
Comprimendo
di Riccardo C. Gatti
Il 1975 è lontano o vicino? Dipende. Ci sono persone che stanno leggendo questo testo ma di quell’anno non hanno ricordi perché non erano ancora nate. Semplicemente nel 1975 non esistevano.
Nel 1975 la televisione è ancora in
bianco e nero mentre la RAI pensa di realizzare un terzo canale. Wess e Dori
Ghezzi vincono Canzonissima con la canzone "Un corpo e un'anima". Al cinema si
vede “Qualcuno volò sul nido del cuculo” ma anche “Amici miei”, “Profondo
rosso”, “The Rocky Horror Picture Show”, “Tommy” ed il primo Rollerball.
Federico Fellini vince il suo quarto Oscar con il film “Amarcord”. A Garmish tre
italiani ai primi tre posti dello slalom speciale di Coppa del Mondo di sci
alpino, sono: Piero Gros, Gustavo Thoeni e Fausto Radici. Gustavo Thoeni vince
per la quarta volta la Coppa del mondo di sci alpino. La Juventus vince lo
scudetto. In aprile finisce, di fatto, la guerra in
Vietnam con l’entrata a Saigon delle truppe nord vietnamite. Un attentato a
Beirut scatena, invece, una guerra civile, che durerà fino al 1990 causando
centinaia di migliaia di morti. La maggiore età si abbassa da
Di tutti questi eventi del 1975 (ne ho riportati solo alcuni per inquadrare il periodo storico) ne prenderemo in considerazione cinque particolarmente importanti per il ragionamento che devo proporre.
· la morte di Pasolini
· il disarmo della nave “Michelangelo” ed il volo del “Concorde”
· la progettazione del terzo canale televisivo
·
la maggiore età si abbassa da
· la legge sulla droga
Due anni prima di morire, Pasolini, scriveva, sul Corriere
della Sera [1] “I ragazzi
sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del
loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da
quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato
anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno
subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese,
nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a
creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e
infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono
sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere
tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora
in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle
facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione in tutto
questo è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del
potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano
i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa
concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E’
attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito
del nuovo potere”. Due anni dopo, nel mese di luglio, il Corriere della Sera
pubblica un articolo di Pasolini sulla Droga[2]. Risponde ad una
domanda classica: “Per quale ragione quei
"diversi" che sono i drogati si drogano?”. La risposta è precisa:
“Se io parlo e analizzo - senza né moralismo né sentimentalismo né complicità -
un singolo drogato, ho subito una vita concreta da prendere in esame: con la sua
infanzia, i suoi genitori, i suoi mali, ecc. Quindi quel poco di sapere
psicanalitico di cui ogni intellettuale può disporre è sufficiente a trarre
qualche diagnosi: la quale diagnosi è però eternamente la stessa: desiderio di
morte”.
Trasferendo, poi, il ragionamento dal singolo caso al fenomeno droga in senso più ampio:
"Per quanto riguarda la mia personale, e assai scarsa esperienza, ciò che mi par di sapere intorno al fenomeno della droga, è il seguente dato di fatto: la droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. Detta così la cosa è certo troppo lineare, semplice e anche generica. Ma le complicazioni realizzanti vengono quando si esaminano le cose da vicino. A un livello medio - riguardante "tanti" - la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura”.
Pasolini spiega: “la parola "cultura" non indica soltanto la
cultura specifica, d'élite, di classe: indica anche, e prima di tutto (secondo
l'uso scientifico che ne fanno gli etnologi, gli antropologi, i migliori
sociologi) il sapere e il modo di essere di un paese nel suo insieme, ossia la
qualità storica di un popolo con l'infinita serie di norme, spesso non scritte,
e spesso addirittura inconsapevoli , che determinano la sua visione della realtà
e regolano il suo comportamento”.
