
«Alcol e droga, il
lato oscuro dei manager»
Ricerca: il 36% dei responsabili delle risorse umane ha affrontato casi di
consumo nei luoghi di lavoro
MILANO - Sta aumentando il numero di aziende italiane alle prese con i problemi
di droga dei propri dipendenti. O forse sta crescendo il livello di
consapevolezza rispetto a un fenomeno che viene ancora definito «per lo più
sommerso». Di sicuro, diversi direttori delle risorse umane (il 36%, anche se di
un campione di 36, i soli che hanno risposto al sondaggio) hanno dovuto gestire
dipendenti che abusavano di stupefacenti. Non lavoratori qualunque: manager. Il
profilo del consumatore a rischio, infatti, è quello di un uomo o una donna con
incarichi di responsabilità come quelli dei «middle-manager», tra i 36 e 45 anni
di età, e che si occupa di marketing e vendite.
DROGA IN UFFICIO - Possono farlo prima di andare in ufficio oppure nella loro
stanza, magari in bagno, o nel parcheggio. Abusano di prodotti considerati
leciti, come gli psicofarmaci (31% dei casi), o proibiti, come la cocaina (13%).
Soprattutto, bevono alcol (45%), sostanza che ha effetti tossici, dà dipendenza
e altera i comportamenti (come gli stupefacenti, secondo le indicazioni
dell’Organizzazione mondiale della Sanità). Il quadro emerge da un servizio di
Espansione , il mensile diretto da Milo Goj, sul numero in edicola oggi.
L’indagine si intitola «Droga in ufficio». Certo, il campione di 36 direttori
delle risorse umane intervistati non è totalmente rappresentativo. Ma delinea i
contorni di un fenomeno allarmante. Soprattutto se si considera che casi di
manager che si drogano tra il venerdì e la domenica non sono stati considerati.
«L’abuso di droga non è confinato al solo mondo giovanile, né tanto meno
riguarda soltanto persone ai margini della società», commenta Riccardo Gatti,
che è responsabile tossicodipendenze della Asl di Milano e tiene corsi di
sociologia all’università Bicocca. E la cannabis non è che una delle varie
sostanze alle quali gli italiani fanno ricorso. «Tutto questo fatica a emergere
perché giovani e studenti sono un campione più debole: rispondono ai sondaggi, e
spesso sono sinceri, ammettono - spiega Gatti -. Professionisti adulti invece si
nascondono, non rispondono, non si vedono». Forse in questo sono «aiutati» dalle
aziende, che spesso scelgono di ignorare il problema.
I RISCHI PER LE AZIENDE - «Molte volte i problemi di droga dei propri
collaboratori sono noti ma non gestiti», ammette uno dei direttori del personale
interpellati da Espansione . «Si chiudono gli occhi perché sono i risultati che
contano e non la maniera per raggiungerli», dice un suo collega. Eppure,
l’«inaffidabilità» dei manager «drogati» è al primo posto nella graduatoria dei
danni che provocano alle loro aziende.
«Io credo che i rischi siano soprattutto due», dice ancora Gatti. Il primo
riguarda la produttività, il lavoro: «Basta pensare che l’abuso di cocaina può
condurre ad uno stato che viene definito "submaniacale" nel quale ogni cosa
diventa più semplice, le capacità critica e di giudizio sono affievolite, quelle
decisionali alterate. Immaginate le conseguenze di strategie aziendali decise in
queste condizioni». Conseguenze che riguarderebbero moltissime persone, anche
esterne all’azienda, se la scelta «alterata» arrivasse, per esempio, da parte di
chi lavora in una banca d’investimenti. «Il secondo rischio - prosegue Gatti - è
legato alla fornitura delle sostanze stupefacenti. Chi rifornisce i manager di
droga, attraverso questa via potrebbe tenerli in scacco. Chiedere loro qualche
favore, farsi raccontare strategie che dovrebbero restare segrete. Insomma, per
la criminalità questa può essere una strada per entrare nel mondo di imprese e
finanza e controllarlo in modo soft».
DISAGI E SOLUZIONI - A quale bisogno risponde l’uso di droga da parte dei
manager? «Stress da troppo carico di lavoro», dicono i direttori delle risorse
umane, «fragilità» risponde Paolo Citterio, presidente dell’associazione che li
riunisce. «Di fronte a ostacoli seri - spiega Citterio -, e non riuscendo a
esprimersi al meglio, manager con un’alta considerazione di sé possono andare in
tilt». Nel mondo anglosassone e scandinavo esistono società di disintossicazione
da alcol o droga espressamente rivolte alle aziende o anche solo ai manager.
«Da noi - suggerisce Gatti - le aziende dovrebbero cominciare a investire in
questo campo. Per conoscere meglio il fenomeno, prevenirlo, e per offrire
consulenze a chi è vittima della droga. La politica non può essere quella di
cacciare chi viene scoperto, da un lato perché ci si priverebbe di competenze
difficili da sostituire, dall’altro perché il fenomeno rischierebbe di non
emergere. Serve, invece, una consulenza esperta ed esterna».
Mario Porqueddu
Corriere della Sera 13.10.2003