
«Droga, sei ragazzi su dieci l'hanno provata»
Indagine dell'Asl: marijuana, tranquillanti, popper e cocaina le sostanze più diffuse
«E adesso parliamo di Popper», esordisce l'insegnante di filosofia, la classe sghignazza e lui si chiede cosa diavolo ci sia di comico nell'autore della Logica della scoperta scientifica. È successo di recente in un liceo e in fondo non c'è nulla di strano: nel supermercato della droga di Milano, dove il 57 per cento dei ragazzi ha provato almeno una volta uno stupefacente e una buona metà lo ha fatto di nuovo, è chiaro che «popper» evochi più che altro uno dei tanti modi per sballare, con buona pace di sir Karl Popper, il filosofo. Il popper è un vasodilatatore che usavano i malati di angina, e come la cocaina, le anfetamine o l'ecstasy, mescolati a cocktail e superalcolici vari, serve a «tirarsi su», a eccitarsi, un bel viaggetto che può cominciare con l'happy hour, a scuola, in discoteca, in ufficio, insomma dappertutto e a disposizione di chiunque. Una pillola, una fiala, una bella bevuta e via, si aumentano le «performance» e ci si beve pure il cervello. Perché è questa la novità, «non c'è più il luogo dove si spaccia, non esistono categorie particolari di disagiati». Lo spacciatore e il tossico che si ritrovano nella piazzetta fanno tanto anni Settanta, «ora ci sono l'ipermercato e i suoi "consumatori"», spiega Riccardo Gatti, responsabile del servizio tossicodipendenze dell'Asl di Milano. «È simile al passaggio dal commerciante alla grande distribuzione, il mercato è cambiato, la droga viene proposta come un prodotto qualsiasi, è la tecnica del marketing. Anche i ritmi psichedelici di certi spot strizzano l'occhio allo "sballo lecito"». Sono messi male, i «consumatori». Va bene tutto, anche le sostanze «lecite»: i farmaci. Il dato più sconcertante, nella ricerca condotta dall'osservatorio Asl, è forse il 23 per cento che ha dichiarato l'uso di sonniferi o tranquillanti: uno su quattro, e stiamo parlando soprattutto di diciottenni. Il sondaggio è stato condotto su 394 ragazzi fra i 18 e i 25 anni (il 71 per cento aveva 18 o 19 anni, il 55,6 ragazze, il 67,4 studenti). Prima schizzano per reggere la «performance» e poi hanno bisogno della pilloletta per dormire, «il supermercato offre il servizio completo». E adeguato ai ritmi di Milano. Il questionario era anonimo e conteneva anche sostanze inesistenti, «ma i ragazzi non ci sono cascati». Calano le sigarette, i non fumatori sono diventati maggioranza con il 50,5 per cento, erano il 46,3 un anno fa. In compenso gli spinelli vanno forte, il 46 per cento ha fumato almeno una volta la cannabis e di questi il 69 è andato avanti. Il 13 per cento ha provato il popper, il 10 la cocaina, il 6 l'Lsd, il 5 l'ecstasy, il 3 le anfetamine, il 2 crack e il metadone, l'1 la ketamina e l'eroina. A conti fatti il 57 per cento ha assunto una sostanza «con potere stupefacente» almeno una volta. Il debutto accade tra i 16 e i 17 anni, due ragazzi su tre (64 per cento) lo avevano fatto anche nell'ultimo mese, «il consumo è molto meno occasionale di quel che sembri», considera Gatti, «la storia del "si prova una volta e poi basta" è una balla». Anche perché talvolta i ragazzi prendono più sostanze e spesso mescolano il tutto all'alcool. Pure nel caso degli alcolici i risultati dicono tanto: il vino, provato dal 53 per cento dei ragazzi, è superato dalla birra (63) e da cocktail (64), superalcolici (62) e aperitivi vari (60), «si beve per "sballare", e con il superalcolico si fa prima». Eppure la ricerca dimostra che la percezione del rischio è alta. Come si spiega? «Con i meccanismi del consumo, chiaro: conosco la sostanza ma il consumo resta acritico, come quando vai al supermercato e t'accorgi d'aver preso più cose di quanto occorresse — dice Gatti — magari perché te le hanno piazzate bene prima della cassa». Non si percepiscono come dipendenti, magari non lo sono ancora. Però il pericolo immediato resta. E in prospettiva ci sono i 3.660 pazienti oggi in cura all'Asl, sempre più cocainomani, «nel '95 ce n'era uno ogni sessanta eroinomani, oggi uno ogni sei». Dei milanesi fra i 30 e i 35 anni «uno su cento è al Sert», spiega Roberto Mollica, responsabile della ricerca. L'Asl ha presentato ieri alcuni spot antidroga preparati dagli studenti dell'Istituto europeo di design, a settembre li proietteranno nei locali. «Ma serve una strategia complessiva», spiega Riccardo Gatti, citando un articolo di Gaspare Barbiellini Amidei sul Corriere: i trafficanti, spiegava, «fanno marketing. Si può fare antimarketing comunicativo, in maniera altrettanto moderna e attrezzata». Così bisogna «coinvolgere tutte le agenzie comunicative», conclude Gatti, «in fondo Milano ne è la capitale: noi siamo pronti».
Gian Guido Vecchi
dal Corriere della Sera (Milano) 25 giugno 2003