«Dieci anni di errori e ora la cocaina è ovunque»



Riccardo Gatti, direttore del servizio tossicodipendenze del capoluogo lombardo: gli eroinomani vecchio stile sono quasi scomparsi, ora chi si droga si sente normale
 

MILANO - È come quando vai al supermercato per rimediare la cena e all’uscita t’accorgi che già che c’eri hai messo nel carrello qualche cioccolatino, spezie esotiche e un patè destinato ad assumere vita propria in frigo. Solo che qui si parla di cocaina, anfetamine, cannabis e compagnia, e la storia del professore di filosofia che in un liceo di Milano nomina Popper tra i risolini dei ragazzi non è una barzelletta, va’ a immaginare che parli dell’autore della Logica della scoperta scientifica e loro pensano alle pillole da sballo, la norma è il «popper» che serviva da vasodilatatore ai malati di angina, altro che il povero Sir Karl. Benvenuti al supermarket della droga dove non esistono «emergenze» di sorta né tossici Anni Settanta a ciondolare fra giardinetti bui e antri sordidi, «la droga si trova ovunque, a scuola, sul lavoro, nel bar dell’happy hour, perché il mercato si è globalizzato come gli altri mercati e segue raffinate strategie di marketing: il drogato non si sente tale, è un consumatore inconsapevole come tanti, spesso mi capita pure di ricevere email da gente che non mi chiede di smettere ma solo qualche consigli, capito?, vogliono fare i consumatori consapevoli...».
Riccardo Gatti sorride amaro, è direttore del servizio tossicodipendenze dell’Asl di Milano e studia da decenni il fenomeno. Sarebbe bello se la strage di Rozzano rivelasse un «allarme» qualsiasi e invece no, la realtà è molto peggio, nei condomini Aler o in Montenapoleone non fa poi molta differenza, «viviamo una situazione endemica, l’errore di questi anni è stato considerare l’uso delle droghe lecite o illecite come un evento occasionale che interveniva a disturbare lo stile di vita normale della società, e quindi combatterle secondo lo standard dell’emergenza, come fossero un’epidemia o un’alluvione».
È vero che la cocaina si è diffusa in ogni ceto sociale e dilaga allegramente fra i ventenni, come spiegava al Corriere il prefetto Pietro Sotgiu, «però non è successo d’improvviso, sono dieci anni che il consumo è in crescita costante secondo il modello organizzato e aggressivo della grande distribuzione: fino cinque anni fa, per dire, a Milano avevamo in cura un cocainomane ogni sessanta eroinomani, oggi sono uno su sei». Proprio la Asl e Gatti, un paio di mesi fa, hanno presentato una ricerca tra i ventenni (il campione comprendeva ragazzi dai 18 ai 24 anni) che mostrava come il 57 per cento, quasi sei su dieci, avesse provato almeno una volta della droga. Una buona metà non si è fermata all’assaggio. E la cocaina è salita al quarto posto - il 10 per cento l’ha provata e il 6 ha continuato -, preceduta solo da cannabis (46 per cento), popper (13) e soprattutto da una quantità sorprendente di sonniferi e tranquillanti: 23 per cento, uno su quattro, e stiamo parlando di gente che prima schizza e poi deve prendere la pilloletta per dormire, a vent’anni.
L’essenziale è questo, «al supermarket non si compra mai un solo prodotto, il consumo si risolve in un cocktail, il servizio è completo». La faccenda, insomma, è complicata, «sarebbe sbagliato pensare solo ad un fenomeno giovanile». Cambia il «target», tutto qua, «il quarantenne che pensa alla "performance" sul lavoro, quello più attempato che vuole reggere alla prestazione sessuale, il mercato si rivolge a tutti». Ci sarebbero pure i delinquenti che prendono coca per caricarsi «ma quelli lo hanno sempre fatto, piuttosto la cosa preoccupante è un’altra: visto che si diffonde sempre più vedo gente cui scappa di mano e va fuori di testa».
Resta il fatto della diffusione fra i giovani, «e qui c’è il vantaggio del mercato vergine, sono cresciuti come consumatori e la stessa pubblicità in tv è sempre più mirata e strizza l’occhio allo "sballo" lecito, la bevanda che ti porta al limite, pure gli spot hanno ritmi psichedelici...». E allora «il consumo diventa inevitabile perché si fa così, è coerente con lo stile di vita proposto, alcune sostanze si diffondono come un vestito o un’auto, non c’è trasgressione».
Solo che la cocaina «si cronicizza, provoca gravi disturbi mentali, cardiaci, circolatori, dall’ictus all’infarto». Il consumatore non lo sa, «come non lo sapeva l’eroinomane». Di più: «Se si trova in posizioni di comando diventa pure ricattabile, il sistema è perfetto». E allora? «E allora c’è un marketing sofisticato e non esiste nessuna azione di "demarketing" culturale, un po’ come si è fatto con il fumo. La nostra società sa tutto di comunicazione, marketing e analisi dei fenomeni di mercato, però non ha mai investito in teste ed energie». Morale: «Le campagna d’emergenza non servono a niente. La cocaina è una brutta bestia, per molti versi peggiore dell’eroina, ma anche quando ce ne accorgeremo e faremo una crociata scontro questa sostanza il mercato ne proporrà subito un’altra, c’è la fila, il prodotto da lanciare non mancherà mai».

Gian Guido Vecchi

28 agosto 2003