26 giugno 2000 "Giornata Mondiale contro la Droga": una riflessione

26 giugno 1990: eravamo in piena "emergenza droga". Sono passati dieci anni: le polemiche, le contrapposizioni e le ansie di quel periodo sembrano soltanto un ricordo. In molti, forse, hanno dimenticato. Eppure, allora, si parlava di "lotta alla droga". La gente capiva che c'era un nemico da affrontare. La mobilitazione era collettiva: si scendeva in piazza manifestando per un maggiore impegno da parte delle Istituzioni. Oggi le cose sono cambiate. Paesi che, per ragioni climatiche, non erano nella condizione di produrre, oggi lo possono fare perché le droghe sintetiche fanno diretta concorrenza a quelle che necessitano di coltivazioni. La "new economy" della droga si è adeguata ai nuovi mercati. La distribuzione è sempre di più attenta al cliente. Lo spaccio trova nuove dimensioni. Tutto è più invisibile e, soprattutto, compatibile. Con l'eroina ti danno anche le siringhe: consumi sul posto e vai. La cocaina costa sempre meno e chi la vuole la trova. Dell'ecstasy sappiamo già tutto. Gli allucinogeni sono una divertente possibilità. Per la semina della canapa si organizzano feste. Chi compra e chi vende: un rapporto tra pari. Lo spacciatore è un amico, un collega, chi ti organizza la serata.


26 giugno 2000 abbiamo tutti i problemi di ieri ed in più quelli di oggi. Il mercato ha sempre più clienti fidati e consumatori occasionali. La droga diventa come l'alcol: c'è chi la usa, chi ne abusa, chi ne è schiavo e chi ne muore. Il 2000, per qualcuno, rappresentava il futuro: un futuro migliore. In questo campo, invece, la situazione peggiora proprio perché, sempre più invisibile e compatibile, sfugge al controllo. Prima o poi, all'improvviso, l'avremo di fronte e ci spaventerà. La sicurezza è un tema importante per tutti: sempre più persone inserite socialmente e con ruoli decisionali importanti si avvicinano alle droghe. Si tratta di sostanze subdole: la cocaina, ad esempio, può far perdere la capacità critica e di giudizio. Chi la usa non se ne rende conto ed anche chi lo circonda se ne accorgerà troppo tardi. Trasferiamo questo concetto in ambito di sicurezza aziendale; valutiamolo in termine di costi assicurativi; pesiamolo dal punto di vista del rischio di impresa e aggiungiamolo ai costi sanitari e sociali: un bilancio veramente difficile. Non dimentichiamo l'eroina. Ha sempre un grande parco di clienti fidati e di nuovi adepti. A loro si vende anche altro: è più difficile sottrarre i politossicomani al mercato clandestino. Oggi in Italia l'eroina è una "droga spazzatura" ma fino a quando? Negli USA, dopo gli anni di invasione della cocaina, sta ritornando di moda. Succederà anche da noi.
In Europa, forse, non sono mai state distribuite così tante droghe contemporaneamente in modo così capillare: c'è veramente di tutto. Proprio nel momento in cui si tenta un'unità economica ed anche politica, questo mercato clandestino e ricchissimo, da sempre strumento di sfruttamento e di colonizzazione, cerca basi più solide per una ulteriore espansione. Le droghe fanno male, le droghe inquinano il nostro cervello, le droghe sono uno strumento di disgregazione sociale eppure, un marketing accorto, riesce a far credere, ancora una volta, che l'uso sia una esperienza di libertà. Noi, che ci occupiamo di cura, vediamo le conseguenze di tutto ciò. A volte dobbiamo turare le falle di menti oramai sconvolte che affondano in un mare di pensieri distorti in cui l'unico approdo sicuro è sempre quello: altra droga.


Mentre il mondo delle politica e dell'economia sembra interessato ad altre cose, chi si occupa di tossicodipendenti quasi dà fastidio: solleva problemi che si vorrebbero dimenticare e che gli stessi trafficanti vorrebbero fossero dimenticati. Poi ti ritrovi nel tuo studio. La persona davanti a te è stravolta. In quel momento vorrebbe che tu prospettassi anche possibilità che non hai. Ti chiede perché non si lavora di più per la prevenzione, perché non ci sono maggiori strumenti per la cura. Alla fine quasi, non parla più anche se, qualcosa, ancora dice: "dottore, non avrei mai pensato potesse accadere a mio figlio".
Pensiamoci.

 

Riccardo C. Gatti (c) 2000

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