
di Riccardo C. Gatti - 16.7.06
Esistono una serie di fattori concomitanti che nel giro di qualche anno potrebbero uccidere il sistema di intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo sulle tossicodipendenze. Si tratta di fattori non legati tra loro. Nessuno di questi fattori, tra l’altro, sarebbe da solo in grado di provocare problemi gravissimi. Uniti, invece, rappresentano le concause di una agonia già esistente che prelude ad una morte probabile.
Essi sono:
1) le conseguenze del bipolarismo politico
2) la mancata programmazione
3) l’inesistenza di risorse certe
4) la debolezza del mandato sociale
5) la non comprensione del mondo che cambia

La volontà di Livia Turco di variare le soglie massime relative al possesso di cannabis oltre le quali esiste indizio di spaccio e, quindi, possibilità di sanzione penale, poteva essere una proposta più facilmente accettabile e sostenibile trasversalmente agli schieramenti di quanto detto da Paolo Ferrero a proposito della depenalizzazione, anche amministrativa, del consumo di droga. Che fosse un Ministro a definire queste soglie per decreto, era stata una idea del Centro Destra e ci si poteva aspettare che, a seconda dell’intendimento politico, vi fossero delle variazioni. Mi sbagliavo. L’opposizione ha attaccato duramente la Ministra della salute, almeno quanto già aveva fatto per le camere del buco di Ferrero, invitandola a portare la discussione in Parlamento. Il motivo dell’invito è semplice. In Parlamento è probabile che non ci sia una maggioranza ampia per sostenere le idee del Governo: nelle aree più centriste alcune proposte non sembrano avere sollevato particolari entusiasmi. Esiste un rischio reale: chi si propone di affrontare il tema droga viene osteggiato apertamente dall’opposizione ma affossato, per motivi diversi, dai suoi alleati. La stessa cosa è successa con il precedente Governo. Non per nulla le modifiche alla legge sulla droga, dopo anni di discussioni, sono state fatte passare con un voto di fiducia. L’odierna posizione della Turco e di Ferrero, in questo senso, è più simile a quella di Fini e Giovanardi di quanto si possa pensare. La causa del problema è, almeno in parte, evidente. Le differenze numeriche tra gli elettori della maggioranza e della opposizione sono relativamente piccole. Ciò che caratterizza le coalizioni nei confronti dell’elettorato sono le differenze: pertanto sono proprio le differenze a dover essere rappresentate ed amplificate rendendole “notizia” e conseguente oggetto di duro confronto.
Se il programma di una coalizione fosse, semplicemente, quello di creare le condizioni per far funzionare al meglio i Servizi Territoriali (Ser.T) che si occupano di prevenzione, terapia e riabilitazione, assieme al Privato Sociale che gestisce la maggior parte delle Unità di Offerta Residenziali, alle Cooperative Sociali ed al Volontariato … probabilmente non ci sarebbe notizia e, forse, nemmeno differenza tra i poli.
In questa situazione bipolare. in grado di enfatizzare soprattutto i contrasti, le funzioni più usuali ed importanti dell’intervento rischiano di essere sacrificate spostando l’attenzione su questioni e discussioni che hanno un loro rilievo ma che non sono in grado, una volta risolte, di cambiare gli scenari del fenomeno e nemmeno dell’intervento.

Nel campo dell’azione antidroga non si riesce a definire una programmazione di settore soddisfacente, almeno per quanto riguarda l’ambito non repressivo di prevenzione, trattamento e riabilitazione. Per programmazione di settore intendo una descrizione attendibile della situazione in cui siamo, una prefigurazione della situazione cui vorremmo essere, una definizione esatta di cosa fare, come ed in quali tempi, per arrivare alla situazione desiderata. Si tratta, quindi, di definire degli obiettivi raggiungibili per il Paese e di raggiungerli con azioni sinergiche. Questi obiettivi non esistono. Quasi di conseguenza non esistono azioni sinergiche. Si tratta di una casualità? Per anni ho creduto che la situazione fosse assolutamente casuale, dovuta alla incapacità e, soprattutto, alla inesperienza di un sistema di intervento adolescente che privilegiava l’azione al pensiero: il fare comunque rispetto al progettare l’azione verificandone i risultati. Oggi, tuttavia, il sistema di intervento è, ormai, maturo (talvolta anche un po’ vecchio) eppure il problema rimane. La situazione bipolare già descritta al punto precedente ha una sua influenza. Rimango, comunque, stupito dal fatto che non si comprenda come l’azione potenzialmente efficace per contenere i fenomeni di abuso di sostanze e le dipendenze (da droghe lecite ed illecite) non sia principalmente quella delle Forze dell’Ordine (che, per loro natura possono, invece, incidere sul contenimento della criminalità organizzata) ma quella del sistema di intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo. Eppure, mentre l’azione delle forze dell’ordine è coordinata a livello nazionale ed internazionale anche per mezzo di appositi Organismi, lo stesso non avviene per prevenzione, trattamento e riabilitazione. Da anni si continuano ad auspicare sinergie e lavoro di rete, ma contemporaneamente non si pensa che le reti vanno progettate, programmate, gestite, amministrate e verificate. Quando nascono organismi che potrebbero occuparsi di questa funzione hanno vita breve o corto respiro! Il Dipartimento Nazionale per le Politiche Antidroga, ad esempio, non è sopravvissuto al cambio della legislatura. E’ stato soppresso con uno dei primi atti del Governo in carica. Evidentemente non è stato riconosciuto come Istituzione e, nemmeno come Servizio. E’ stato sacrificato alle logiche politiche che, a tutti i costi dovevano evidenziare la loro differenza con segnali di discontinuità al momento dell’avvicendamento. In realtà era già stato sacrificato appena nato trasformandolo in un piccolo ministero col portafoglio: avrebbe potuto essere ben altro.