Ne deriva che ... “Dunque noi oggi viviamo in un periodo storico in cui lo
"spazio" (o "vuoto") per la droga è enormemente aumentato. E perché? Perché la
cultura in senso antropologico, "totale", in Italia è andata distrutta. Quindi i
suoi valori e i suoi modelli tradizionali (uso qui questa parola nel senso
migliore) o non contano più o cominciano a non contare più”.
(…) Voglio dire che il fenomeno della droga ha cambiato radicalmente carattere
rispetto a quello che esso era dieci o vent'anni fa. E' divenuto cioè un
fenomeno che riguarda la massa e comprende dunque tutte le classi sociali (anche
se il suo "modello" resta piccolo borghese, ed è magari quello fornito dalla
contestazione). (…) Si tratta, insisto, della perdita dei valori di una intera
cultura: valori che però non sono stati sostituiti da quelli di una nuova
cultura (a meno che non ci si debba "adattare", come del resto sarebbe
tragicamente corretto, a considerare una "cultura" il consumismo)”.
Pasolini sarà ucciso dopo pochi mesi: il 2 novembre 1975.
Il 26 Giugno 1975 il transatlantico Michelangelo partì da New
York, per il suo ultimo viaggio verso Genova. Dal 1973 erano rimaste solo 4 navi
sulla rotta Europa-Stati Uniti, e ben due di queste erano italiane: la
Michelangelo e
La RAI progettava il suo terzo canale televisivo ma, facendolo, precorreva e preannunciava un’altra accelerazione quella della presenza televisiva globalizzata e variegata dei giorni nostri che, guarda caso, corrisponde ad un altro tipo di “cultura” dominante rispetto a quella che aveva sostenuto inizialmente l’esistenza della televisione. La televisione, più di altri media si sposava con la cultura della famiglia, o , meglio, diventava il sostituto dello spazio della famiglia in cui raccontarsi, raccontare, educare, apprendere ed accrescere l’esperienza. Costruiva un vocabolario ed una serie di significati comuni proprio in un periodo in cui i valori di una intera cultura preesistente si stavano volatizzando rapidamente. Era, pertanto, contemporaneamente innovativa, rassicurante e (purtroppo solo apparentemente) un ottimo sostitutivo di quei valori volatilizzati dalla accelerazione della globalizzazione e della compressione degli spazi e dei tempi. Oggi la televisione esiste perché veicola pubblicità ma non ha perso il suo valore sostitutivo. La pubblicità esiste perché fa vendere prodotti. Torneremo su questo concetto.
Nel frattempo la maggiore età si abbassa da
Probabilmente, come in informatica, abbiamo un problema. E’ difficile comprimere velocemente senza perdite. Operando la compressione dello spazio e del tempo di cui ho parlato sino a qui abbiamo, pertanto, perso significati e nessi associativi. Fino a quando non avremo il coraggio di ammetterlo e di agire di conseguenza, continueremo ad aggiustare i pezzi di un puzzle che non ha soluzione … perché mancano i pezzi. Ciò è quello che avviene ormai da anni per la questione droga e per la legge sulla droga. Naturalmente il discorso fa parte di un tutto molto più ampio perché, appunto, riguarda la nostra cultura e come è costruita.
