
Bus, droghe & alcol
La notizia era rimasta nelle
cronache locali. Il Corriere del primo giugno l'ha riportata all'onore delle cronache
nazionali: "Un bus finito nella scarpata: Genova scopre tra gli autisti il
consumo di droga ed alcol". Vediamo cosa è accaduto nel testo scritto da
Davide Gorni: «quello accaduto un mese fa sulle colline di Genova, non è
un incidente stradale come tanti: emerge infatti che l’autista del bus,
una giovane di 29 anni, appena rientrata in servizio dopo un lungo periodo
di malattia, era sotto l’effetto di metadone e calmanti. E’ l’inizio di
una bufera che coinvolge l’Amt, l’azienda di trasporto pubblico di Genova,
una Spa interamente controllata dal Comune che conta 1.700 autisti. Dagli
accertamenti si scopre non solo che la giovane aveva denunciato
nell’autunno scorso di essere tossicodipendente (dunque «l’Azienda
sapeva»), ma anche che altri autisti, pare, facciano abituale uso di
droga. E non è finita. Partono due inchieste, una interna all’Amt e una
della magistratura. Passano i giorni e spunta un’altra novità, altrettanto
sconcertante: una quindici
na
di conducenti abuserebbero di alcolici nelle ore di lavoro.
E tutti, tossicodipendenti e alcolisti, risulterebbero regolarmente in
servizio sui bus. Tuttora. Nonostante «si conoscano i loro nomi e le loro
abitudini».
Sono in corso due inchieste e non mi interessa entrare nel merito di questa specifica vicenda. La notizia mi serve, tuttavia, per segnalare che, come vado dicendo da tempo, sino ad oggi e salvo importanti eccezioni, rispetto a questi tipi di problemi si è preferito adottare la politica dello struzzo. Sarebbe possibile cercare di cogliere la questione nella sua complessità per affrontarla e, magari, risolverla. Ma forse, per ora, le Aziende (in generale, non solo quelle che gestiscono trasporti pubblici) preferiscono pagare i costi di incidenti ed errori, di azioni disciplinari, di assenteismo e ritardi, di furti e frodi, di spese legali ed oneri assicurativi, di turnover, di rischio di “mercenarizzazione” dei dipendenti, di risarcimenti, e di perdita dell'immagine, piuttosto che investire in prevenzione. Forse non hanno fatto bene i conti o forse li hanno fatti e, tirate le somme, preferiscono adeguarsi al trend di un Paese che continua a rimuovere la questione droga e abuso di sostanze. Il risultato (o, forse, la causa di ciò) è che abbiamo una serie di normative in vigore e di prassi operative che non sono più adeguate ai tempi ed alle necessità e, con la scusa di tutelare tutti, non tutelano nessuno. Così, tacere diventa, paradossalmente, una riduzione del danno.
Se questo tipo di problematiche venissero, invece, affrontate ci sarebbero, tra l'altro, da fare alcuni importanti distinguo, magari banali per gli esperti del settore, ma non così scontati per gli altri. Non tutto, infatti, può essere buttato in un unico calderone. E' molto diversa la situazione di chi abusa di sostanze da quella di chi ne è dipendente, così come non sono affatto simili le condizioni di chi assume farmaci prescritti (che possono ridurre alcune capacità psicofisiche ... ma non è detto che lo facciano) e, ancora, di chi abusa di farmaci come fossero droghe. Diversa, ancora, è la situazione di chi dichiara di avere un problema rispetto a chi lo nasconde e lo sarebbe ancor di più se chi lo dichiara fosse realmente facilitato e non penalizzato in questo percorso. E' proprio nella modalità di declinare, anche operativamente, queste diversità e le relative risposte che si potrebbe giocare una partita importante contro l'abuso di sostanze ed a favore dei cittadini che, per diversi motivi, direttamente o indirettamente, ne sono vittime. Peccato che, sino ad ora, questa partita non sia nemmeno iniziata. R.C.G. 2.6.05