I Dipartimenti locali dove avrebbero dovuto costruire e programmare l’azione di rete i diversi interlocutori pubblici e privati sono stati scritti sulla carta di un accordo Stato Regioni di fine secolo. C’è chi li ha chiamati “progetti”, chi li ha inseriti in altri dipartimenti, chi nemmeno li ha istituiti e chi li ha istituiti senza lasciarli funzionare. Gli intendimenti iniziali, probabilmente, erano diversi eppure i risultati sono stati analoghi in quasi tutto il Paese: i Dipartimenti Dipendenze, dove ci sono, rimangono strutture deboli e “senza portafoglio”.
E le Regioni? Teoricamente tutte diverse, anche loro sono (state) estremamente deboli nel programmare. Se, oggi, ci chiedessimo, per ciascuna regione, quale siano precisamente gli obiettivi della azione antidroga non repressiva avremmo, nella maggior parte dei casi, solo risposte generiche e frasi fatte oppure l’amplificazione di alcuni punti specifici a copertura di strategie generali molto deboli. La dimostrazione è che la maggior parte dei Servizi Pubblici e delle Unità di Offerta del Privato Sociale sono, in ogni luogo, in condizione di grave sofferenza mentre, difficilmente, le azioni preventive vengono indirizzate e verificate nel loro impatto e nel loro funzionamento.

Risorse certe significa dare la possibilità ai diversi interlocutori di programmare non solo il sistema di rete ma anche la propria singola attività specifica. L’inesistenza di risorse certe, in questo settore, è un problema endemico. In parte è figlio della mancata programmazione, in parte è un problema autonomo. “Lavorare per progetti”, più che un vero modello organizzativo, è stato uno slogan che ha ben coperto un problema generale: la nascita di una miriade di azioni che, anno per anno, non si sapeva se e come avrebbero potuto continuare. Proprio per questo motivo sono rimaste di corto respiro e di scarsa incidenza al punto che, oggi, c’è chi pensa che siano servite, più che ai cittadini, alle Organizzazioni stesse che le hanno realizzate. Il tutto ha dato origine a precari migranti da una organizzazione all’altra, al rogo continuo dei risultati delle azioni sperimentali, alle progettazioni fatte con la fotocopiatrice ma dichiarate conformi alle esigenze dei diversi territori.
Mortificazione permanente delle capacità professionali ed imprenditoriali, l’inesistenza di risorse certe ha costretto gran parte del sistema a posizioni funamboliche impedendo, soprattutto, una crescita qualitativa e subordinandolo, anche culturalmente, a chi, di volta in volta, poteva mettere in gioco la gestione, sebbene provvisoria, di fondi aggiuntivi.