Parliamo ora di prevenzione. Il fatto stesso che per
affrontare il problema droga ci sia bisogno di una legge che interagisce con i
comportamenti dei singoli, non limitandosi ad affrontare quanto di criminale è
connesso al traffico di droga è, di per sé, indice del fallimento della
prevenzione non repressiva. Se, cioè, è necessaria una azione repressiva per
convincere le persone a curarsi una patologia oppure a mutare il comportamento
rispetto all’uso di sostanze che, notoriamente, sono dannose evidentemente
qualcosa di importante … non funziona. Senz’altro non funzionano i normali
processi educativi. Non ha, quindi, senso sostenere che la prevenzione possa
essere un “normale processo educativo”. Anche qui, comunque, entriamo nel solito
campo di ambiguità non risolte. Prevenzione di cosa? Dell’uso, dell’abuso, della
dipendenza, dei rischi, dei danni, della criminalità, degli effetti, delle
cause? La legge del ’75 all’articolo 1, parlando dei compiti del Ministero della
Sanità, è apparentemente molto precisa “prevenzione dell'uso non terapeutico di
sostanze stupefacenti o psicotrope”. Apparentemente …perché già dell’articolo 1
ci si potrebbe chiedere se proprio nell’ambito della Sanità si collochino queste
competenze e, infatti, diverse normative finiscono per affidare compiti
preventivi praticamente a qualsiasi organizzazione ed istituzione … ciascuna a
modo suo. Risultato dal ’75 ai giorni nostri l’uso
di droga sembra proprio essersi diffuso indipendentemente dalla volontà di
contrastarlo. Per mancanza di una strategia consolidata e dotata di obiettivi
dichiarati e di indicatori di risultato non sappiamo se le azioni compiute sino
ad oggi abbiano permesso di prevenire, almeno in parte, ciò che si voleva
evitare. Ammesso che, in questi anni, vi sia stata una
effettiva coscienza di cosa si voleva evitare. In compenso continuiamo a
bruciare, anche per la prevenzione, un discreto numero di risorse salvo poi
lamentarci che non sono sufficienti ma senza rispondere compiutamente alla
domanda “per fare che cosa?”. L’unica sicurezza che oggi abbiamo, come ieri, è
che le risorse spese in prevenzione servono a finanziare chi
Ma ciò che si vorrebbe prevenire oggi è lo stesso fenomeno cui si riferivano Pasolini e la legislazione del ’75? A mio parere no. A partire da quei tempi è avvenuta quella compressione spazio tempo di cui ho già parlato ed i mezzi di comunicazione e di trasporto ne sono stati lo strumento. Purtroppo il “rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali” cui accennava Pasolini è rimasto anzi, in qualche modo, si è istituzionalizzato. L’adeguamento al modello televisivo ci ha complessivamente reso più rozzi e infelici perché si è intuito che la rozzezza e l’infelicità potevano essere una risorsa per l’espansione di nuovi mercati. La televisione è stata e continua ad essere il sostituto dello spazio della famiglia in cui raccontarsi, raccontare, educare, apprendere ed accrescere l’esperienza ma, poco per volta, più che un sostitutivo di valori ormai volatilizzati è diventata ciò che determina la visione della realtà e regola il comportamento. Costituisce la nuova cultura: la cultura dei format. Il format potrebbe essere considerato un grande contenitore dove vengono declinate ed interagiscono regole precodificate (che abbiamo già introiettato e sono in grado di generare automaticamente comportamenti ed emozioni), assieme ad eventi di nuova codifica che, a loro volta, possono generare ulteriori regole da introiettare. Aderendo ai format si è continuamente insoddisfatti perché i nostri bisogni sono continuamente compressi ed espansi, semplificati e poi resi complessi attraverso un continuo lavoro di ricodifica che propone costantemente nuovi modelli di consumo. Il concetto di cittadino finisce per equivalere con quello di consumatore. Naturalmente si tratta di un consumatore (che deve credere di essere) consapevole operando delle scelte che, tuttavia, possono solo collocarsi all’interno di una serie di format di consumo precodificati e strutturati ad hoc. Il format televisivo diventa efficace quando non riguarda solo ciò che succede nel singolo programma ma anche ciò che accade nelle case degli spettatori. Le trasmissioni di maggior successo, ad esempio, sono quelle che riescono a trattenerci più di altre su di un determinato canale. Il fine di questo in-trattenimento è permettere alle strategie di marketing di essere applicate tramite messaggi pubblicitari più o meno espliciti. Il format, così, nella sua interazione con altri format diventa ciò che facciamo e, in un certo senso, ciò che siamo.
