i pazienti che cercando atteggiamenti e risposte diverse dalla clinica e dal sistema di intervento e rifiutando la risposta indefinita, inglobante e rassicurante di poter rimanere in un ambito protetto (eventualmente anche farmacologicamente) per un tempo indefinito, provocheranno il cambiamento degli attuali modelli operativi del sistema di intervento, mettendone in discussione il significato. E’ una rivoluzione che è già cominciata. Sarà un bene per tutti anche se, purtroppo, incontrerà una serie di ostacoli in chi continuerà a voler credere che droga e tossicodipendenza siano sempre, e per tutti, “quelle di una volta”, che la clinica di questo settore debba avere inevitabilmente a che fare con il controllo sociale e che ogni investimento ulteriore sia inutile, proprio per la definizione di tossicodipendenza come patologia cronica e recidivante. 

 Riccardo C. Gatti 19.10.09