Questo sistema dell’incertezza, ancora una volta, ha sacrificato i Servizi Pubblici (Ser.T) e del Privato Sociale. I Ser.T., in una endemica carenza di risorse, inseriti in sistemi sanitari aziendalizzati che li hanno sempre visti in coda alle priorità, incastrati in un meccanismo dove la dimissione dei pazienti cronici è, praticamente, impossibile e la ritenzione in trattamento è indice di buon esito dello stesso, si sono trovati, all’aumentare dei pazienti, nella necessità di dover progressivamente ridurre la qualità e la quantità delle prestazioni per singolo soggetto. Questo anche perché, in molti casi, a differenza che in altri settori della Salute, sono stati perversamente inclusi in meccanismi economici – finanziari dove il maggior numero di prestazioni rappresentava una “perdita” e non un “guadagno” per l’Organizzazione di appartenenza. Il Privato Sociale, invece, ha continuato a soffrire in conseguenza di rette residenziali veramente esigue quasi come se, oltre che a fornire vitto ed alloggio, non dovesse anche preoccuparsi di curare e di prendersi cura. I ritardi cronici (anni!) dei rimborsi delle rette hanno contribuito a rendere incerte anche le risorse economiche potenzialmente sicure. Forse all’origine dell’incertezza delle risorse e della mancata programmazione è anche la visione originaria del problema droga, concettualizzato, anche operativamente, come una emergenza legata ad un periodo storico o ad una fascia generazionale. Una questione, comunque, che si sarebbe potuta affrontare e risolvere con una serie di azioni di emergenza e non con un intervento stabile e strutturato nel tempo.

Negli anni ’80 la lotta alla droga significava, in Italia, lotta alla eroina, alla devianza, alla emarginazione alla microcriminalità ed all’AIDS. Si tratta di problemi non risolti completamente ma l’attuale sistema di intervento è stato in grado, entro certi limiti, di contenerli. Devianza, emarginazione, microcriminalità ed AIDS facevano paura a tutta la società civile. Fu così che l’intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo divennero priorità per la Nazione. Non per nulla alle prime Conferenze Nazionali sulla Droga partecipava non solo il Presidente del Consiglio ma anche il Presidente della Repubblica. Basterebbe questo per fare comprendere la differenza coi giorni nostri dove la “lotta alla droga” è, più che un obiettivo alto del Paese unito, l’oggetto di uno scontro tra le parti a cui tutto viene subordinato. La priorità dell’azione antidroga è molto bassa e ciò significa meno interesse del Paese e, di conseguenza, meno risorse. Probabilmente, oggi, le sostanze di abuso ed i danni che ne derivano sono molto più diffusi che negli anni ’80 ma, il dibattito politico, che rimane focalizzato sui temi antichi perché comprensibili ad un elettorato che ha un concetto di droga rimasto al secolo scorso, impedisce la focalizzazione della situazione attuale. Riformulare il mandato sociale significherebbe anche costruire una azione politica bipartisan che, almeno al momento, non pare possibile. Per riportare la questione “al di sopra delle parti” sarebbe infatti necessario trovare punti di unione tra gli schieramenti contrapposti. D’altra parte sarebbe anche necessario rispondere ad un quesito fondamentale: deve lo "Stato Sociale" occuparsi di chi usa droghe in modo socialmente compatibile? Ad una risposta affermativa si evidenzierebbe, tuttavia, la necessità di rivedere profondamente il mandato ed il funzionamento del sistema di intervento attualmente ancora troppo legato al concetto di devianza.
Si tratterebbe di una revisione strutturale profonda visto che anche i più recenti, spontanei, progressi del sistema tendono, comunque, a non superare il concetto di “sistema contenitore della devianza”, quella più evidente legata al circuito penale ed alla attuazione di percorsi alternativi al carcere, ma anche quella diversamente connotata come patologia dal generico e pericoloso termine di “doppia diagnosi”.
La debolezza del mandato sociale sembrerebbe anche la conseguenza di questi arroccamenti del sistema di intervento. Nel momento in cui l’uso di droghe, diventa fenomeno di consumo, parte della cultura dominante e non più, necessariamente, di sottoculture o ambiti devianti, il sistema si orienta (o viene orientato) ancora di più verso il contenimento della devianza criminale o della patologia psichiatrica con la considerazione che quest’ultima è la vera patologia emergente correlata all’utilizzo di psicostimolanti. Naturalmente altre patologie non vengono, invece, considerate per cui, poco per volta, diventa automaticamente normale associare il concetto di abuso di cocaina alla pertinenza psichiatrica e non, ad esempio, a quella internistica o cardiologica. Esiste un senso per tutto ciò (visto che l’abuso di droghe altera comunque lo stato mentale) ma anche un automatismo concettuale che tende a limitare progressivamente le pertinenze del sistema di intervento in modo preoccupante. E’ proprio in conseguenza di ciò che, seguendo diversi automatismi concettuali, altre dipendenze, come il tabagismo, pur sottintendendo meccanismi patologici del tutto sovrapponibili a quelli propri di altre droghe non vengono di norma indirizzate ai Ser.T o ai Servizi Psichiatrici ma a sistemi alternativi. D’altra parte, facendo una battuta che tuttavia può essere utile per meglio comprendere, anche per i giocatori d’azzardo patologici il Servizio Dipendenze può diventare una risposta … quando perdono. Quando vincono, invece, è come se la loro patologia non dovesse essere contenuta perché sintona con una società che ha inglobato l’additività nei suoi valori.