Per questo motivo e per la già citata compressione spazio tempo che riguarda la nostra vita i bisogni da trasmettere devono essere semplici, le soluzioni immediate, le risposte tutto o nulla, la politica bipolare … quasi come se il tutto si potesse risolvere premendo un pulsante e rispondendo si o no. Da qui la nostra rozzezza e la limitazione culturale che ci permette, partecipando a quel “Format esteso” che di volta in volta ci viene proposto, di provare la sensazione estremamente potente e rinforzante di aver scelto e contemporaneamente di essere stati scelti e, quindi di possedere ma anche di appartenere. Se non valesse per gli aperitivi come per le automobili, per i detersivi come per i biscotti, per le squadre di calcio come per i partiti, potrebbe sembrare la descrizione di un innamoramento: qualcosa che, comunque, ha a che fare con un istinto primario che regola la sopravvivenza della specie. Scriveva McLuhan ne Gli strumenti del comunicare: «Soltanto l’artista (quello autentico) può essere in grado di fronteggiare impunemente la tecnologia, e questo perché la sua esperienza lo rende in qualche modo consapevole dei mutamenti che intervengono nella percezione sensoriale». Non per nulla lo spazio dell’arte, oggi, è così … compresso.
La droga, oggi, è un fenomeno diverso dalla droga anni ’70 perché si è inserita in questo contesto in cui i desideri e gli istinti si appagano attraverso l’adesione a format di consumo dove come si comunica, si veste, si interagisce, si vive è già, in qualche modo pre-codificato. Poiché spazi e tempi sono compressi le droghe diventano normalmente una sorta di doping della vita quotidiana e, talvolta, un sostitutivo di ciò che è irraggiungibile per definizione: l’appagamento definitivo degli istinti (di consumo). La droga anni ’70 quella che “viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura” esiste sempre meno nei paesi occidentali (sebbene ancora esista) perché è proprio dei processi di compressione il comprimere, prima di tutto, gli spazi vuoti. Anche la droga sta diventando totalmente un fenomeno di consumo mascherato (dal marketing) in modo che sembri un bisogno, il giusto appagamento di un istinto primario. Non a caso, quando le leggi si fanno più repressive sul consumo, tanta parte della società civile si ribella. Reprimere il consumo sembra e, probabilmente è, reprimere l’essenza stessa della nostra costruzione sociale e la nostra, ormai acquisita, cultura del consumo. Se al tempo di Pasolini la droga poteva essere un modo per rallentare e per morire oggi diventa un modo di vivere e di essere cittadini. Non importa che sia legale o illegale. Importa, piuttosto, ciò che rappresenta all’interno del format esteso di consumo di cui facciamo parte ed in cui ci riconosciamo.
Per questo motivo se vogliamo prevenire la diffusione delle
droghe abbiamo bisogno di strategie di strumenti e di un mandato sociale che,
forse, ancora mancano. Certamente, in questo contesto, pensare che si possa far
prevenzione solo
spiegando-ai-giovani-in-modo-scientifico-i-gravi-rischi-connessi-all’uso-delle-droghe
è pura follia così come diventa anacronistico pensare che un sistema normativo
vecchio di trent’anni e antecedente una compressione dello spazio e del tempo
caratteristica di un’epoca, possa funzionare ancora con qualche modifica.
D’altra parte è anche sbagliato credere, così come si credeva ai tempi di
Pasolini, che nulla sia fattibile se non cambiando (prima) tutta
Ogni format di consumo può essere accattivante e splendente ma non brilla mai di luce propria e soprattutto non è così accattivante, se lo si sa leggere. Ancora una volta è un problema di cultura ma anche di analfabetismo. Per quanto riguarda il cambiare il mondo credo si possa fare, come sempre, poco per volta.
[1] “Sfida ai dirigenti della televisione” - Corriere della Sera - 9 dicembre 1973
[2] “La droga: una vera tragedia italiana” – Corriere della Sera – 24 luglio 1975
[3] dal capitolo 4 del Nuovo libro della pubblicità di Luis Bassat e Giancarlo Livraghi

Questo testo
è tratto dal volume "Per una prevenzione efficace" , Evidenze di
efficacia, strategie di intervento e reti locali nell'area delle dipendenze, a
cura di Liliana Leone e Corrado Celata, Il Sole 24 ORE
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