E’ proprio l’aver inglobato la droga tra i prodotti commerciali fruibili all’interno di format di consumo propri della cultura dominante, una delle rivoluzioni proposte dal nuovo secolo alle società occidentali. Non più la droga per pochi eletti, per i devianti o per gli emarginati ma la droga intesa come bene di consumo e come doping della vita quotidiana. Qualcosa per divertirsi ma anche per relazionarsi, per atteggiarsi oppure, anche, per sopravvivere. Qualcosa che, comunque, si compra per quello che è ma anche, come tutti i prodotti di consumo, per quello che rappresenta. Intanto i mercati diventano flessibili: tecniche e strategia da grande distribuzione si uniscono ad una maggiore elasticità. La rete di vendita non è più legata ad una sostanza: può venderne diverse, alternativamente o contemporaneamente. La tossicodipendenza è, eventualmente, l’effetto collaterale e indesiderato di un consumo. Mentre il sistema di intervento restringe i suoi orizzonti cercando di contenere devianti e malati di mente e parlando, anche a sproposito, di tossicodipendenza, riferendosi a tutti i consumi ed alle loro conseguenze (es. “Servizio per le Tossicodipendenze”), il mercato continua a crescere: punta sui consumatori (consapevoli) che diventano il vero zoccolo duro di questa new economy veloce, volatile, ed estremamente incisiva. Si verifica, così, una dissintonia tra il sistema di intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo, un tempo indirizzato a comprendere (ed a contenere) gran parte del problema droga, e la situazione odierna in cui il sistema sembra più precisamente indirizzato non tanto a prevenire l’uso di droghe quanto a limitarne le eventuali conseguenze anche prendendosi cura delle situazioni di devianza di tipo criminale o psichiatrico. Si passa così, implicitamente, e, probabilmente, senza rendersene conto, a contrastare esclusivamente gli effetti collaterali ed indesiderati di un consumo ma non il consumo stesso … apparentemente senza aver nulla mutato nelle strategie di azione.
Infatti è proprio così: un sistema di intervento che rimane uguale a sé stesso, messo in relazione con un mondo che cambia molto velocemente, finisce per occuparsi solo di una parte marginale (forse nemmeno la più importante, se consideriamo che non copre l’intervento precoce) di un problema complesso che non riesce più a comprendere nelle sue valenze complessive.
Tutto ciò è estremamente funzionale allo sviluppo di un mercato che, così, non trova più contrasti nella sue espansione essendo, da una parte, solo disturbato parzialmente dalle azioni delle Forze dell’Ordine (più indirizzate alla repressione dei traffici e della criminalità organizzata) e, dall’altra, solo parzialmente interfacciato dalle azioni antidroga non repressive.

Come dicevo, quanto descritto in precedenza rappresenta le concause di una agonia già esistente che prelude ad una morte possibile del sistema di intervento sulle tossicodipendenze. In un periodo in cui, tra l’altro, le risorse economiche dello Stato paiono particolarmente ridotte non è detto che questo percorso terminale non venga accelerato. Non si tratterebbe, in questo caso, di una scelta politica ma di una scelta “spartana” di soppressione del fratello più debole per mantenere in vita il più forte, all’interno di sistemi sanitari e sociosanitari in cui il livello di importanza dell’intervento sulle tossicodipendenze era già basso al momento in cui nasceva. Poiché le leggi finanziarie stanno ribadendo la necessità di contenere la spesa sanitaria non è detto che il contenimento venga proporzionalmente distribuito tra i vari settori. Sacrificarne uno a vantaggio di altri potrebbe essere la soluzione. Poiché, tuttavia, la cosa non è, eticamente, dichiarabile …il percorso potrebbe essere egualmente svolto inglobando il settore delle dipendenze in un altro. In realtà si tratterebbe di un artificio di “programmazione creativa”: si coprirebbe, solo parzialmente, qualche buco nell’organico di qualche altra organizzazione già in crisi di risorse, attribuendole qualche sede in più e, forse, qualche primariato ma affidandole ulteriori compiti che, di fatto, non sarebbe in grado di sostenere.
Nel frattempo anche nel Privato Sociale si stanno facendo strada idee alternative che vanno nella direzione di aprire Comunità Private (o in realtà Cliniche Private) a pagamento per gli utenti che possono pagarsi una retta. Potrebbe essere un segno premonitore dell’esistenza di un possibile sistema di intervento terapeutico – riabilitativo sostitutivo dell’attuale, ma a pagamento. L’assistenza pubblica gradualmente garantirebbe solo gli interventi correlati ai percorsi penali o alla patologia mentale, indirizzando il sistema pubblico ad amplificare il suo ruolo di contenitore di persone con problemi penali o psichiatrici ma lasciando perdere tutto il resto.
Esiste una possibilità diversa? Oggi è difficile a dirsi e continuerà così almeno sino a quando non si risponderà alla domanda - deve lo "Stato Sociale" occuparsi di chi usa droghe in modo socialmente compatibile? – La mia sensazione, però è che a questa domanda si continui a non rispondere. In questo caso, purtroppo, le sorti del sistema di intervento non verranno decise nell’ambito di decisioni politiche e strategiche di alto livello, dove si continuerà ad investire energie ed a combattere sulle differenze tra gli schieramenti, ma dalla risultante di un insieme di prese di posizioni di singoli funzionari locali coinvolti, soprattutto, nel contenimento della spesa pubblica come obiettivo primario. In questo senso l’inesistenza di livelli programmatori tecnici di alto livello nello Stato Centrale, unita alla relativa povertà intrinseca di molti livelli regionali e locali è preoccupante.
Attenzione: ciò che mi preoccupa non è una sorta di “operazione nostalgia” relativa al - come sarebbe stato bello se avessimo avuto un sistema pubblico potente e ben strutturato – ma il fatto che, così facendo, si stia abbandonando completamente la reale possibilità di concertare e mettere in pratica una strategia non repressiva di contrasto preventivo, terapeutico e riabilitativo alla diffusione di droga proprio nel momento in cui il mercato ha rotto gli argini e dilaga verso la società civile. Per scelta o per costrizione si finirà per interagire solo con una parte problematica della questione droga, non con il problema nella sua complessità, lasciando libero campo al mercato (illecito o legalizzato che sia).
Il fatto che il prodotto droga sia, oggi, funzionale alla cultura dominante e venga venduto quasi come ogni altro bene di consumo non ci riparerà dai danni individuali e sociali che l’uso di droga, di per sé, è in grado di creare. Per costruire l’attuale sistema di intervento, l’unico argine rimasto, ci sono voluti più di vent’anni. Sopprimerlo potrebbe richiedere molto meno tempo … ma poi ?
Da una parte le organizzazioni criminali attraverso la droga, i fatturati relativi, i legami e le complicità che ne crea il consumo, si stanno impadronendo della società civile; dall’altra è sempre più probabile che ciascuno di noi dovrà in futuro interfacciarsi con le conseguenze dell’abuso di sostanze che potrebbero coinvolgere direttamente persone vicine o che con noi avranno a che fare, creandoci (o creandosi) danni o problemi da risolvere magari senza essere emarginate, devianti o affette da problemi psichiatrici evidenti.
Siamo proprio sicuri che si stia percorrendo la strada giusta?
Abbiamo tenuto presente la confluenza di fattori che sta uccidendo il sistema di intervento?
Siamo consapevoli delle nostre scelte e delle loro conseguenze?
A mio parere la risposta è NO a tutti i quesiti. Per questo mi è sembrato utile scrivere questo articolo.
E se, tra qualche anno, qualcuno incominciasse a raccontare che l’uccisione del sistema di intervento era inevitabile, quasi fosse una sorta di eutanasia per un’organizzazione diventata ormai vetusta e inefficiente, diffidatene: si tratterà, forse, di un ignorante ma, più probabilmente, di una persona in cattiva fede. Sarà opportuno, allora, ricordare che esistevano tempi in cui si sarebbe potuto investire nel sistema, utilizzandone l’esperienza più che ventennale per affrontare le nuove evenienze, ricostruendo ed applicando una strategia di azione efficace ed adeguata a livello preventivo, terapeutico e riabilitativo. E poiché “quei tempi” sono i giorni nostri … ancor di più è necessario diffidare di chi, oggi, a diverso titolo, ostacola o impedisce ogni processo evolutivo. E’ chiaro che la morte del sistema di intervento diventa, per chi promuove il mercato della droga, una fonte di ulteriori guadagni e, per tutti gli altri, una fonte di ulteriori miserie.
Una conclusione cinica? Può darsi, soprattutto per chi si ostina ancora a non comprendere con chi abbiamo a che fare. Nelle logiche attuali i mercati, una volta creati, debbono continuare a crescere ogni anno. Ogni ostacolo alla crescita deve, pertanto, essere neutralizzato. Un sistema di intervento efficace ed efficiente è un ostacolo. Per questo che agonizzi, muoia o si organizzi su altri principi non importa: basta che non disturbi!